La Banca di Genova [3]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 375 del 14 marzo 1849

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Da questo specchio si ricava che i biglietti di banca realmente in circolazione ascendono solo a lire nuove 27.887.000, di cui L.n. 20.000.000 rappresentano il prestito consentito alle finanze dello Stato, e 7.887.000 le regolari operazioni della Banca. Se si confronta quest’ultima cifra con quella del numerario in cassa, che non è minore di L.n. 5.340.404, è forza confessare che per quanto dipende dalla Banca, la circolazione dei biglietti fu sinora mantenuta nei limiti i più ristretti, compatibilmente cogli obblighi verso il commercio.

Ciò nullameno lo scapito dei biglietti è andato crescendo, ed ha toccato il 6 ½ per cento. Questo gravissimo fatto economico non può attribuirsi ad un abuso della carta di credito: 28.000.000 di biglietti non costituiscono tal somma che non possa facilmente circolare nel nostro Stato; poiché circolano in Francia oltre a 420.000.000 di biglietti senza scapitare, e ne circola in tempi normali per quasi un miliardo in Inghilterra. È quindi forza ripetere da altre cause la perdita a cui soggiaciono da noi.

Noi non dubitiamo di asserire che una delle principali sia il non avere sinora la Banca emessi biglietti da lire 100, come essa aveva assunto il preciso impegno quando in settembre il Governo dava alla sua carta un valore legale. Il difetto di questi minori biglietti restringe la circolazione della carta del banco nella sfera delle grandi transazioni commerciali, la rende inetta al servizio delle transazioni quotidiane che hanno luogo di continuo fra l’immensa maggioranza dei cittadini.

Il ritardo arrecato nell’emissione dei minori biglietti è una vera calamità, di cui la Banca ed il Ministero debbono rendere ragione al paese ed al Parlamento. Se è vero che da esso derivi in parte la perturbazione economica che reca tanto danno al pubblico, noi abbiamo diritto di dirigere loro i più severi rimproveri, di far pesare su di loro una grave responsabilità.

Ma conviene confessarlo: il difetto de’ biglietti di minor valore non è l’unica causa del progressivo scapito della carta bancaria. A ciò contribuiscon del pari, se non maggiormente, le angustie del pubblico Tesoro, e le incertezze piene di pericoli che s’addensano sull’avvenire delle nostre finanze. Il Ministero, con impareggiabile imperizia, ha aspettato che le casse fossero quasi del tutto esauste, prima di pensare al modo di provvedere ai bisogni del Tesoro. A questa nostra asserzione non si possono fondatamente opporre le tanto vantate negoziazioni di prestito all’estero. Ché queste non ebbero mai probabilità alcuna di successo, e nessuno fra noi, che fosse qualche poco versato nelle operazioni finanziarie, ad eccezione forse del ministro delle Finanze, non ebbe mai la menoma fede nella riuscita di trattative condotte in modo da dare chiaramente a divedere, che coloro i quali le avevano intavolate erano speculatori, senza mezzi adeguati a sì grave negozio, che miravano solo a porsi in condizione tale da potere trar partito di un qualunque politico evenimento che avesse rialzato il nostro credito all’estero.

Il ministro Ricci è stato evidentemente vittima dei raggiri di sedicenti capitalisti che speculavano sul buon esito delle conferenze di Brusselles. L’essersi egli lasciato così a lungo ed in modo così ridicolo ingannare, prova quanto male si apponevano coloro che gli imputavano quasi a delitto un eccesso d’astuzia: con molta maggior ragione crediamo si possa dire, almeno per ciò che riflette i negozi di finanze, di una semplicità incredibile.

Comunque sia, il paese ha imparato, or son pochi giorni, con doloroso stupore che il pubblico erario era quasi vuoto, e che non si era per parte del Governo pensato a nessun mezzo straordinario per sovvenire in modo adeguato ai suoi bisogni. Le leggi presentate dal ministro nella tornata di venerdì non sono di gran lunga pari agli urgenti bisogni del Tesoro: il loro esito è più che incerto, e quand’anche corrispondessero alle speranze di chi le ha concepite, non varrebbero certamente a provvedere per uno spazio bastevole di tempo a rassicurare gli animi.

A fronte di sì deplorabile condizione di cose, non è da stupirsi, se si spande nel pubblico un sentimento di sfiducia, e di timore che spinge anche i meno cauti ad alienare, a costo di qualunque sacrifizio, una carta guarentita da governanti sì incapaci.

Questi timori non possono dirsi privi di ogni fondamento, giacché la storia ci insegna in modo irrefragabile che i governi improvvidi, i finanzieri inetti sono tosto o tardi trascinati a dover ricorrere al funestissimo fra i mezzi economici, alla carta moneta.

E nel caso nostro come scansare questa estrema risorsa, se il prestito volontario proposto dal ministro Ricci non riesce? L’annunziato imprestito coattivo non può produrre fondi immediatamente, ed in allora come fare la guerra senza emettere carta, quando vi sono spese che non ammettono dilazioni?

La possibilità che il paese sia condotto a tali dolorose condizioni per imperizia di chi lo governa, basta a spiegare lo scapito dei biglietti.

Riassumendo quindi i precedenti ragionamenti diremo che la perturbazione che soffre la circolazione nello Stato a cagione del crescente scapito dei biglietti, non è una conseguenza necessaria delle leggi del 7 settembre e del prestito di 20 milioni consentito alle Finanze dalla Banca ma è un effetto della singolare negligenza del Ministero, che non seppe costringere la Banca ad emettere in tempo debito biglietti di lire 100 come gliene correva l’obbligo; e della sua inconcepibile imperizia nel non sapere combinare alcun piano di finanze, tale da provvedere ai bisogni probabili dell’imminente guerra.

Vedremo ora qual giudizio porterà la Camera sugli atti del ministro delle Finanze. Quando ricordiamo le critiche amare, le aspre censure che moveva l’antica opposizione contro il ministro Revel allorché sul finire di ottobre confessava, con soverchio candore, non avere ancora pensato ai mezzi straordinari da porsi in opera in febbraio e marzo, non sappiamo in verità immaginare qual condegno castigo possa ora infliggere quella minoranza trasformata in onnipotente maggioranza al ministro Ricci, che di ben altra negligenza si è reso colpevole.



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