[La guerra in Italia e l’Inghilterra]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 78 del 28 marzo 1848

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L’intera legazione austriaca è partita; si dice che i ministri di Prussia e di Russia si dispongano pure ad allontanarsi da Torino, affidando a semplici incaricati d’affari la cura delle relazioni diplomatiche. Queste partenze sono elle una non dubbia prova delle determinazioni ostili delle Corti del Nord, ed il primo indizio d’una guerra europea? Tale è la questione che si presenta alla mente d’ogni uomo assennato, che è necessario esaminare senza timidità e senza passione.

Dalla partenza del ministro di Prussia non si possono argomentare le vere disposizioni del Governo di Berlino. Dal punto in cui quel ministro riceveva dalla sua Corte le istruzioni, in forza delle quali esso si decideva ad una dimostrazione in favore dell’Austria, una rivoluzione compiuta si operò in Prussia. Gli avanzi ancora vigorosi dell’assolutismo sono stati vinti e distrutti; un’era di libertà larga e sincera è incominciata per quel regno.

I nuovi ministri, chiamati ad inaugurarla, non vorranno certamente mandare l’esercito prussiano a combattere un popolo che non ha altra pretesa che di essere indipendente e libero.

Se il moto italiano minacciasse la nazionalità germanica, avremmo la Prussia per nemica, e nemica acerrima. Ma il moto italiano è volto solamente contro la dominazione straniera, e dee necessariamente fermarsi ai confini che la natura ha segnati alla patria nostra; esso rispetterà le nazionalità che ne circondano. Ciò essendo, la Prussia rigenerata, la Prussia fatta libera dalla rivoluzione del 16, 17 e 18 marzo, non può essere l’alleata dell’Austria nella guerra presente; non può essere causa che questa si trasformi in una guerra europea ed universale.

I sentimenti dell’Autocrate nelle attuali circostanze non sono dubbi. Se alcuno fosse stato disposto a credere che col volgere degli anni l’odio di Nicola per le idee liberali avesse diminuito, l’ultimo decreto col quale egli chiama alle armi una parte dell’esercito di riserva basterebbe a dissipare un tanto errore. Il risorgimento italiano, come tutti i moti in favore dell’indipendenza e della libertà, incontreranno sempre nello Czar un aperto e potente nemico. É perciò innegabile che egli è disposto a muovere in favore dell’impero austriaco a danno dell’Italia. Ma vorrà l’Austria ora rigenerata accettare e valersi di un tale aiuto? Consentiranno l’Ungheria e la Gallizia di veder le terre loro attraversate dagli odiati eserciti russi? É egli probabile che la superba città di Vienna, gloriosa per la riacquistata libertà, possa soffrire di veder le truppe del dispotismo muovere verso le sue mura? Non è probabile. non è credibile.

L’alleanza russa, profferta dallo Czar, e desiderata forse dal Governo austriaco, sarà certamente rigettata da un popolo, il quale ha provato volere anzi tutto essere libero e indipendente. Perciò siamo convinti che l’Italia non ha nulla a temere dal lato della Russia, e che lo Czar non potrà dare primo il segnale di una guerra europea.

Il solo aiuto che l’Austria costituzionale possa invocare, è quello dell’Inghilterra, l’antica e fedele sua alleata. Noi non crediamo che l’ottenga; ma tuttavia è tale e sì grave questione, che merita di essere attentamente ponderata.

L’Inghilterra si è sempre dichiarata in favore del mantenimento territoriale sancito dal trattato di Vienna; ha sempre cercato di opporsi a qualunque tentativo per rompere i patti sanciti da esso. Pochi mesi sono insisteva fortemente presso l’Austria per distoglierla dal proseguire la sua aggressione della Romagna, cominciata coll’occupazione di Ferrara. Or sono pochi giorni, il ministro inglese presso la nostra Corte, senza protestare o minacciare, come si disse, sconsigliava, per quanto stesse in lui, l’ardita e magnanima dichiarazione, colla quale il gran re Carlo Alberto, giurò di liberare pienamente l’Italia da ogni vestigio del giogo straniero.

L’Inghilterra non smentirà il suo rappresentante, e disapproverà la giusta guerra provocata da altri, animosamente da noi assunta. Ma non è probabile che il suo malumore e la sua disapprovazione si cambino in ostilità aperte, e ch’essa si decida ad appoggiare l’Austria colle armi nell’impresa di riconquistare l’Italia.

L’intervento armato dell’Inghilterra sarebbe il segnale di una guerra universale, che il Governo di quella gran nazione non si deciderà mai ad intraprendere, se non quando i veri interessi della potenza inglese saranno seriamente minacciati, il che non risulta, dalla guerra dell’indipendenza italiana.

Non neghiamo che il mantenimento della potenza austriaca, più per vecchie tradizioni diplomatiche che per fondati motivi, sia uno degli articoli di fede del credo politico degli uomini di Stato dell’Inghilterra; onde crederemmo a determinazioni guerresche per parte loro, se l’esistenza stessa dell’impero fosse minacciata. Ma il moto attuale è strettamente italiano, non mira ad altro che a separare dal regno tedesco le provincie che per circostanze geografiche, per lingua e per indole, non possono rimanere unite ad esso se non in virtù della forza brutale. Ora niun uomo, di senno può negare, che quand’anche le provincie veneto-lombarde potessero essere col ferro e col sangue ridotte ancora sotto l’odiato giogo dell’Austria, esauste e frementi, non conferirebbero nulla alla forza reale di quella potenza: sarebbero un vulcano sempre pronto a prorompere in fiamme.

Se l’Inghilterra desidera sinceramente vedere la famiglia di Lorena seduta a Vienna sopra un trono forte e potente, favorisca il moto liberale che si è manifestato con tanto ardore nell’Austria; faccia partecipare quel governo a quei generosi sentimenti germanici, destinati a costituire nel centro dell’Europa una potenza quasi invincibile. Si è col secondare il moto che spinge i popoli a riconquistare la loro nazionalità, ch’essa giungerà a stabilire sopra salde basi quell’equilibrio europeo, ch’ella dichiara essere lo scopo principale della sua politica. Contrastare quel moto irresistibile, è accendere una guerra, il cui esito finale non può essere certamente favorevole ai principi di cui il Governo britannico si dichiara il protettore.

Se l’Italia, dopo aver scosso il giogo dell’Austria, fosse condannata ad essere preda di un’altra grande nazione; se le mire ambiziose di Napoleone potessero venir risuscitate, allora si che l’Inghilterra avrebbe giusta cagione di temere pei propri suoi interessi, e sarebbe necessitata a muovere una guerra tremenda per impedire l’antica sua rivale dall’acquistare in Europa, e principalmente sulle sponde del Mediterraneo, una preponderanza che potrebbe tornarle funesta.

Ma la guerra presente non può avere tali risultati. L’Italia è decisa a rendersi al tutto libera, al tutto indipendente da qualunque dominio, da qualunque influenza straniera. Se raggiunge colle sole sue forze questo legittimo e santo scopo, l’Europa vedrà sorgere una nuova e grande potenza, che dovrà esercitare sui destini suoi una salutare influenza: la potenza italiana, l’Italia costituzionale e libera in sé, emula delle libertà di Francia e d’Inghilterra; ed una siffatta costituzione della nuova influenza italiana, lungi dall’essere contraria, è conforme ai più alti interessi dell’Inghilterra.

L’Inghilterra non vuole che la Francia estenda le sue frontiere oltre le Alpi? Ora l’Italia libera e forte non formerà essa un più valido propugnacolo a queste frontiere contro qualsiasi ambizione, che un’Italia scontenta, rotta, fremente e pronta ognora ad invocare un aiuto straniero per scuotere l’odiato giogo dell’Austria?

L’Inghilterra teme che un’altra potenza acquisti un’influenza preponderante nel Mediterraneo; dee perciò desiderare che l’Italia diventi potenza marittima, capace di tener fronte alla Francia.

Per lungo tempo gl’italiani non penseranno almeno a lontane conquiste, a fondar colonie: non possono perciò in nulla nuocere alla politica ed agli interessi degli inglesi.

Quindi è che proclamiamo altamente non avere l’Inghilterra nelle presenti circostanze niun grande e fondato, motivo, niun pretesto plausibile agli occhi dell’umanità, agli occhi della vera politica, di impugnare le armi in favore dell’Austria, ed assumere così l’immensa ed inestimabile responsabilità di una guerra universale.

Questi nostri ragionamenti noi li crediamo tali da convincere tutti coloro i quali dubitassero ancora, cioè che il popolo e il Governo inglese, quantunque siano pienamente apparecchiati a fare la guerra, non s’indurranno, mai a quest’estrema necessità «se non per cause più gravi, più solenni, più sostenibili in faccia all’Europa».

Molti si danno a credere, che l’Inghilterra desideri vedere accesa nel mondo una guerra universale; e pensano che i moti presenti sien per somministrare materia all’arduo concetto. Una tale opinione, accetta a molti, sarà da noi chiarita erronea e senza politico fondamento in altro articolo.

C. Cavour


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