[La Banca di Genova] [2]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 327 del 17 gennaio 1849

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Delle cause che producono lo scapito dei biglietti della Banca di Genova.

Nel foglio di ieri abbiamo notato, fra le cause che influivano sullo scapito che soffrono i biglietti del Banco di Genova, il valore troppo elevato dei biglietti in circolazione.

La legge che sanciva il prestito di 20 milioni da farsi dalla banca al Governo, e dava perciò un valore coattivo alla sua carta, decretava nello stesso mentre che si sarebbero posti in giro biglietti del valore di lire 100.

Non prenderemo a discutere per ora se, avuto riguardo alla quantità di carta che si doveva porre in circolazione, abbia il legislatore fissato il limite il più opportuno al valore minimo dei biglietti da crearsi. Certamente coll’autorizzare l’emissione di biglietti di 50 lire, e più ancora dei biglietti del minor valore, si sarebbe resa assai più facile la circolazione della carta bancaria. Una tale autorizzazione poteva avvalorarsi non solo con argomenti scientifici, ma altresì coll’esempio somministratoci dall’Inghilterra e dalla Scozia. Nella prima di queste contrade i biglietti di una lira sterlina (25 lire circa) circolarono sino all’anno 1826; e nella Scozia, paese men ricco, ed ove le contrattazioni si operano per somme minori, circolano tuttora senza inconvenienti di sorta.

Ma una tale determinazione, impugnabile dal lato economico, avrebbe forse potuto trar seco pessimi effetti dal lato politico. Infatti cosa avrebbe esteso la circolazione della carta fra il popolo minuto, i contadini meno agiati, gli artieri piccoli, classi tutte che nutrono contro la moneta di carta invincibili pregiudizi, e si sarebbe quindi suscitata contro alla legge del 7 settembre, ed il Governo da cui emanava, opposizione ed ostacoli di gravissimo momento.

Crediamo quindi al postutto che il legislatore saviamente opinava quando, dietro all’esempio della vicina Francia, non vietava l’emissione per parte della Banca di Genova di biglietti di un valore minore delle lire cento.

Ma dato che la prudenza ed i riguardi dovuti in questi difficilissimi tempi ai pregiudizi popolari, consigliassero una tale restrizione, era cosa evidente essere di somma importanza il creare dei biglietti di lire cento, a mano a mano che si andava allargando la circolazione della carta bancaria. E ciò tanto più se si pon mente che prima della legge del 7 settembre quasi tutti i biglietti della banca erano del valore di lire 1000 e di lire 500, il numero di quelli di lire 250 essendo rimasto sempre limitatissimo, sia a cagione delle prescrizioni dello statuto della banca, sia pure perché erano men confacienti ai bisogni delle transazioni dell’alto commercio, alle quali per lo passato si restringeva l’uso dei biglietti di banca.

Infatti se si esaminano attentamente le transazioni che si operano di continuo nella società per mezzo del numerario, o di ciò che ne fa le veci, si riconoscerà che quelle, le quali si raggirano sopra somme minori di lire 500, superano immensamente non solo in numero, ma anche in valore quelle superiori a quella cifra. Nelle nostre agricole contrade, ove divise sono le proprietà, e modici gli averi, se si eccettuano le operazioni bancarie propriamente dette, i negozi delle ricche industrie e di alcuni commerci di rilievo, la quasi totalità delle transazioni non raggiungono di gran lunga le lire 500.

Ne consegue che l’avere aumentato notevolmente la circolazione della carta bancaria, mercé dei biglietti di lire 1000 e di lire 500, fu un errore gravissimo; giacché era il mantenere l’uso della carta negli antichi ed angusti suoi confini, mentre cresceva in quantità e valore.

Si noti ancora che il modo con cui quest’emissione dei nuovi biglietti si operò contribuì non poco all’arenamento della circolazione. La banca consegnò i nuovi suoi biglietti al Governo, per compiere l’intero prestito dei 20 milioni. Il Governo se ne servì per pagare gl’impresari delle opere e somministranze pubbliche e gli stipendi degli impiegati. Gl’impresari non potevano valersi di biglietti di lire 500 per pagare i salari dei loro operai; ed i più degli impiegati non sono guari in caso di fare spese che ascendano a parecchie centinaia di lire. Quindi gli uni e gli altri furono e sono tuttodì costretti a ricorrere ai cambisti per ottenere quelle minute monete, indispensabili a sopperire alle loro spese giornaliere. Queste continue ricerche di numerario, fatte da gran quantità di gente, dovevano necessariamente fare scapitare i biglietti, sia perché i cambisti dovevano approfittare dell’insolito numero d’accorrenti ai loro scrigni, sia perché essi stessi, essendo costretti di andare in traccia di scudi, dovevano far sacrifizio per procacciarseli.

L’utilità de’ biglietti di un valore meno elevato è tale, che quei pochi di lire 250 che sono in circolazione riscuotono un’agio maggiore a paragone di quelli di lire 500 e di lire 1000.

Egli è dunque di somma urgenza che la Banca ponga in circolazione biglietti di lire 100. E ciò non solo coll’impiegarli nei pagamenti che fa quotidianamente, ma anche col darli a coloro che gli richiedessero in cambio dei già emessi biglietti di lire 1000 e di lire 500.

Si potrebbe diriggere [sic] alla Banca fondati rimproveri sul soverchio indugio recato nell’emissione di questi tanto necessari biglietti di lire 100. Sappiamo ch’essa adduce per iscusa la necessità in cui si è trovata di provvedere la carta che servire doveva alla loro stampa da un celebre fabbricante francese, che a motivo delle commissioni ch’esso riceve da ogni parte del mondo, non è molto sollecito nel servire la sua patria. Ma non crediamo che una tale scusa possa aversi per totalmente valida. La Banca di Genova doveva prevedere i ritardi del fabbricante francese, e quindi, nel mentre dava ogni disposizione per la creazione di biglietti, per quanto sia possibile perfetta, doveva, diciamo, ordinare la creazione di biglietti provvisori, ch’essa avrebbe poi ritirati a mano a mano che i biglietti di carta più alta sarebbero stati fabbricati. Questa doppia fabbricazione avrebbe certamente imposto un qualche sacrifizio alla Banca di Genova; ma ci pare ch’essa ritragga dall’imprestito, consentito al Governo, un compenso abbastanza largo, ond’essere moralmente tenuta a nulla tralasciare di ciò che renda men gravoso al pubblico il privilegio di cui ora godono i suoi biglietti.

Qualunque sia il torto che pel passato si possa ascrivere alla Banca di Genova, speriamo che adoprerà la maggior possibile diligenza e cura, onde il pubblico non venga ad esser privo più oltre del sussidio dei biglietti di lire 100. Ed ove per avventura la Banca andasse rimessamente e con negligenza in questa bisogna crediamo che il Governo sarebbe colpevole se non facesse modo che i patti sanciti dalla legge del 7 settembre vengano eseguiti non solo in ciò che torna a vantaggio della Banca, ma altresì in quei punti stabiliti a benefizio del pubblico.

Noi speriamo assai che l’emissione de’ biglietti di lire 100 varrà ad arrestare lo scapito crescente della carta bancaria, che anzi rialzerà il suo valore. Ma se le nostre speranze andassero fallite, se si riconoscesse che le transazioni che superano le lire 100 non bastano per alimentare la facile circolazione dei biglietti di banca ora in giro, noi non dubiteressimo di raccomandare al Governo ed al Parlamento di autorizzare la Banca a creare biglietti di lire 50; invocando in favore di questa misura il già citato esempio di contrade che possiamo considerare come nostre maestre nella pratica dei migliori economici sistemi, l’Inghilterra e la Scozia. E riservandoci di dimostrare allora quanto sia grave l’illusione di coloro che credono dipendere la quantità di numerario a cui si sostituisce una carta a corso coattivo, non già dalla somma totale da detta carta rappresentata, ma bensì dal valore minimun dei biglietti posti in circolazione.

La seconda causa da noi avvertita dello scapito dei biglietti è, da un lato le aumentate importazioni dall’estero, e dall’altro il menomato valore delle derrate che costituiscono; da cui nasce la necessità di spedire molto numerario all’estero a saldo dei nostri debiti.

La ricerca del numerario ne aumenta il valore a confronto dei biglietti, di cui è impossibile valersi oltre i confini dello Stato.

Questa causa non si può apporre a colpa né al Governo, né alla Banca; giacché da essi non stava, che molti degli apparecchi militari dovessero provvedersi all’estero; come pure che a cagione dei torbidi europei i nostri principali articoli d’esportazione, le sete, gli oli, i vini ed i risi soffrissero un notevole ribasso.

Questa causa sta per esercitare minore influenza, giacché gli apparecchi militari essendo assai inoltrati, cesserà in parte la necessità di fare straordinarie incette all’estero. Inoltre la migliorata condizione economica europea ci somministra argomento di sperare che continuerà ad accrescersi il favore che da qualche tempo si è manifestato su’ nostri articoli d’esportazione. Egli è quindi probabile che nell’anno 1849 non vi sarà sbilancio di rilievo fra le nostre importazioni e le nostre esportazioni, e che perciò una delle indicate cause dello scapito dei biglietti sparirà del tutto.

Dalle sovra esposte considerazioni risulta, che ove la perdita che soffrono i biglietti fosse solo prodotta dalle due prime indicate cause, essa non dovrebbe fare ulteriori progressi, ma anzi diminuire d’assai in un prossimo avvenire. Ma purtroppo il corso della nostra carta bancaria non dipende solo dal valore dei minimi biglietti, e dalle relazioni commerciali coll’estero, ma soffre la diretta influenza della politica finanziaria del Ministero, la quale molti temono dover arrecare nel nostro sistema economico le più gravi e funeste perturbazioni.

L’esame di questa terza e principale causa dello scapito dei biglietti sarà argomento di un terzo articolo.


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