[La politica francese e la politica inglese verso l’Italia]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 18 del 20 gennaio 1848

La discussione sugli affari d’Italia nella Camera dei pari, dopo tre giorni di dibattimenti, terminò coll’inserzione nell’indirizzo di una frase, dettata da sentimenti degni del pontefice e dei principi italiani a cui è diretto, degni della nazione da cui sono espressi.

Questo lungo dibattimento, che abbiamo cercato riferire con iscrupolosa esattezza ha destato in noi potenti e contrari affetti. Se le generose e leali parole dei Montalembert, dei Pelet de la Lozère, dei Dupin, dei Cousin e dei Victor Hugo riscossero i nostri applausi e destarono le nostre simpatie, fummo dolorosamente commossi dallo spettacolo di un vecchio diplomatico, che non si vergognò di salire alla tribuna, per farsi l’apologista della politica di papa Gregorio e della condotta del principe di Metternich, e l’acerbo accusatore degl’italiani, che in tempi di luttuosa memoria combatterono, talvolta con mezzi eccessivi e fallaci, la gran battaglia dell’indipendenza e della libertà. Forse dovremmo farci interpreti dello sdegno che le parole del conte di Sainte-Aulaire hanno destato in tutti i cuori dei nostri lettori, se non ci ritenesse il riguardo dovuto alla sua canizie ottuagenaria, e la rimembranza dei servigi resi alla causa liberale nei tempi più difficili della ristaurazione. Il discorso del signor Guizot, quantunque lontano dal corrispondere alle speranze ed al concetto che il grande uomo d’altri tempi ci aveva altra volta ispirato, ci parve, lo diremo schiettamente, migliore della sua politica, come avevamo già giudicata la sua politica migliore de’ suoi dispacci, men tristi di gran lunga della sconcia polemica della stampa ministeriale. Questa progressione, se non verso il bene, certo verso il meno male, è un risultamento dei benefici delle pubbliche discussioni, delle lotte parlamentari, le quali costringono gli errori ad indietreggiare avanti alla verità, sforzano le timidezze ministeriali ad ammantarsi di degne parole, e giungono persino a far accettare dal signor Guizot una frase sulle cose d’Italia, ben diversa da quelle ch’ei dirigeva alla Corte di Vienna.

Noi speriamo che quella progressione da noi segnata non sia giunta ancora al suo termine. Speriamo che avanti alla Camera dei deputati il Ministero dovrà, suo malgrado, pronunziare nuove parole più favorevoli alla causa italiana; accettare una manifestazione più energica di simpatia per quel moto di risorgimento ch’egli tentò invano di rallentare ed impedire.

Non conviene però illuderci. Se il linguaggio del Ministero sarà cambiato, la sua politica rimarrà la stessa. Dopo essere stato timido coll’Austria, lo è stato col Parlamento: egli tentò conciliare i riguardi dovuti al Sommo Pontefice e l’amicizia del principe di Metternich. Saprà accettare le dichiarazioni della Camera. senza affievolire le buone relazioni nelle quali ei vive col conte Appony. I risultati ch’ebbero per tanti anni le sterili e ripetute frasi degl’indirizzi in favore della nazionalità polacca, ci fan certi che un tale intento, si raggiunge facilmente con qualche diplomatico raggiro.

Poniamo ora in confronto la politica del Ministero francese, quale si palesò dai dibattimenti della Camera dei pari, colla politica del Governo inglese, quale si può desumere dalla discussione dell’ultima sessione del Parlamento.

Prima di prendere a disamina la questione in sé, faremo osservare che nel Parlamento le cose d’Italia furono trattate rapidamente. I dibattimenti ad esse relativi si ristrinsero ad alcune esplicazioni date da lord Palmerston a certe interpellanze direttegli da un membro dell’opposizione; e nella Camera dei pari ad un assalto violento di lord Stanley, capo dei tory, a cui rispose con gravi parole il marchese di Landsdlovne per parte del Ministero.

Non si deve da ciò concludere che il popolo inglese si curi punto del Sommo Pontefice e del risorgimento italiano, e molto meno che il Parlamento riguardi gli affari d’Italia e le relazioni del Ministero con Roma come cose di lieve momento; che anzi si può asseverare, che niun principe o niuna nazione eccitarono da molti anni in Inghilterra maggiori simpatie del Papa e dell’Italia; e che fra le gravi accuse che fuori e dentro del Parlamento si muovono contro il Ministero attuale dai suoi più accaniti avversari, i zelanti anglicani, forse la maggiore si è l’intenzione manifestata di ristabilire colla Corte di Roma relazioni diplomatiche.

Il solo motivo reale di queste poche discussioni si è, che nella Gran Bretagna, all’opposto di quanto succede in Francia, si dà alle questioni di politica estera un’importanza affatto secondaria, infinitamente minore di quella che hanno le questioni interne. Solitamente il pubblico ed il Parlamento ne abbandonano l’esame ad alcuni oratori, che per istudi, cariche od elezione si consacrano più specialmente alla politica estera.

E, cosa ben degna d’osservazione, in Francia l’esistenza di un ministero è sempre posta a repentaglio dalla politica estera. Il duca di Broglie , il sig. Thiers, il conte Molè caddero perché la loro condotta coll’estero fu disapprovata dalle Camere. In Inghilterra invece tutti i ministri, dopo la caduta di lord North, a cagione della guerra d’indipendenza d’America, non perdettero il potere se non vinti dalle opposizioni su questioni d’interna politica.

A piena conferma di questo contrasto fra i due gran popoli costituzionali, citeremo ancora l’esempio di Giorgio Canning. Questi poté sostituire senza grande difficoltà nel Gabinetto di lord Liverpool, alla politica della Santa Alleanza e del Congresso di Vienna, una politica liberale che assicurò l’indipendenza delle colonie spagnuole, ed introdusse nella penisola iberica quel germe costituzionale che fruttificò sì riccamente in appresso. Ma dopo aver fatto accettare ai colleghi di lord Castelreagh una politica di cui si onorerebbero i più liberali ministri d’oggidì, gli fu impossibile indurli a modificare la loro politica interna, o, per dir meglio, morì di dispetto di non aver potuto far sancire dalla Camera dei pari una non grave riforma della legge annonaria.

Gli inglesi, giova ripeterlo, per motivi che non abbiamo campo di svolgere, ma che si possono desumere dalla storia parlamentaria di poco meno che un secolo, riposano quasi interamente sui loro ministri riguardo alla direzione della politica estera. Dal che ne proviene per conseguenza logica che un popolo andrebbe gravemente errato confidando nelle simpatie e nell’appoggio dell’Inghilterra in ogni questione contraria agli interessi di questa nazione.

Il discorso del marchese di Landslowne ci ha raffermati nel pensiero che l’Inghilterra vuole quanto la Francia, più che la Francia il mantenimento della pace in Italia. Se l’Inghilterra vuole la pace, non è già per timore della guerra, ché non v’ha nazione meglio di lei preparata a sostenerla, ma perché ha poco a sperare da una guerra generale, perché possiede già troppe colonie, perché i patti del trattato di Vienna furono ad essa bastantemente favorevoli, infine perché la guerra è contraria agli interessi ed alle opinioni delle classi industriali che esercitano oggigiorno, mercé la riforma parlamentaria, una crescente influenza nel seno della Camera dei comuni.

Da dieci anni in qua l’Inghilterra fece al mantenimento della pace sacrifizi non minori di quelli che si rimproverano al Gabinetto francese, colla differenza che questo li fece in Europa, ed in America l’altra. Il trattato dell’Oregone, l’unione del Texas cogli Stati Uniti, e la guerra messicana, sono non dubbie prove della nostra asserzione.

L’Inghilterra vuol dunque la pace in Italia, ma nel tempo stesso manifesta una vera simpatia pel moto rigeneratore di questa nazione. Condizione, relativamente a noi, poco diversa in sostanza da quella della Francia.

Eppure, a dispetto di quest’identità di mire, quale divergenza nella politica delle due nazioni! Entrambe si proponevano di conciliare lo svolgimento più o meno rapido del principio riformatore col mantenimento della pace. Ma per raggiungere questo scopo, qual contrasto fra la condotta del Gabinetto inglese e quella, già giudicata, del Ministero francese!

L’Inghilterra prima, e più ancora dopo il fatto di Ferrara, si dichiara altamente, energicamente in favore della politica e dei diritti dei prìncipi riformatori italiani, ed in ispecie del più minacciato dall’Austria, del Sommo Pontefice; e per dargli più saldo appoggio, gli invia un ambasciatore straordinario, destinando a questa importante missione uno dei principali membri del Gabinetto, un antico uomo di Stato strettamente congiunto col Primo ministro.

Mentre il Ministero inglese prende in Italia un contegno così energico, non cerca già, come Guizot, di cattivarsi Metternich con lusinghiere ed ipocrite parole. Ma professa a Vienna i medesimi principi che proclama a Roma, dove apertamente combatte le mene segrete e palesi dell’Austria.

Il Ministero francese, per aver il pretesto di negare ai prìncipi riformatori d’Italia un efficace appoggio, fa le viste di credere alle trame pericolose di un partito esaltato, estremo, sovvertitore; ingigantisce ogni più lieve moto di popolo, e se ne mostra atterrito, come di cosa che comprometta l’ordine pubblico, e con meditata perfidia interpreta ogni vociferazione in piazza qual tentativo rivoluzionario.

Il Ministero inglese, all’opposto, loda senza restrizione le concessioni dei principi ed il contegno dei popoli. Giudicando rettamente le pochissime dimostrazioni tumultuose che conta sin qui la storia del nostro risorgimento, non insulta con quelli esagerati terrori, con quelli ipocriti consigli della stampa ministeriale francese, che mossero giustamente a sdegno gli italiani.

Ecco il contrasto che presentano quelle due politiche; ecco il perché la politica inglese si conciliò la simpatia e la riconoscenza universale, e fe’ nascere desideri forse eccessivi e speranze certamente esagerate; mentre la politica francese veniva universalmente riprovata e derisa in Italia, vi promoveva universale reprobazione, ed era causa che si manifestasse contro la Francia una non naturale antipatia, egualmente contraria ai veri e stabili interessi delle due nazioni.

Non meno superiore in quanto allo scopo finale si riconosce la politica inglese. Dacché è indubitato che il suo parlare risoluto, le sue energiche proteste, coll’appendice della flotta dell’ammiraglio Parker nelle acque del Mediterraneo, imposero maggior ritegno all’Austria che non le frasi ambigue del signor Guizot.

Ma, quantunque l’Inghilterra si sia dimostrata favorevole a nostro riguardo, non bisogna illudersi, né dimenticare che la vera sua politica è una politica di pace. Essa desidera e vuole il progresso civile e politico di tutti gli Stati italiani; ma nel tempo stesso si dichiara pel mantenimento dell’ordinamento territoriale sancito dal Congresso di Vienna. Avremo le sue simpatie, ed all’uopo il suo aiuto, finché procederemo nella via delle riforme interne; né abbiamo a temere ch’essi ci vengan meno per qualche lieve disordine in piazza, per qualche moto impaziente di popolo, per qualche tumultuosa dimostrazione delle masse. Ma se la nostra politica diventasse aggressiva, essa, lo temiamo, ci abbandonerebbe; forse si dichiarerebbe contro noi.

Questa è una verità che non piacerà forse a tutti, ma è dovere di chi si è assunto l’ardua missione di bandire la verità, di porla in luce perché si eviti che i nostri concittadini si lascino andare a pericolose illusioni, a cui potrebbero conseguitare amari disinganni.

Non vogliamo dire perciò che l’Inghilterra abbia ad essere l’eterna custode del trattato di Vienna; né che i legami dell’alleanza più che secolare che l’uniscono all’Austria sieno indissolubili; come li spezzò già una volta il più illustre statista che vanti l’Inghilterra, lord Chatham, quando diresse la gloriosa guerra dei sette anni, nuove collisioni possono nascere coi tempi nuovi.

L’Inghilterra mosse allora la guerra all’Austria in odio della non naturale alleanza stretta colla Francia. L’alleanza che ogni dì maggiormente si va stringendo colla Russia, non meno contraria ai veri interessi della corte di Vienna, non può essa forse accelerare il giorno in cui dovrà operarsi un cambiamento completo nella politica inglese, favorevole all’Italia? Ci è lecito sperarlo, desiderarlo ardentemente, senza però tentare di sciogliere con premature ipotesi i problemi dell’avvenire, il cui segreto sta nella mente della Provvidenza.

Ci basti per ora di avere esattamente determinato quale sia stata la politica inglese e la politica francese in Italia.

C. Cavour


Allegati:
Versione pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *