[La Banca nazionale. 2. Il rimborso del prestito allo stato]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 791 del 20 luglio 1850

La legge del 9 luglio sulla Banca nazionale, mentre provvedeva a far scomparire ogni traccia d’illegalità dall’atto di fusione delle due banche di Genova e di Torino, stato in origine sancito da semplice decreto reale, ebbe per precipuo scopo di ridurre la circolazione monetaria al suo stato normale col togliere ai biglietti di banca il privilegio del corso coattivo.

L’opportunità grandissima e l’utilità somma di questo legislativo provvedimento è cosa tanto chiara ed evidente, da non richiedere di essere dimostrata con lunghi ragionamenti. Gl’inconvenienti della carta monetata sono tali, le funeste conseguenze che derivano dall’uso anche cautissimo di essa sono tante da non lasciar in dubbio doversi essa considerare come un espediente a cui non è lecito ricorrere se non in casi estremi, in circostanze eccezionali.

Se il Governo è scusabile di averlo adoperato nell’anno 1848, quando fallito ogni tentativo di prestito all’estero, era indispensabile l’imporre, un prestito coattivo ad un paese esausto di numerario per le numerose esportazioni di esso cagionate dalle spese della guerra, sarebbe stato altamente da rimproverarsi ove non approfittasse delle risorse del rinato credito per far cessare uno stato di cose dannoso del pari ai pubblici e privati interessi.

Né si può obbiettare con fondamento, appoggiandosi all’esempio della vicina Francia ove pare abbia a durare per tempo indefinito il corso coattivo dei biglietti di banca, essere imprudente il far ritorno alla circolazione metallica, mentre le cose politiche in Europa sono così lungi dall’essere assestate, che da un momento all’altro possono succedere avvenimenti tali da rendere di bel nuovo indispensabile pel Tesoro il sussidio della carta bancaria.

Se è incontrastabile essere l’orizzonte politico tutt’altro che sereno, nullameno stante la spossatezza che sentono i popoli per i passati sconvolgimenti, è da credersi che l’Europa abbia a rimanersi in uno stato di semi-pace per uno spazio di tempo abbastanza lungo, da essere conveniente di provvedere all’ordinamento economico, come a tempi normali. Quando poi accadesse altrimenti, quando i partiti giungessero a rompere questa tregua prima d’assai di quanto riputiamo probabile, non perciò sarebbe da lamentarsi l’atto che sta per far cessare il corso coattivo dei nostri biglietti di banca, che invece se ne proverebbero i salutari effetti.

Infatti, se dopo avere ristabilita la circolazione metallica, le condizioni del Tesoro fossero tali da rendere inevitabile l’addivenire a mezzi straordinari, quale si è quello della carta di credito, assai più facile ne sarebbe l’impiego che nol sia stato nel 1848. Il paese, convinto della solidità della Banca, della buona fede del Governo, accoglierebbe con molto maggior fiducia la carta bancaria che nol facesse quando per la prima volta le fu dato un valore legale; e con minor difficoltà si rassegnerebbe a vederla sostituita alla moneta metallica.

In quanto poi all’invocato esempio della Francia confesseremo avere esso assai poco peso agli occhi nostri, sia perché il corso coattivo mantenuto colà non esiste più in fatto, ma soltanto in dritto, per essere i biglietti più ricercati degli scudi; e più ancora perché vedendo i governanti francesi da molto tempo essere guidati nelle cose economiche dai più vieti pregiudizi dell’antica scuola protezionista, e nelle cose politiche da una timidità eccessiva e da una cieca paura, riteniamo la loro condotta come modelli da fuggire anziché da imitate e seguire.

Vari erano i mezzi che si potevano porre in opera onde abilitare la Banca a riassumere i suoi pagamenti in numerario: il Parlamento s’attenne al più semplice, col prescrivere che le Finanze avessero a rimborsarle entro lo spazio di un anno i 18 milioni ancora dovutile, senza valersi delle more statuite dalla legge del 7 settembre 1848.

Questo rimborso anticipato pare a prima giunta dovesse cagionare una perdita notevole alle Finanze pei maggiori interessi da corrispondersi agli acquisitori delle obbligazioni, la di cui creazione fu decretata onde estinguere il credito della Banca.

In fatti, il mutuo di 18.000.000 consentito dalla Banca a ragione del 2 per cento all’anno, costa d’interessi al Tesoro
lire360.000
L’istessa somma mutuata al 5 ½ per cento, costerà»990.000
E così in più»630.000

Ma anzitutto è da notare che quand’anche il Parlamento non avesse statuito l’integrale rimborso del prestito della Banca entro la prima metà dell’anno venturo, il Governo sarebbe stato non meno tenuto, a termini della legge del 1848, di pagare alla Banca in quel medesimo spazio di tempo tre rate di 2 milioni caduna, ossia 6 milioni in tutto. Cosicché l’effetto delle prescrizioni della nuova legge si ristringe al rimborso immediato di 12 milioni, che il Tesoro avrebbe potuto protrarre per alcun tempo ancora; e quindi la perdita sui maggiori interessi sovra stabilita nella cifra di lire 630.000, dovendo calcolarsi su 12 invece di 18 milioni, vuole essere ridotta di un terzo, e così a 420.000: sacrifizio questo ben lieve se si paragona agli immensi vantaggi economici che il paese ritrarrà dalla restituita circolazione metallica.

Ma nemmeno questa somma andrà perduta pel Tesoro, giacché esso troverà a questa perdita un largo compenso, sia dal non essere più oltre costretto di riscuotere la massima parte dei tributi in biglietti, mentre deve effettuare gran numero di pagamenti in moneta metallica; sia dal non dovere pagare a tutti gl’imprenditori o contraenti con lo Stato un premio per lo meno eguale allo scapito presunto dei biglietti di banca. In fatti supponendo, ciò che non è certamente esagerato, che le somme incassate in biglietti dalle Finanze giungano a 60.000.000; e che a pari cifra ascendano i pagamenti a farsi in numerario, o a chi nel contrattare col Governo fa entrare nei suoi conti la perdita della carta; calcolando questa perdita al mitissimo corso dell’uno per centinaio a cui è caduto l’agio degli scudi, troveremo che la soppressione del corso coattivo dei biglietti frutta al Tesoro un utile il quale, nelle ipotesi le più favorevoli allo stato attuale delle cose, non può essere minore di 600.000 lire, cioè 170.000 lire di meno della somma da pagarsi per maggiori interessi.

Questi calcoli ci paiono dimostrare all’evidenza quanto opportune sieno le provvidenze contenute nella legge del 9 corrente luglio. Nullameno confesseremo schiettamente che se fosse stato in piena nostra, balia il riordinare l’istituzione della banca, avremmo tentato di raggiungere lo scopo che il Parlamento si era prefisso con tutt’altri mezzi. In vece di sancire quasi senza modificazioni gli statuti della Banca nazionale, restringendosi a provvedere alla cessazione del corso coattivo de’ biglietti mercé il rimborso del debito dello Stato, avremmo cercato di valerci dell’occasione favorevole che ci si presentava, per ricostituire la banca su basi più larghe, più in armonia coi servizi ch’essa è suscettibile di rendere non meno al pubblico che al Tesoro.

A tal fine si doveva:

  1. Determinare la Banca nazionale a raddoppiare il suo capitale, o per lo meno a portarlo dai 14 ai 15 milioni;
  2. Promuovere lo stabilimento di succursali nelle città le più cospicue dello Stato, e segnatamente a Ciamberí, Nizza, Alessandria e Vercelli;
  3. Mantenere, a norma di quanto fu stabilito in Inghilterra nel 1844 sulla proposta di sir Roberto Peel, il valore legale dei biglietti di banca per tutte le transazioni, salvo per quelle che si effettuano alla banca stessa. Ciò che in definitiva tornava ad imporre alla banca l’obbligo di cambiare contro scudi i suoi biglietti ad ogni richiesta dei portatori di essi.

Ove fosse stato possibile il realizzare questi rilevantissimi cambiamenti nel nostro sistema bancario, la circolazione, a nostro credere, sarebbe tornata in una condizione normale, senza che fosse stato per ciò ottenere indispensabile l’imporre alle Finanze l’obbligo di rifondere alla Banca l’intera somma di cui le vanno debitrici.

Ma questo non sarebbe stato che uno dei minori vantaggi che gli operati cambiamenti avrebbero prodotto. La Banca, disponendo di mezzi raddoppiati, estendendo le sue operazioni a molte delle nostre provincie, sarebbe stata in grado di cooperare con ben altra efficacia al progresso economico del nostro paese. Così costituita, essa avrebbe potuto in ogni tempo agevolare singolarmente parecchie delle operazioni che riescono non poco gravose al Tesoro; e nei tempi difficili lo Stato avrebbe trovato in essa un ausiliare potente, capace di rendergli servizi analoghi a quelli che per nostro danno purtroppo dalla banca di Vienna seppe ritrarre il Governo austriaco.

Noi non abbiamo manifestato questi pensieri per trarne argomento di critica a quanto fece il Parlamento. Giacché, quantunque convinti della superiorità intrinseca dei mezzi da noi proposti a quelli stati adottati, non ci nascondiamo che le idee da noi sviluppate avrebbero sollevate insuperabili opposizioni e nel seno delle Camere, e per parte della Banca.

Gli azionisti di questa, spaventati dalla proposta di creare nuove azioni per timore che tale creazione facesse scapitare il corso delle vecchie avrebbero probabilmente respinto un progetto dettato dal pensiero di promuovere più il pubblico che il privato vantaggio. E le Camere difficilmente si sarebbero accostate ad un progetto per cui sarebbe cresciuta in forza ed in potenza un’istituzione contro la quale esistevano molte ingiuste prevenzioni. Quindi, come in politica non conviene mirare al meglio assoluto ma al meglio possibile, noi non esitiamo di dichiarare che la legge votata dal Parlamento merita di essere lodata senza riserva.

Noi ci lusinghiamo, di vedere nell’avvenire poste in pratica le idee che qui abbiamo esposto di volo. Il tempo, l’esperienza, le pubbliche discussioni faranno sparire molti pregiudizi, molte erronee opinioni sull’influenza delle banche; e nel tempo medesimo illumineranno gli azionisti di queste sui veri loro interessi.

In allora sarà possibile l’operare una riforma del nostro sistema bancario fondata sui dettami della scienza, conforme alle lezioni dell’esperienza; e tale da procurare al nostro paese benefizi analoghi a quelli che seppero ricavare dalle istituzioni di credito quei grandi maestri dell’arte del progredire nelle vie della ricchezza: i popoli di razza anglo-sassone.



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