[La morte di Robert Peel]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 780 del 8 luglio 1850

Il dolore cagionato dall’immatura morte di sir Roberto Peel è universale in Inghilterra.

Tutti, senza distinzione di parte, sono unanimi nel considerare come una pubblica calamità la perdita del più illustre uomo di Stato dei tempi attuali, ad un’epoca della vita in cui le conservate forze fisiche, ed il non scemato vigore dell’ingegno, davano argomento di sperare che egli avrebbe continuato per molti anni a spandere nei consigli della nazione quei tesori di scienza governativa e di sapienza politica che lo avevano innalzato al primato parlamentare.

I sentimenti da questo fatale evento eccitati non si restringono all’Inghilterra. Ovunque, la morte di sir Robert Peel sarà compianta da tutti coloro che onorano il genio e la virtù singolare, a qualunque paese appartengano, che considerano la gloria acquistata dagli uomini veramente grandi e benefici, come parte del patrimonio comune dell’umanità tutta intera; ma essa lo sarà poi in modo più amaro e più speciale da quelli che, professando la dottrina dell’ordinato progresso, ammiravano in lui l’ideale degli statisti del partito moderato. Esso dimostrò nel modo il più splendido come si possa riedificare il sistema politico ed economico di un popolo, senza spingerlo nell’abisso della rivoluzione; come sia possibile l’essere ad un tempo conservatore e riformista, energico e moderato, mantenitore imperterrito dell’ordine ed amico sincero della libertà. Egli ha segnato la via che sola a nostro credere può salvare la presente generazione dai pericoli che le sovrastano.

L’immortale sua politica non tornò benefica ai soli suoi concittadini; ma essa esercitò un’influenza salutare sugli altri popoli, associando le idee di moderazione e di progresso, di stabilità e di riforma.

Sinceri fautori di quest’associazione, proviamo il bisogno di pagare un debole tributo d’ammirazione e di cordoglio sulla tomba di quel grande che seppe promuoverla ed attuarla con sì portentoso successo.

Mentre tutti i giornali inglesi si fanno organi del pubblico cordoglio, alcuni di essi già cercano di indagare quale influenza esercitar possa sugli evenimenti futuri lo sparire dalla scena politica di un tant’uomo. Non terremo dietro alle loro più o meno ingegnose conghietture, ai loro supposti più o meno verosimili; giacché non dubitiamo di asserire che se nell’avvenire possono accadere un gran numero di circostanze in cui la mancanza di sir Roberto Peel si faccia dolorosamente sentire, la sua morte per ora non arrecar deve alcuna variazione all’andamento politico dell’Inghilterra, né produrre alcuno di quegli sconvolgimenti di parte, di quelle crisi parlamentari che furono cagionate dal decesso dell’illustre ministro ch’egli ebbe ad emulo nella sua gioventù, Giorgio Canning.

Il nuovo sistema d’interna politica riformatrice ad un tempo e conservatrice ch’egli aveva abbracciato e svolto con sì mirabile sagacità ed energia, e da cui il presente Gabinetto non si è mai allontanato, non corre alcun serio pericolo.

La politica del libero scambio, delle incessanti riforme economiche, rimane priva del suo più potente difensore, del più illustre suo promotore, ma non è perciò né probabile, né diremo quasi possibile, ch’essa sia rovesciata per far luogo all’antica politica protezionista, che vorrebbe ristabilite il privilegio come una base dell’ordinamento sociale. Al contrario crediamo che la morte di sir Roberto Peel consoliderà, almeno momentaneamente, l’esistenza dell’attuale Ministero. In fatti la frazione illuminata del partito tory che a lui era rimasta fedele, ora rappresentata da sir James Graham e dal signor Gladstone, ridotta per la perdita del suo capo ad una quasi assoluta nullità politica, costretta a fondersi in uno dei grandi partiti che dividono il Parlamento, ad optare fra i protezionisti ed i liberali, fra lord Stanley e D’Israeli, e fra lord John Russell e lord Palmerston; quella frazione certamente si deciderà in favore di questi ultimi, coi quali ha comune la massima parte dei principi politici.

Ma quand’anche questo supposto non si verificasse, quand’anche l’antico partito tory si ricostituisse in tutte le sue parti, noi non dispereremmo perciò delle sorti della politica liberale in Inghilterra. La storia degli ultimi trent’anni ci fa convinti che in quella ben ordinata contrada l’opinione pubblica esercita un’irresistibile influenza, che spinge fatalmente uomini e partiti a camminare costanti nelle vie del progresso.

Onde anche un momentaneo e non probabile trionfo di lord Stanley e dei suoi amici non ci farebbe credere all’inaugurazione di una politica retrograda. Lord Stanley giunto al potere si convincerebbe tosto della necessità di piegare avanti alla volontà nazionale, e di seguire la stessa linea di condotta de’ suoi predecessori, salvo al più qualche modificazione di forma anziché di sostanza. Ei potrebbe bensì promuovere qualche legge di finanza favorevole al partito dei proprietari dei latifondi; ridurre od abolire qualche dazio che gravita più specialmente sull’industria agricola; ma non pensiamo ch’egli sarebbe cotanto imprudente da portare la mano sul sistema economico testé condotto a compimento, dopo venticinque anni di costanti lotte, per opera di Roberto Peel e lord John Russell.

Ed ove le cieche esigenze del suo partito lo strascinassero a tentarlo, ove si cercasse sotto una forma qualunque a ripristinare il sistema protettore, sia rispetto ai prodotti agricoli, che a quelli delle colonie, o per ciò che riflette le leggi di navigazione, in allora il suo trionfo sarebbe di breve durata. Questi insensati tentativi incontrerebbero entro e fuori le mura del Parlamento una insuperabile opposizione, che fatta tosto preponderante, dopo non lungo tempo precipiterebbe dal potere ministri abbastanza incauti per credere che una politica realmente reazionaria possa in Inghilterra, dopo le compite riforme, resistere efficacemente all’agitazione delle masse, ed alla riprovazione di tutte le classi colte della società.

Onde dimostrare quanto sia fondata questa opinione intorno alle conseguenze della, la Dio mercé, improbabile caduta del ministero attuale, ricorderemo i fatti che seguirono la morte di Canning.

Le circostanze in allora erano assai più gravi delle presenti: si trattava di compiere una grande riforma, l’emancipazione dei cattolici, e non già come adesso di mantenere incolumi quelle già operate. Con ragione si poteva temere che i tory, ricondotti al Ministero dall’incapacità degli amici a cui Canning aveva lasciato l’eredità del potere, rendessero per molti anni impossibile l’attuazione del grande principio della libertà religiosa. Eppure il contrario accadde. I nuovi ministri Wellington e Peel, assunta la responsabilità della cosa pubblica, non ardirono porre in pratica le massime professate mentre sedevano sui banchi dell’opposizione. Essendo rimasti convinti che queste gli avrebbero condotti alla dura necessità d’impiegare coll’Irlanda mezzi estremi coercitivi che avrebbero suscitato contro essi l’opinione pubblica, essi preferirono di andare incontro, alla taccia di apostati, e di farsi promotori della riforma delle leggi penali sancite contro i cattolici di cui si erano sempre dimostrati zelanti difensori.

Compita questa riforma, il Ministero tory s’immaginò di poter ritornare alle sue abitudini prettamente conservatrici, negando assolutamente di dare ascolto ad alcuna proposta di riforma parlamentare. Questa determinazione gli fu tosto fatale; la tenacità del glorioso suo capo, l’abilità straordinaria di Peel furono impotenti a resistere al torrente dell’opinione pubblica, che richiedeva imperiosamente la ricostruzione del sistema elettorale su basi più conformi all’equità e alla giustizia.

Se nel 1830 il Ministero Wellington non poté resistere all’impeto riformatore, come mai nel 1850 un Ministero Stanley potrebbe egli tentare di ribattere le vie del passato? Quantunque quest’uomo di Stato non difetti né d’ingegno, né d’audacia, è poco probabile ch’egli riuscisse in un’impresa che andò fallita a quello che gli inglesi chiamano il ferro duca (the iron duke) e che col solo sussidio dei gentiluomini campagnuoli (country gentlemen) gli fosse possibile di costituire un partito potente abbastanza per vincere le forze unite dei whigs, dei radicali e di tutti gli interessati alla prosperità dell’industria e del commercio della Gran Bretagna.

Rassicuriamoci adunque sulle conseguenze della morte di Sir Roberto Peel, e sia di conforto al dolore ch’essa deve far provare a tutti i veri liberali, il pensare che l’edifizio economico da lui portato a compimento riposa su basi talmente solide da poter sfidare gli sforzi dei partiti che si affaticano per abbatterlo; quantunque egli non possa più combatterli e contenerli colla potente sua voce.


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