[La riforma del Senato]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 130 del 27 maggio 1848

Il Senato nella sua tornata de’ 24 ha adottato all’unanimità un paragrafo dell’indirizzo, proposto dai senatori Balbi, Doria e da parecchi altri, il quale esprime nel modo il più esplicito essere i senatori del Regno disposti a consentire al sacrifizio di qualunque individuale privilegio che potesse riuscire d’ostacolo alle modificazioni alla Statuto, fatte opportune dalla prossima riunione al Piemonte delle provincie dell’Alta Italia.

Questo paragrafo fu cagione di una lunga, e, diciamo pure, confusa discussione. Non già che vi esistesse differenza di sentire fra i membri dell’assemblea; ma perché molti dissentivano sul modo il più opportuno di esprimere il comune sentimento. Essa fece palese la molta inesperienza parlamentare del Senato, il modo poco ordinato con cui i suoi dibattimenti sono regolati, ed il soverchio desiderio di parlare di alcuni suoi membri; ma essa dimostrò altresì che se i senatori non sono tutti oratori esperti ed eloquenti, sono ottimi cittadini, e pronti tutti del pari a posporre ogni personale considerazione al bene del paese, all’unione dell’Italia.

Quest’atto, che onora grandemente il Senato, è una prova non solo del suo patriottismo, ma eziandio della sua sapienza legislativa. Colla determinazione che prese, esso ha tacitamente riconosciuta la necessità di modificare la costituzione della prima Camera, di ordinarla dietro principi diversi da quelli sanciti dallo Statuto: ed ha quindi aperta la via ad una riforma indispensabile a rendere solido e duraturo l’edifizio costituzionale che sta per erigersi nell’Italia settentrionale.

Noi crediamo dover seguire il Senato in questa via; e, lasciando da parte le reticenze e le finzioni parlamentarie, cominciare sin d’ora a chiamar l’attenzione pubblica sopra una delle maggiori questioni che rimangano a sciogliersi, prima che gli ordini politici del paese possano dirsi definitivamente costituiti.

Noi non esitiamo a dichiararci fautori dello stabilimento di due Camere legislative; non già per giungere con ciò ad ottenere l’equilibrio dei poteri, ma per assicurare l’azione progressiva e regolare delle nostre istituzioni politiche. L’equilibrio in meccanica indica lo stato d’immobilità, stato che mal si addice alle società moderne, spinte irresistibilmente nelle vie della civiltà; epperciò riputiamo fallace ed erronea la trita metafora, colla quale tanti pubblicisti hanno cercato di provare l’utilità di una seconda assemblea.

Gli ordini politici dello Stato debbono essere stabili in vista di un moto continuo, di un non interrotto svolgimento; ma di un moto, di uno svolgimento ordinati e progressivi; e quindi riputiamo indispensabile il dividere il potere legislativo fra due assemblee, nell’una delle quali l’elemento popolare, la forza motrice predomini, mentre nell’altra l’elemento conservatore, coordinatore, eserciti una larga influenza. Respingendo l’idea dell’equilibrio, vogliamo costituire la gran macchina politica in modo che l’impulso acceleratore sia combinato con la forza moderatrice; vogliamo, accanto alla molla che spinge, il pendolo che regola e rende il moto uniforme. Ma, per ciò ottenere, non basta scrivere nello Statuto che vi saranno due Camere; bisogna ancora far sì che quella il cui ufficio si è di temperare l’ardore dell’altra, possegga una forza intrinseca, tale da opporre efficace resistenza alle passioni violente degl’impeti popolari disordinati, alle fazioni incomposte e sovvertitrici dell’ordine.

In Inghilterra questo scopo venne raggiunto da una Camera fondata sull’eredità. Ivi da più secoli la Camera dei lord coopera efficacemente al continuo accrescersi della prosperità, della grandezza nazionale, ed allo svolgimento regolare delle libertà civili e religiose.

É egli a dire perciò che una tale istituzione abbia ad imitarsi altrove? Che in Italia specialmente sia opportuno il creare legislatori ereditari? No certamente. Quantunque accagionati spesso d’essere ciechi ammiratori degl’inglesi, e di nutrire in segreto il colpevole pensiero d’introdurre fra noi la parte aristocratica delle loro istituzioni, dichiariamo altamente, che lo imitare in questo caso, la Gran Bretagna sarebbe un errore funesto, sarebbe deporre nella nostra Costituzione germi sicuri di future rivoluzioni.

Una Camera ereditaria fra noi, somiglierebbe solo di nome alla paria inglese; sarebbe altrettanto debole quanto questa è forte; invece di contribuire, come il suo modello, alla solidità dell’edifizio sociale, ne diminuirebbe la stabilità e la solidità. Una paria ereditaria non può costituire un elemento di forza se non quando essa si compone d’individui che posseggano una influenza loro propria, indipendente dalle funzioni che essi esercitano. La Camera dei lords è una vera potenza, perché le tradizioni, la storia e le ricchezze fanno sì che un gran numero de’suoi membri sarebbe potente, quand’anche essi non ne facessero parte.

L’eredità tende a mantenere ed accrescere questa influenza a certe famiglie: è impotente da sé a crearla.

Se in Italia vi fossero già di queste famiglie, si potrebbe discutere se convenga o no riunirle in una Camera ereditaria; ma siccome non esistono, siccome fra noi le antiche famiglie patrizie non posseggono né ricchezze, né influenza straordinarie, il tentar di fondare una paria, somigliante alla paria inglese, sarebbe il colmo della stoltezza.

Allontanata così ogni idea d’eredità, prenderemo ad esaminare gli altri sistemi dietro ai quali si può costituire una seconda Camera. Ci pare ch’essi possono riferirsi tutti ad uno dei tre principi seguenti: la nomina fatta dal Re; l’elezione popolare; od una combinazione di questi due metodi.

Una Camera scelta dal potere esecutivo, fra certe categorie dalla legge stabilite, sarà probabilmente un corpo politico rispettato pe’ suoi lumi, per la sua integrità, ma non eserciterà giammai un’influenza tale da poter controbilanciare l’azione della Camera popolare. L’opinione pubblica, quella vera regina delle società moderne, considererà i membri chiamati a comporla come delegati del Governo; quindi le loro deliberazioni non saranno mai reputate pienamente indipendenti e non avranno grande autorità. Né vale il dire che si rimedierà a tale inconveniente col far entrare nella Camera, a vita, uomini popolari ed influenti. Giacché i più fra di loro rifiuteranno l’onore ad essi offerto, onde far parte della Camera dei deputati, che porge più ampia e più animata sfera ai loro talenti, alla loro ambizione. Qualunque sia la lealtà del potere esecutivo, il suo desiderio di formare un Senato popolare ed indipendente, non giungerà ad altro fuorché a costituire un corpo stimato, onorato, ma privo d’influenza politica.

Quindi esso sarà ridotto ad esercitare le funzioni di un Consiglio di Stato perfezionato, cioè a migliorare la redazione delle leggi che escono imperfette dalla Camera popolare, ed a preparare gli argomenti che versano sui punti i più difficili della legislazione.

La Camera dei pari francesi, dopo la rivoluzione di luglio quantunque racchiudesse, oltre le antiche illustrazioni dell’impero, molti uomini distinti per meriti letterari, scientifici, e per glorie militari, non che vari dei primi magistrati e dei più abili amministratori del regno, non fu mai un vero potere politico piegò avanti tutti i Ministeri, né contrastò mai colle mutabili maggiorità della Camera dei deputati.

L’azione vera del Senato essendo così ridotta, non esitiamo a dire ch’esso è più d’incaglio che di aiuto alla macchina legislativa; ch’esso è una costosa appendice, alla quale si potrebbe con vantaggio sostituire un Consiglio di Stato fortemente ordinato, con certe attribuzioni allargate.

Condannato il sistema di un Senato a vita e scelto dal Re, esaminiamo i due altri sistemi, quello dell’elezione ed il sistema misto. Questo consiste nel chiamar gli elettori a presentare al potere esecutivo una lista di nomi, fra i quali esso deve scegliere i membri del Senato. Un tale sistema è più difettoso del primo. I senatori, non essendo eletti direttamente dal popolo, e ricevendo in parte il loro mandato dal potere, non avranno maggiore influenza che se fossero nominati da questo.

Gli uomini autorevoli non vorranno correre i rischi di una elezione, che da sé non può sortire nessun effetto. Quindi le liste dei candidati non racchiuderanno che mediocrità. Il Governo, costretto a scegliere fra queste, farà delle nomine poco grate al pubblico, e che avranno l’inconveniente di suscitare infiniti malumori ed uno spirito tenace d’opposizione in tutti gli amici e fautori dei non prescelti.

Il sistema di far concorrere alla nomina di qualunque uffizio e gli elettori ed il potere esecutivo, è un sistema bastardo, che reputiamo generalmente vizioso e contrario al vero spirito delle istituzioni libere. Non se ne trova traccia frammezzo a’ popoli che le posseggono da secoli, né in Inghilterra, né in America.

Si può ammettere, tutto al più, come un mezzo meno odioso di esercitare il veto per certi impieghi, che sarebbe pericoloso affidare a mani non sicure od incaute. Così non lo biasimeremo in modo assoluto, applicato alla nomina dei sindaci e dei capi della Guardia nazionale. Ma, trattandosi della scelta dei membri di un’assemblea numerosa, in cui i casi eccezionali sono assai meno a considerarsi dello spirito che la informa, l’adoperare un tale sistema per costituirla è commettere un gravissimo errore. La prerogativa, di cui sarebbe investito il potere esecutivo, gli riuscirebbe più di danno che di utilità. Inefficace ad impedire l’opinione che regna nel corpo elettorale di dominare nel Senato, riuscirebbe solo a rendere questo corpo men autorevole e men potente che s’egli fosse il risultato diretto dell’elezione.

Eliminati tutti gli altri sistemi, ci rimane ancora ad esaminare il sistema elettivo, il solo razionale, il solo opportuno nelle attuali condizioni dei tempi e dell’Italia. E perché, ci si dirà, due Camere popolari? Perché creare due istituzioni identiche, destinate a concorrere al medesimo scopo? E’ questo un accrescere le complicazioni del meccanismo costituzionale, senza renderlo più regolare e più perfetto; è un aumentare le difficoltà di governare, senza rendere il potere più solido, le libertà popolari più estese.

A queste difficoltà si potrebbe rispondere in modo preliminare, coll’insistere sui vantaggi del sottoporre le disposizioni legislative ad una duplice discussione in assemblee distinte. Ma, avendo in mente di trattare altra volta questo punto, ci restringeremo ad osservare che le obbiezioni dirette contro il sistema a cui abbiamo data la preferenza, avrebbero un gran peso, se il modo d’elezione delle due Camere dovesse essere identico. Ma tale non è il nostro pensiero; tale non fu mai quello dei legislatori che in Europa ed in America stabilirono due assemblee elettive.

Noi crediamo facile il costituire una seconda Camera, animata da un istinto conservatore bastevole a porte un argine efficace agli impulsi talvolta eccessivi della Camera dei deputati, senza costituire un corpo elettorale privilegiato; e ciò soltanto coll’imporre ai candidati alcune condizioni d’eleggibilità, e col variare la composizione dei collegi elettorali, e coll’aumentare la durata del mandato dell’eletto. L’esempio del Belgio e della Costituzione sia dell’Unione americana sia dei singoli Stati che la compongono, avvalorano questa nostra opinione.

Noi non metteremo qui a confronto i vari sistemi seguiti per l’elezione dei senatori nel nuovo e nel vecchio continente. Ci basti l’avere indicati i principi, sui quali questo sistema dee poggiare; ne svolgeremo i particolari a tempo più opportuno.

Prima però di discuterli, ci rimane ancora ad indicare i motivi che indipendentemente dal modo con cui il Senato è costituito, ci fanno desiderare ardentemente di veder sancito nella nostra Costituzione lo stabilimento di due Camere. Sarà questo l’argomento di un nostro secondo articolo.

C. Cavour


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