[La Banca di Genova] [1]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 326 del 16 gennaio 1849

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Dallo specchio del bilancio della Banca di Genova, che riproduciamo in calce a quest’articolo, ricaviamo i seguenti dati:

l. Il numerario in cassa somma a
L.n.5.363.861,85
2. Le anticipazioni fatte al commercio, sia mediante lo sconto di cambiali, sia con prestiti sopra depositi di fondi pubblici, giungono a»7.193.482,07
3. Il credito aperto dalla banca alle pubbliche finanze, in dipendenza dal prestito di 20 milioni decretato dalla legge del 7 settembre, si residua a»5.575.000,00
4. La circolazione reale, cioè l’ammontare dei biglietti che sono in giro, è di»23.245.750,00

I due primi dati, posti a confronto, dimostrano che le transazioni ordinarie della banca rimangono entro limiti assai più ristretti di quelli che vengono tracciati dal suo statuto. Questi infatti prescrive che l’ammontare dei biglietti in circolazione, aumentato dalla somma ritenuta in conto corrente disponibile (ciò che costituisce il debito esigibile della banca), non deve mai eccedere il triplo del numerario racchiuso nelle casse della banca. Ora il numerario essendo di L. 5.363.861,85, i debiti dello stabilimento potrebbero ascendere a 16 milioni; mentre realmente non superano sette milioni e mezzo; astrazione fatta, ben inteso, dei biglietti dati al Governo a cagione del prestito dei 20 milioni.

Non analizzeremo le cause che mantengono in una sfera così ristretta le operazioni ordinarie della Banca di Genova; né ricercheremo se un tal fatto sia da attribuirsi al difetto di sufficiente carta negoziabile sulle piazze di Torino e di Genova, oppure all’abbondanza dei capitali privati che cercando nello sconto un impiego sicuro fanno concorrenza alla banca, o finalmente ad eccessiva prudenza per parte degli amministratori di quello stabilimento. Qualunque sia la causa reale dell’indicato fatto, lo notiamo con singolare soddisfazione, poiché egli prova incontrastabilmente che la Banca di Genova sarebbe in grado di allargare i sussidi ch’essa somministra all’industria ed al commercio, se le circostanze economiche del paese lo richiedessero, senza ricorrere a mezzi straordinari.

Il conto corrente del Governo indica quale sia l’importanza delle risorse straordinarie ch’egli può ricavare dalla Banca di Genova. Dei 20.000.000 tolti a mutuo da quello stabilimento, le finanze ne hanno già ritirato lire 14.425.000; possono tuttora disporre di lire 5.575.000.

Queste somme, assieme alle ultime rate dei prestiti obbligatori, debbono sopperire alle ingenti e straordinarie spese che gravitano sul pubblico erario. Non abbiamo dati precisi per valutare l’ammontare di queste rate: ma se i prestiti in complesso debbono produrre una somma di 42.000.000, siccome lo sperava il ministro Revel, non crediamo che possa valutarsi ad oltre il quarto di essa la somma tuttora ad incassarsi, cioè a 10.500.000 lire. Ciò essendo, i mezzi straordinari del Governo, a partire dal primo dell’anno, non supererebbero lire 16.000.000. Somma che, atteso le minori spese ordinarie dei mesi di gennaio e febbraio, può bastare pei bisogni del Tesoro sino al principio od alla metà di marzo.

La circolazione reale dei biglietti ascende, come già avvertimmo, a lire 23.245.750. Crediamo fermamente che una tale quantità di carta non sia fuori di proporzione col nostro stato economico, anzi siamo convinti che potrebbe aumentarsi, come necessariamente accadrà, sia col saldare il conto corrente del Governo, sia pel probabile accrescersi delle anticipazioni da farsi al commercio, senza gravi inconvenienti, sempre che le circostanze finanziarie del paese non peggiorino di molto, e purché si adoprino i mezzi necessari per rendere facile la sostituzione dei biglietti al numerario nelle quotidiane transazioni commerciali.

Questa nostra convinzione si fonda sull’esempio della vicina Francia, la quale è in condizioni economiche pari alle nostre. Ivi i biglietti della banca hanno un corso forzato, e la loro circolazione incontra in molte località difficoltà non minori che nelle nostre provincie. Ora vediamo dall’ultimo rendiconto della Banca di Francia, ch’essa aveva in giro quasi 420.000.000 di biglietti, diciotto volte e più l’ammontare dei biglietti emessi dal Banco di Genova.

Siccome le transazioni che si operano in Francia sono ben lungi dall’essere 18 volte maggiori di quelle che si operano nel nostro paese, è evidente che la circolazione della carta è mantenuta da noi in limiti più ristretti che nol sia dai nostri vicini. Eppure, a dispetto di ciò, i biglietti del Banco di Parigi non scapitano punto, mentre quelli del Banco di Genova soffrono una continua e progressiva perdita, che in questi ultimi giorni poteva valutarsi dal due al due e mezzo per cento.

Questa sfavorevole diversità nel valore delle carte dei due paesi, non può spiegarsi dalle migliori condizioni finanziarie ed economiche della Francia; giacché possiamo asserire, senza tema di cadere in errore, che le nostre finanze riposano su basi assai più salde delle francesi, e che gli sconvolgimenti dell’anno scorso produssero da noi conseguenze men durature e men funeste che nol fecero al di là delle Alpi.

Conviene dunque ricercare quali siano le particolari circostanze che operano una così funesta influenza sulla carta che circola da noi, onde vedere se sia possibile il rimediarvi con opportuni provvedimenti.

Non occorre insistere sulla massima importanza di una tale ricerca, giacché ognuno, che non sia del tutto ignaro delle leggi economiche che reggono la società, deve sapere come la stabilità dell’agente della circolazione sia prima ed indispensabile condizione del mantenimento e dello svolgimento della ricchezza pubblica e privata. Crediamo quindi che non tornerà discaro ai nostri lettori, ad onta della serietà dell’argomento, che venga discussa nel nostro giornale questa grave questione, a cui non pare che pensi il ministro delle Finanze, abbenché gli corra obbligo preciso di vegliare di continuo sulle cause che turbar possono il regolare andamento economico della società. Dobbiamo anzi tutto toccare dell’errore popolare che imputa lo scapitare dei biglietti alle arti, ai raggiri di alcuni avidi speculatori o cambisti.

Una tale imputazione è affatto priva di fondamento. Gli speculatori e cambisti non esercitano d’ordinario maggior influenza sul corso dei biglietti che nol facciano sull’agio relativo dell’oro e dell’argento.

Ciò che prova la verità di quest’asserzione, si è che i cambi coll’estero, sui quali i cambisti non esercitano influenza di sorta, seguono variazioni analoghe a quelle dei biglietti all’interno.

Infatti da noi i cambi su Parigi e su Londra non han cessato di rialzarsi contemporaneamente al progressivo scapitare dei biglietti. Ora che questi perdono il due ed il due ed un quarto per cento, il cambio sopra Parigi è a 102; cioè bisogna pagare qui lire 102 per ricevere fra un mese 100 franchi a Parigi.

Se lo scapito dei biglietti fosse il risultato di una speculazione fittizia, e non di reale difetto di numerario, i banchieri, che debbono trasmettere fondi all’estero, non acquisterebbero delle cambiali a così caro prezzo, ma trasmetterebbero ai loro corrispondenti del numerario che verrebbe trasportato con un sacrifizio molto minore di quello che risulta dall’indicato corso dei cambi.

Se le cambiali che si pagano con biglietti à mantengono ad un prezzo cotanto elevato, si è perché i commercianti non possono procurarsi degli scudi senza una perdita, che è quella che costituisce anche lo scapito reale della carta in circolazione.

Conviene dunque riconoscere essere l’avvilimento del valore dei biglietti effetto di cause generali, affatto indipendenti dall’azione dei cambisti e dei banchieri.

Noi crediamo poter ripetere quest’avvilimento da tre cause principali:

  1. Al difetto de’ biglietti di un valore minore di quelli in corso.
  2. All’ammontare dei debiti contratti all’estero in seguito alle incette fatte per gli apparecchi della guerra, unitamente al minore valore delle derrate che costituiscono il nostro commercio d’esportazione.
  3. All’incertezza in cui è mantenuto il pubblico sui progetti finanziari del Ministero, e sul timore generalmente invalso negli spiriti ch’esso non sia alieno dal ricorrere, per sostenere quella politica disperata, proclamata dal sig. Buffa , e vantata ogni giorno dalla Concordia, al funesto e deplorabile mezzo della carta moneta.

In un secondo articolo esamineremo l’influenza fatale da queste tre cause esercitata, ed i mezzi di recarvi rimedio.



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