[La morte del Presidente degli Stati Uniti]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 798 del 29 luglio 1850

L’inaspettata morte del generale Taylor, presidente degli Stati Uniti d’America, per cui viene innalzato a quella suprema magistratura il sig. Millard Fillmore, uomo quasi sconosciuto in Europa, è fatto grave che merita di fissare l’attenzione degli uomini politici dei due emisferi, giacché un mutamento radicale nei principi che guidano il Gabinetto di Washington, potrebbe esercitare, nelle attuali contingenze, influenza notevole anche sulle cose nostre.

Onde rendere palese la verità di questa sentenza, basterà ricordare la profonda emozione destata in Inghilterra dalla spedizione del generale Lopez contro l’isola di Cuba, e l’accennare alle conseguenze che avrebbero potuto derivarne, ove avesse avuto un esito men pronto e men fatale per gl’incauti e poco intrepidi invasori.

Questa spedizione venne allestita nei porti dell’Unione americana all’insaputa, se non di tutti i ministri, certamente del presidente Taylor, ma coll’aperto aiuto di un partito potentissimo nella repubblica: il partito ultra-dernocratico e fautore della schiavitù. I sussidi che Lopez e suoi seguaci da questo ritrassero tanto in armi quanto in danari furono ragguardevolissimi, e se il tentativo andò fallito, è impossibile negare che era stato combinato in modo da riunire parecchi elementi di successo.

Ciò essendo, è evidente che ove questo partito che così ardentemente desidera l’annessione dell’isola di Cuba alla Confederazione, avesse avuto il predominio nei consigli del Governo, l’impresa di Lopez avrebbe potuto sortire tutt’altro risultato: e forse a quest’ora ferverebbe una lotta accanita fra gl’invasori americani e le forze spagnuole.

Se così fosse accaduto, qual contegno avrebbe serbato l’Inghilterra? Avrebbe ella, senza muoversi, tollerato che un branco di avventurieri, protetti ad onta dei più sacri principi del diritto delle genti, da un Governo di mala fede, facesse la conquista dell’isola di Cuba; oppure avrebbe ella abbracciato apertamente la causa della giustizia e della Spagna, sfidando a guerra tremenda la potente sua rivale marittima?

Nella prima ipotesi la potenza dell’Inghilterra avrebbe sofferto uno scapito immenso; l’influenza sua morale ne sarebbe rimasta straordinariamente menomata. Nella seconda ella si sarebbe trovata trascinata in una guerra transatlantica, la quale richiedendo l’impiego di tutte le sue forze, l’avrebbe interamente distolta dal pensare agli affari del nostro continente. Le conseguenze adunque dell’una come dell’altra, sarebbero state funeste alla causa del progresso e della libertà in Europa, la quale oramai non può contare su nessun altro valevole appoggio che quello che le presta il Gabinetto in cui domina lord Palmerston. Onde la reazione non si compia in modo assoluto, onde la civiltà non precipiti nell’eccesso dell’assolutismo per ricadere forse, dopo qualche tempo, nell’anarchia, si richiede che l’influenza della Gran Bretagna continui ad esercitarsi temuta e forte nei consigli della diplomazia europea; è, indispensabile che sia tale da controbilanciare il peso enorme con cui il colosso nordico gravita sui destini del mondo.

Epperò, senza incorrere la taccia d’esagerazione, crediamo potere dichiarare che la rottura della pace fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America sarebbe una calamità senza pari per l’umanità.

Il generale Taylor coll’opporsi, benché fiaccamente, alla spedizione dell’isola di Cuba; col sottoporre a solenne giudizio il generale Lopez ed i suoi seguaci reduci dalla malaugurata loro impresa, ha allontanato gli accennati pericoli, e soffocato per ora ogni germe di serio dissapore fra i due grandi rami della famiglia anglo-sassone.

La sua morte quindi sarebbe altamente da deplorarsi dagli americani non solo, ma altresì dagli europei, se il caso avesse chiamato a succedergli un uomo di contrari principi, un fautore delle mire ambiziose degli uomini del Sud. Giacché ove il potere cadesse in mano di uno di questi, fra non molto si rannoderebbero le non rotte fila della cospirazione tramata dai malcontenti dell’isola di Cuba; ed una nuova spedizione, favorita e sussidiata dallo stesso Governo, andrebbe ad accendere in essa le faci della guerra civile.

Grazie al Cielo un tale pericolo pare non sia a temersi. Il nuovo presidente professa opinioni identiche a quelle del suo predecessore, anzi pare lo faccia in modo assai più deciso.

Il generale Taylor era bensì un whig schietto: ma essendo cittadino della Luigiana, più che ogni altro tenace della conservazione della schiavitù, nelle questioni ad essa relative temeva di urtare soverchiamente i pregiudizi e le passioni degli uomini del Sud, epperciò non volle mai chiamare al potere gli uomini i più eminenti ed i più pronunziati del suo partito.

A ciò fare lo spingeva pure la sua assoluta inesperienza delle cose parlamentari. Uso alla sincerità ed alla semplicità del campo, ei s’immaginò poter governare mantenendosi perfettamente imparziale fra i vari partiti, senza invocare l’appoggio deciso di uno di essi. Quindi ne avvenne che il suo governo fu sempre debole e poco omogeneo; incapace di far prevalere nel Congresso ed all’estero alcun sistema pronunziato di politica.

Dell’essere stato debole ne sono prova le difficoltà somme che incontrò, ed incontra tuttora nel Congresso l’ammessione della California fra gli Stati dell’Unione, quantunque caldamente promossa dal presidente; e l’essere eterogeneo, lo dimostrano le accuse lanciate contro alcuni ministri di avere favorito di nascosto la spedizione, che il Governo condannava in tutti i suoi atti pubblici.

Il signor Millard Fillmore al contrario è non solo whig, ma un whig del Settentrione, dello Stato della Nuova-York da cui la schiavitù è da molti anni bandita. Inoltre benché di non avanzata età, egli è già provetto nelle lotte parlamentari, ond’egli deve essere convinto più che nol. fosse il suo predecessore dell’incontrastabile verità che per governare in un paese retto da ordini costituzionali e diviso in vari partiti, è necessario l’appoggiarsi francamente sopra uno di essi.

È da credersi che la politica del signor Millard Fillmore sarà più energica e più decisa di quella del suo predecessore, sia rispetto alle questioni interne che rispetto alle questioni esterne; epperciò essere da credere ch’egli non tollererà che i democratici del Sud, nell’iniquo intendimento di dilatare la lebbra della schiavitù, facciano un nuovo tentativo contro l’isola di Cuba, a rischio di eccitare la guerra coll’Inghilterra.

Se la voce corsa alla Nuova-York al punto della partenza dell’ultimo vapore, intorno alla formazione del nuovo Ministero, non è prematura; se si confermasse che il presidente ne avesse affidata la scelta all’illustre veterano del partito whig, il signor Webster di Boston, non vi potrebbe più esser dubbio sulla linea di condotta ch’egli intende seguire, giacché il signor Webster è uno degli uomini di Stato americani che in una lunga e luminosa carriera sia rimasto più costante nei principi del gran partito whig quale fu costituito dai Washington e dagli Adams, modificato però siccome il progresso dei tempi lo richiedeva.

Non dobbiamo tacere che se dal lato politico facciamo plauso all’installazione del nuovo presidente, temiamo che dal lato economico la sua influenza possa riuscire fatale alla causa del libero scambio. Alcuni giornali lo dicono protezionista dichiarato; ma ciò essendo ancora incerto, riputiamo miglior consiglio, prima di esaminare il nuovo sistema commerciale che potrebbe abbracciare il presidente, di aspettare più precisi ragguagli.


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