[La guerra in Italia e l’Inghilterra] [1]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 82 del 1° aprile 1848

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Nelle guerre marittime le navi mercantili delle nazioni guerreggianti sono esposte ad essere predate sia dai legni da guerra nemici, sia dalle navi armate da privati, e che, in virtù delle così dette lettere di marchio rilasciate dai Governi, corrono i mari sotto il nome di corsali.

L’esistenza in certo modo legale dei corsali, che pare, così contraria ai principi della moderna civiltà, fu conservata tuttavia come unico mezzo che le potenze più deboli avessero ad opporre alle potenze maggiori che dominano sui mari. Se i mezzi di offesa fossero ristretti, come in generale nelle guerre continentali alle forze regolari, egli è evidente che la nazione che ha più poderoso naviglio, distrutto quello dei nemici, rimarrebbe nel pacifico possesso del commercio marittimo, acquisterebbe un incontrastato monopolio.

I corsali rimediano in parte a quest’abuso della forza delle nazioni più potenti sui mari. Il loro numero, la loro efficacia dipende assai meno dalla potenza della nazione della quale inalberano la bandiera, che non dall’importanza e dal valore del commercio nemico; il quale, quanto è più ricco, tanto più eccita la cupidigia de’ marinai intraprendenti ed avventurosi di tutte le nazioni del globo, giacché per antica consuetudine le patenti da corsale sono anche concedute ai non nazionali.

I legni da guerra non giungono mai a distruggere pienamente i corsali, onde essi cagionarono sempre in tempo di guerra alle nazioni marittime le più rispettate, all’Inghilterra stessa, danni grandissimi.

Dopo i disastri di Trafalgar, le flotte francesi cessarono dal disputare alle inglesi il dominio dei mari. I soli corsali mantennero vivo sull’Oceano il nome di Francia; e trassero dal commercio britannico qualche vendetta delle perdite che toccavano a quello della loro nazione.

Lo stesso accadrebbe se la guerra si rompesse ora fra l’Inghilterra ed il continente. Le sue flotte sarebbero probabilmente vincitrici, e nessuna potenza europea sarebbe nel caso di contrastarle il dominio dei mari. Ma tutti i porti d’Europa gitterebbero sui mari infiniti legni corsali, sui quali salirebbero non solo marinai del continente, ma intrepidi americani, che accorrerebbero in folla, allettati dal desiderio di predare le ricche e numerose navi inglesi. Il commercio marittimo europeo avrebbe a soffrire moltissimo, forse ne verrebbe distrutto; ma i danni del commercio britannico non sarebbero forse minori.

Affinché la guerra marittima torni a deciso vantaggio dell’Inghilterra, è necessario ch’essa possa non solo distruggere le navi delle nazioni nemiche, ma ancora impedire ch’esse continuino a commerciare all’estero, come usano nei tempi di pace. Il danno ch’essa arrecherebbe ai legni mercantili è compensato da quello che i corsali giungerebbero a cagionarle; ma se essa potesse chiudere ai suoi nemici l’adito dei mercati esteri, allora avrebbe raggiunto lo scopo della guerra, cioè di recare ai suoi avversari danni indefinitamente maggiori di quelli che le potessero toccare.

Perciò sarebbe necessario ch’ella continuasse a far prevalere colla forza e colla violenza la politica che nel passato mantenne colle potenze neutrali, cioè ch’ella continuasse ad attribuirsi il diritto di ricercare e di confiscare sulle navi dei neutri le mercanzie spettanti agli abitanti dei paesi nemici, e di potere dichiarare in istato di blocco le spiagge tutte dei suoi avversari. Bisognerebbe insomma, ch’essa rinnovasse coi neutri quelle inique prepotenze che sollevarono contro di lei tutte le potenze marittime nelle ultime guerre.

Se ciò fosse possibile, se l’Inghilterra potesse lusingarsi di ridurre il commercio del continente agli estremi in cui cadde sotto l’Impero, non neghiamo che una guerra europea ci parrebbe meno improbabile. Ad onta delle disposizioni pacifiche del partito radicale, delle opinioni liberali professate dal partito wigh, non ci farebbe maraviglia il vedere il Gabinetto di Londra, sotto il plausibile pretesto di mantenere l’integrità dell’impero austriaco, ricominciare una lotta che avrebbe per risultato quasi certo di annientare il commercio dell’Europa coi paesi transatlantici.

Ma l’Inghilterra non può illudersi a segno di pensare che l’America tolleri in pace l’oltraggiosa sua politica verso i neutri. Gli americani, quando erano ancora relativamente deboli e inermi, protestarono di continuo contro essa; e quando le proteste tornarono inutili corsero alle armi. Egli è certo che, raggiunto ora un alto grado di potenza, possessori di una quantità di navi non molto inferiore alle inglesi, essi saprebbero far rispettare l’onore della loro bandiera, e non riconoscerebbero altro blocco, tranne quello dei porti e delle spiaggie, innanzi alle quali incrociano forze militari rispettabili.

L’Inghilterra quindi sarebbe costretta a rispettare i diritti dei neutri, lasciandoli liberi di commerciare col continente, salvi i casi di un blocco reale; oppure dovrebbe apparecchiarsi alla guerra con l’America settentrionale.

Nel primo caso il commercio del continente non patirebbe gravissimi danni. I padroni di navi, i marinai sarebbero nelle angustie, ma le altre classi produttrici non sarebbero gran fatto danneggiate. La Francia ed i suoi alleati riceverebbero dai legni americani i cotoni, gli zuccari, i caffè, e le altre merci o materie prime di cui abbisognano; e continuerebbe[ro] a spedir loro le seterie, i loro vini e gli altri vari prodotti.

La marineria mercantile del continente sarebbe rovinata bensì; ma la marineria degli Stati Uniti trarrebbe indi immensi benefizi, crescendo così di numero e di potenza. Ora è certo che non torna all’Inghilterra il prostrare la potenza marittima del continente europeo per innalzare più rapidamente ancora la sola potenza ch’ella debbe realmente temere, la potenza americana.

La guerra dunque, se i neutri fossero rispettati, tornerebbe infallibilmente dannosa all’Inghilterra, quindi essa sarebbe, quasi suo malgrado, strascinata a violarli, e a prorompere in ostilità cogli Stati Uniti.

Le conseguenze di una tal guerra sono incalcolabili. Noi non siamo di coloro che sogliono esagerare la potenza della gran repubblica americana, od affievolire quella immensa di cui dispone l’impero britannico. Non ardiremmo quindi avventurare un pronostico sull’esito probabile di una lotta fra questi due colossi marittimi. Ma ciò che si può senza temerità asserire fin d’ora, si è che l’una e l’altra nazione avrebbero a sottostare ad immensi danni, ad immensi pericoli.

Se l’Inghilterra dovesse correre il rischio di vedere il Canadà separarsi da lei e l’Irlanda ribellarsi, gli americani avrebbero a paventare una guerra servile promossa dall’insurrezione di oltre tre milioni di Neri, ch’essi mantengono, a dispetto dei più sacri principi de’ quali si vantano i più sinceri apostoli, nella più dura ed iniqua schiavitù.

L’America avrebbe per sé le simpatie di tutte le nazioni europee, ma per contro l’Inghilterra troverebbe sicuro aiuto negli oppressi messicani.

A danno poi d’entrambe le nazioni starebbero terribili effetti. Le sorti finali della guerra sarebbero dubbie; non vi sarebbe di certo che la formidabile perizia de’ combattenti, le spaventevoli catastrofi da essa provocate, le quali dovrebbero indubitatamente segnare il suo corso sull’Oceano.

Se le conseguenze politiche della guerra sono egualmente pericolose per l’America e l’Inghilterra, le conseguenze economiche sarebbero assai più fatali a quest’ultima. L’interruzione delle relazioni commerciali fra i due continenti priverebbe la Gran Bretagna della massima parte della materia prima, che alimenta la principale delle sue industrie, quella del cotone. I tre quarti, e forse i quattro quinti di quello impiegato, nelle fabbriche inglesi, sono prodotti dall’America: che cosa sarebbe di esse? Che accadrebbe agli infiniti operai da esse impiegati, se venisse meno il sussidio dei cotoni americani? Le cattive ricolte del 1845 e la mediocre del 1846, col diminuire la quantità spedita in Inghilterra, furono una delle precipue cagioni della crisi commerciale che straziò quel regno per tanti mesi. Che cosa succederebbe se l’importazione di questa tanto necessaria materia prima, invece di diminuire dopo una cattiva ricolta, cessasse affatto per causa della guerra?

Non è possibile il ponderare le funeste conseguenze di un tale evento! Produrrebbe nel sistema economico dell’Inghilterra una indescrivibile perturbazione. Si dirà pure che l’impossibilità di vendere i loro prodotti cagionerebbe danni eguali agli americani. Ma ciò non è, perché sarebbe facile il dare un’altra destinazione alle terre ed agli uomini dedicati alla coltivazione del cotone, mentre le fabbriche e gli operai inglesi rimarrebbero inoperosi, e sarebbero quindi ridotti all’estrema miseria.

Ma oltrecciò i disastri delle fabbriche inglesi sarebbero d’immenso vantaggio alle fabbriche americane, che con tanta rapidità si vanno da alcuni anni svolgendo ed ampliando. I filatori ed i tessitori del Massaciusset, disponendo in gran copia ed a vilissimi prezzi della materia prima, esclusa dai mercati dell’Inghilterra, o che non potrebbe giungervi che per vie indirette ed al costo di gravi sacrifizi, conseguirebbero immensi benefizi, e amplierebbero le loro officine, accrescendo i loro mezzi di produzione, in modo da poter sostenere, anche cessata la guerra, una vittoriosa concorrenza coi loro emuli del vecchio continente. Questa inevitabile conseguenza della guerra, che chiara apparisce alla mente di tutti gli uomini di Stato, assennati dell’Inghilterra, è forse uno dei motivi principali che milita in favore del mantenimento della pace.

Questi nostri ragionamenti sono avvalorati dall’esame della politica inglese in questi ultimi anni. Infatti, quella nazione, così altiera colle altre d’Europa, si è dimostrata arrendevolissima rispetto alla repubblica americana. Nelle difficili negoziazioni relative alle determinazioni del confine settentrionale, alla annessione del Texas, alla divisione del territorio dell’Oregone, ed alla guerra messicana, il Gabinetto di Londra diede molte prove di uno spirito, di conciliazione, che s’accostò più di una volta alla debolezza. Questa politica, così diversa dalle massime che guidano d’ordinario il Governo inglese, dimostrano evidentemente quanto sia grande il desiderio ch’esso ha di conservare intatte le relazioni pacifiche che esistono fra i due gran rami della energica schiatta anglo-sassone. Dimostrano pure, secondo l’assunto nostro, quanto poco sia disposta l’Inghilterra a muovere una guerra europea, che trarrebbe seco una guerra coll’America.

Concludiamo quindi questa lunga ma non soverchia digressione sulla politica inglese, col ripetere che l’Italia può proseguire animosamente la santa impresa della sua liberazione, senza dover pensare a provvedere alla difesa delle nostre spiagge marittime contro i possibili insulti della Gran Bretagna.

C. Cavour


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