[La neutralità della Svizzera]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 108 del 3 maggio 1848

L’attuale Ministero, appena entrato in uffizio, pensò essere suo debito il tentar di stringere colla vicina Svizzera una lega offensiva e difensiva, onde procurare alla santa causa della liberazione dell’Italia il sussidio di un valoroso esercito alleato, e minacciare alle spalle il comune nemico, l’Austria. Ad effettuare questo progetto spedì a Berna il generale Racchia in qualità d’inviato straordinario.

Le proposizioni del nostro Governo, dal generale trasmesse al Direttorio, e da questo sottoposte alla Dieta, che ora siede deliberando sulla riforma del patto federale, non furono favorevolmente accolte. La Dieta, dopo non lunghe discussioni, respinse l’idea di uscire dal sistema di neutralità, che è la base della politica svizzera, e decise di rispondere negativamente all’inviato sardo. Queste discussioni, tenute segrete per alcun tempo, vengono ora riferite nei giornali mercé l’indiscrezione di qualche deputato più amico della pubblicità che osservatore dei decreti della Dieta. Da esse rileviamo che la proposta lega non trovò nessun sincero fautore. I cantoni furono unanimi a dichiarare, non dovere la Svizzera prender parte attiva alla guerra italiana, ma si mostrarono divisi sul modo col quale le proposte del nostro Governo dovevano essere accolte.

La minorità, composta dei cantoni di Ginevra, Grigioni, Friborgo, Vaud, Ticino e Basilea campagna, opinava non doversi questa respingere in modo assoluto: ma anzi sottoporla all’esame dei singoli cantoni, onde accertare quali fossero i veri sentimenti del popolo svizzero relativamente all’Italia.

Ma la maggiorità, cioè i sedici cantoni che, ad eccezione dei Grigioni e di Basilea campagna, costituiscono la Svizzera tedesca, deliberò doversi rigettare immediatamente la proferta lega. I deputati che si mostrarono all’Italia men favorevoli, furono quelli appunto che eravamo avvezzi a considerare come i campioni e i propugnatori delle idee liberali le più innoltrate. Fra questi additeremo particolarmente il deputato del radicalissimo cantone di Berna, il sig. Ochsenbein, il quale pronunziò un lungo discorso in favore della neutralità e contro ogni propaganda rivoluzionaria, che ricordò i tempi in cui sedeva sulla scranna presidenziale, non già, come ora, un capo dei corpi franchi, ma un di quei vecchi magistrati conservatori, che gli sconvolgimenti interni hanno fatto sparire dalla scena politica. Invano i deputati di Ginevra e di Vaud, con calde e generose parole, tentarono di muovere la simpatia dei loro colleghi a favore dell’Italia: i deputati dei cantoni tedeschi rimasero saldi nel non volersi dipartire dalle antiche tradizioni della politica svizzera.

Il mal esito della missione del generale Racchia recherà forse dolorosa maraviglia a molti fra noi, i quali, giudicando l’opinione della Svizzera dagli articoli dei fogli più esaltati e dai discorsi i più violenti ed i più applauditi, pronunziati nelle assemblee popolari, credevano fermamente essere questa nostra vicina pronta a dimostrarci la sua simpatia con mezzi efficaci, più che con sterili parole, e coll’aiuto di alcuni prodi volontari, nelle vene dei quali scorre pure sangue italiano.

Noi non partecipiamo a tale meraviglia; per chi conosce le condizioni della politica svizzera, la natura de’ suoi governi e l’indole de’ suoi popoli, la decisione della Dieta non poteva parer dubbia; era facile cosa il prevederla. Scevri quindi di dispetto prodotto da deluse speranze, esamineremo brevemente la condotta della Svizzera nelle attuali circostanze dell’Italia.

Coll’accedere alla proposta lega, col rompere la neutralità che le è guarentita non solo dai trattati, ma ben più efficacemente dal reciproco interesse dei potenti vicini ch’ella separa, la Svizzera sarebbe andata incontro a probabili pericoli, a sicuri ed ingenti sacrifizi, senza sperare in cambio di essi altro compenso che la gloria di avere cooperato al trionfo, della causa dell’indipendenza dei popoli e della libertà europea. Ora gli Svizzeri, quantunque sinceri e tenaci fautori delle idee ultra-liberali in casa loro, sono eminentemente calcolatori, e quindi poco disposti alle crociate, dalle quali non possono ridondar loro reali e non dubbi benefizi.

Il sostenere una guerra, e segnatamente una guerra offensiva, è per la Svizzera un’impresa più grave, più difficile che per qualunque altra potenza europea. Essa non ha eserciti regolari, ricche finanze federali per sovvenire al loro mantenimento. Le sole truppe di cui essa può disporre, sono le milizie cantonali, valorose e disciplinate quant’essere possano milizie; ma tuttavia men atte a una guerra offensiva che un esercito stanziale. Oltre a ciò è naturale che i governi sieno più avari del sangue di soldati cittadini, che di soldati regolari, e che rifuggano dall’idea di spargerlo per una causa che non sia interamente nazionale.

Ma il sacrifizio d’uomini che la guerra esige, non è il maggior ostacolo che trattenga la Svizzera dal rompere la pace. Assai più difficile che non l’allestire un poderoso esercito, riuscirebbe per essa il procurarsi i fondi per mandarlo oltre le frontiere. Le finanze federali sono povere, né basterebbero a provvedere ai bisogni di un esercito di 20.000 uomini, se non per poco tempo; ed è noto con quanta difficoltà si ottenga dai singoli cantoni il pagamento dei sussidi che a ciascun di essi tocca pagare per sopperire alle necessità della patria comune. La Svizzera, nelle attuali circostanze europee troverebbe difficilmente a contrarre un prestito; dovrebbe[ro] quindi tanto, il Governo federale, quanto i Governi cantonali, imporre nuove e straordinarie gravezze, alle quali male si adatterebbero popoli usi a non essere sottoposti che a leggerissimi tributi.

Forse le proposizioni del generale Racchia sarebbero state più accette al Direttorio ed alla Dieta, se la lega offensiva avesse dovuto essere cementata da un grosso sussidio pecuniario. Ma noi non pensiamo che il nostro Governo fosse disposto a procacciarsi l’aiuto di un esercito svizzero col sacrifizio di ingenti somme. Nello stato attuale delle finanze, in cospetto dei pesi che ad esse sovrastano, il proporre od il consentire ad un sussidio sarebbe stato un errore grave, di cui reputiamo incapaci i nostri ministri, ed in ispecie quello delle Finanze, che si dimostrò sempre severo custode delle risorse dello, Stato. Tutto al più si sarebbe potuto guarentire un imprestito fatto dalla Svizzera per sovvenire ai bisogni della guerra. Ma questa guarentigia, non bastevole a piegare in nostro favore l’animo dei governanti svizzeri, sarebbe forse tornata inefficace nelle attuali condizioni del mondo finanziero.

Alle già esposte considerazioni, altre non meno gravi nell’ordine politico si aggiungevano per distogliere la Dieta, dall’accedere alla lega a lei proposta. La Francia è altamente interessata al mantenimento della neutralità della Svizzera. Questa costituisce un potente baluardo alla più debole delle sue frontiere, a quella cioè che si estende da Ginevra a Basilea su d’una linea lunga e mal difesa. Le permette, in caso di guerra colla Germania, di concentrare le sue forze sul Reno, e di operare in modo più energico e più deciso, sia nell’offendere, che nel difendersi.

La Francia adunque avrebbe visto con dispiacere e gelosia la Svizzera, unirsi all’Italia per guerreggiare con l’Austria; e non siamo certi che non avesse opposto a questa determinazione degli ostacoli maggiori che semplici note diplomatiche.

Oltre l’opposizione della Francia, volendo la Svizzera cooperare attivamente alla liberazione dell’Italia, avrebbe avuto ad incontrare il mal umore dell’Inghilterra, amica tiepida, ma amica tuttora della potenza austriaca. E non si dica essere per quel paese siffatti malumori considerazioni di poco momento. Gli svizzeri hanno stabilimenti commerciali in tutte le piazze commerciali del mondo, di cui gli agenti inglesi sono i più efficaci protettori. L’esporsi a perdere questa protezione, è un pericolo a cui la Dieta non si esporrà certamente senza gravissimi motivi.

Finalmente la Svizzera non poteva lusingarsi che la lega avrebbe avuto per conseguenza una guerra meramente offensiva. Mentre un esercito sarebbe sceso nelle pianure d’Italia, le truppe austriache avrebbero potuto assalire la sua frontiera orientale, e devastare i cantoni dei Grigioni, di San Gallo e di Appenzello. Il giusto timore dei disastri che una guerra difensiva trae necessariamente seco, qualunque ne sia l’esito, deve avere esercitato non lieve influenza sulle deliberazioni della Dieta.

Un solo mezzo forse avrebbe potuto contrabbilanciare le potenti ragioni che militavano a favore del mantenimento della neutralità, e decidere la Dieta a prendere una parte attiva nella guerra dell’indipendenza italiana; e questa sarebbe stata la promessa di cedere alla, Confederazione Elvetica la Valtellina, che già ne fece parte, e che forma tuttora l’oggetto de’ suoi desideri. Ma un tale mezzo non era in facoltà del Governo d’impiegarlo. E quand’anche avesse potuto disporre di quella importante provincia, non dubitiamo ch’esso avrebbe sdegnosamente ricusato di acquistare qualunque aiuto mercé la perdita di una terra italiana. Lo scopo della guerra intrapresa da Carlo Alberto si è di riunire in una sola famiglia i membri sparsi della nazione nostra. Il sacrificarne un solo sarebbe un sacrilegio, che disonorerebbe la santissima nostra causa.

Conchiuderemo adunque col dire che il nostro Governo, non avendo compensi territoriali o pecuniari ad offerire alla Svizzera, non poteva concepire la più leggiera speranza ch’ella consentisse ad una lega offensiva e difensiva.

Non lo biasimeremo però severamente di averla tentata. Egli ci ha dato una novella prova dell’intera ed ardente sua devozione alla causa italiana, che lo rende scusabile se in questa circostanza esso non ha dato prova di un gran senno politico.

Noi speriamo che al commesso errore il Ministero non aggiungerà quello assai più grave di dimostrarsi risentito del sofferto rifiuto. La Dieta ha dato retta più ai consigli di una fredda, ma ragionata politica, che agl’impulsi generosi che la spingevano ad unire le sue armi a quelle di un popolo che combatte la guerra della sua libertà. Una tale determinazione può, e deve diminuire l’entusiasmo che provavamo per gli svizzeri; ma non deve in nessun modo intorbidare le relazioni amichevoli ed intime che abbiamo con essi.

Senza sancire una lega offensiva, la Svizzera può somministrarci molti aiuti indiretti. La sola neutralità dei Grigioni, severamente serbata, è per noi un sommo vantaggio. D’altronde non dobbiamo dimenticare che, qualunque sia stata la politica dei governanti, molti generosi figli dell’Elvezia sono accorsi volenterosi al soccorso dell’eroica Milano, e combattono tuttora nelle file delle nostre truppe.

Rimaniamo adunque sinceri amici della Svizzera, e senza aspettare da essa straordinari sacrifici od aiuti potenti, proseguiamo a valerci delle favorevoli disposizioni dei governi e delle ardenti simpatie di una parte non piccola de’ governati.

C. Cavour


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