Inghilterra. Rassegna degli atti principali dell’ultima sessione del Parlamento inglese

«Il Risorgimento», Anno I, numero 12 del 13 gennaio 1848

In un primo articolo abbiamo esposte le cause che determinarono il Ministero inglese a radunare quasi straordinariamente il Parlamento nello scorso dicembre. Passeremo ora a breve rassegna le principali questioni in esso trattate.

Il Ministero ricorreva specialmente alla suprema autorità legislativa per far sanzionare l’atto extra-legale, col quale aveva infranto la legge regolatrice delle operazioni del Banco, e affine di provvedere con mezzi straordinari al mantenimento della pace pubblica in Irlanda. Il Banco e l’Irlanda furono perciò i principali argomenti alle dichiarazioni delle Camere inglesi.

La questione del Banco traeva seco l’esame delle cause che avevano prodotto quella terribile perturbazione commerciale e finanziera, dalla quale l’Inghilterra non si è ancora del tutto riavuta. Epperciò il Ministero, prima di chiedere un voto d’approvazione per l’esercizio del potere legislativo, propose alla Camera dei comuni di istituire un comitato d’inchiesta, cui fosse commesso l’incarico, prima di ricercare le cagioni della crisi, quindi di esaminare se fosse stata aggravata o menomata dall’atto che limita l’emissione dei biglietti del Banco d’Inghilterra; finalmente pronunziasse giudizio sull’atto extra-legale del Ministero.

Questa proposizione, da nessun partito contrastata, diede luogo tuttavia a lunghi ed animati dibattimenti. I tenaci propugnatori del sistema protettore, non rassegnati ancora all’abolizione delle leggi cereali e dei monopoli commerciali, cercarono di mostrare essere stata la crisi una conseguenza diretta della nuova politica economica, della libertà degli scambi. Ma il Ministero, coll’efficace aiuto di sir Roberto Peel, non durò fatica a dimostrare in modo incontrastabile che i disastri, da cui l’Inghilterra era stata afflitta, dovevano attribuirsi ad una serie di calamità, le quali non era dato a nessun umano potere d’antivenire; aggravate bensì, sia dalle imprudenti ed eccessive speculazioni commerciali, sia dal soverchio favore dal Parlamento conceduto alle imprese delle strade ferrate. Infatti la Gran Bretagna fu per due anni consecutivi afflitta da quasi generale carestia, cagionata dalle scarse ricolte de’ cereali, e da quella misteriosa e terribile malattia delle patate, che tolse tanta parte del cibo principale della popolazione dell’Irlanda e della Scozia settentrionale.

Per sopperire a tanta mancanza, l’Inghilterra dovette trarre a caro prezzo, da tutte le parti del mondo, quantità enormi di derrate, e ciò col sottrarre all’industria ed al commercio usuale una gran quantità dei capitali in essi impiegati. Mentre il raccolto delle grasce falliva in Inghilterra, quello del cotone in America era poco copioso: doppia calamità per la Gran Bretagna, costretta così da un lato a straordinari sacrifici pel mantenimento delle sue popolazioni, dall’altro forzata a veder menomati i suoi mezzi di ripararvi, a mancanza della materia prima, che alimenta la principale delle sue industrie, quella del cotone.

A queste due cagioni di perturbazioni commerciali, indipendenti da ogni umana prudenza, si aggiungevano le enormi e crescenti esigenze delle imprese di strade ferrate, le quali, spinte oltre ogni calcolo ragionevole, avevano assorbite ed assorbivano di continuo una quantità ognora crescente dei capitali disponibili del paese.

È oramai impossibile il disconoscere, direi quasi l’esagerare l’importanza economica ed i vantaggi d’ogni specie delle strade ferrate; nondimeno è pure innegabile, che se in un paese vuolsi consacrare alla loro immediata costruzione capitali molto maggiori di quelli creati via via coi risparmi della nazione, o che possono essere dal credito procacciati, l’industria ed il commercio difetteranno di capitali, epperciò saranno gravemente impediti nelle loro quotidiane operazioni.

Gli eccessi adunque nelle imprese di strade ferrate furono una delle precipue cause della crisi che dal 1838 al 1840 scosse fin dalle sue basi il credito americano: pari eccessi aggravarono d’assai la crisi dell’anno scorso in Inghilterra.

Il fin qui detto basta a chiarire che l’Inghilterra dovette ad un tempo provvedere coi capitali disponibili agli acquisti straordinari di derrate alimentari, al maggior costo del cotone, quindi alle angustie della prima fra le sue industrie; e finalmente alle esigenze enormi delle imprese delle strade ferrate.

Una sola di queste tre cause sarebbe di per sé bastata ad angustiare il commercio e l’industria. Tutte e tre riunite dovevano ridurlo in quelle dolorosissime condizioni in cui lo abbiamo per più mesi veduto. Se si considera la gravità di queste cause perturbatrici, si avrà men stupore del numero e della importanza delle accadute catastrofi commerciali, che della prontezza con cui l’edifizio economico della Gran Bretagna si è rassodato, luminosa prova dell’immensa potenza produttrice di quella grande nazione.

Altre cause di minor momento s’aggiunsero a quelle prime, e resero più grave la crisi. Ne accenneremo una sola, perché si trasse dietro per conseguenza immediata i maggiori disastri commerciali. Il Ministero Russell, seguendo nella via delle riforme economiche le orme gloriose del suo predecessore, sir Roberto Peel, fece decretare dal Parlamento, nella sessione del 1846, l’abolizione del monopolio delle colonie produttrici di zucchero, togliendo via con rapida progressione i dazi differenziali che gravavano gli zuccheri esteri. Questa grande riforma, che a buon diritto può dirsi una rivoluzione intera dell’antico sistema coloniale, è destinata a produrre per l’Inghilterra e per tutto il mondo economico i più salutari effetti. Ma, come tutti i grandi cambiamenti politici ed economici, doveva trar seco uno stato di transizione tanto più doloroso per le colonie inglesi, quanto che non eransi ancora pienamente riavute dalla crisi prodotta dall’abolizione della schiavitù. Il prezzo dello zucchero diminuì in seguito alle proclamate riforme daziarie, i capitali impegnati nell’industria coloniale immensamente scapitarono. E così tutti i negozianti che trafficavano colle colonie trovaronsi nelle più dure angustie.

Infatti fu la classe che soffrì maggiormente, quella in cui accaddero le catastrofi che spaventarono maggiormente l’Inghilterra, e produssero nel mondo commerciale uno stupore più grande. E veramente quando si vide fallire la casa Neid Yowing per 40.000.000 di franchi, la casa Cocquereel per 20.000.000, e parecchie altre trafficanti colle colonie per somme maggiori, la diffidenza fu universale, ed uno dei primari rami di commercio rimase per alcun tempo affatto screditato.

Queste principali cagioni della crisi inglese, qui di volo accennate, svolte mirabilmente dai primi oratori e statisti d’Inghilterra, non lasciarono alcun dubbio nella mente della maggiorità della Camera dei comuni. Se, per quel rispetto alla minorità, che tanto onora le assemblee inglesi, tutti i capi dell’opposizione furono chiamati a far parte del comitato d’inchiesta, questo fu nullameno composto in maggior numero di esperti fautori delle sane dottrine economiche.

Questo comitato diede principio ai suoi lavori. Li proseguirà durante la prossima sessione del Parlamento. Quando sien fatti di pubblica ragione, essi ci daranno, non ne dubitiamo, irrecusabili prove di una verità, già per noi chiara, cioè che le massime di libertà commerciale, lungi dall’avere prodotta la crisi inglese, ne diminuirono la gravezza, rendendola meno lunga, e meno difficile a sanare.

I tristi casi dell’Irlanda chiamavano tutta la sollecitudine del Parlamento, non meno della crisi finanziera. In alcune parti di quell’isola infelice le popolazioni inasprite dai lunghi mali della dura condizione sociale, fatta più dolorosa ed insopportabile per due anni consecutivi di carestia e di fame, si erano in certo modo costituite a guerra aperta, e contro il Governo, contro i possessori di terre, da essi tenuti primi autori delle loro miserie.

Senza voler qui esaminare le cause vere della condizione sociale dell’Irlanda, e ricercare chi ne abbia la colpa, basti per ora il dire, che in molte contee, e segnatamente in quelle della parte meridionale dell’isola, le cose erano giunte a segno, che ogni giorno accadevano nuovi omicidi, perpetuati apertamente nel più barbaro modo. I magistrati, i possessori minacciati di continuo di perdere la vita, trasformato avevano le loro case in altrettante fortezze, donde non uscivano mai, se non armati di tutto punto e con un corteggio di soldati, o di famigli apparecchiati pur essi alla certa guerra civile.

E ciò che rendeva più spaventoso quello stato di cose, si era che parte del clero cattolico, sia per antipatia religiosa dei proprietari protestanti, sia perché la loro mente rimanesse turbata dalle orrende miserie delle loro greggie, in vece di sedare i moti popolari, li scusavano perfin nell’esercizio del loro santo ministero e giungevano a rappresentare i più orrendi omicidi quali legittime vendette.

Il Ministero, per frenare tanti e si gravi disordini, chiese al Parlamento poteri straordinari, senza però contraddire alle massime di legalità sulle quali poggia la costituzione inglese. Lasciando intatta la libertà individuale, quella della stampa ed il diritto di petizione, si ristrinse a proporre che si aumentasse la forza pubblica nelle contee che sarebbero dichiarate dal lord luogotenente in istato di perturbazione; che si vietasse l’uso delle armi in queste contee; e s’imponesse l’obbligo, sotto pena di severi castighi, a tutta la popolazione maschia maggiore d’anni venti di cooperare, quando ne fosse richiesta dalle autorità, alla ricerca ed all’arresto degli individui rei dei più gravi delitti.

Mentre il Ministero proponeva al Parlamento queste necessarie, ma dolorose risoluzioni, dichiarava in modo solenne che stava maturando importanti provvedimenti per recare efficace rimedio ai vizi dello stato sociale irlandese, che avrebbe sottoposti alla sanzione del Parlamento nella prossima regolare sessione.

Oltre le due questioni vitali sovra riferite, il Parlamento trattò pure altri argomenti di rilievo. Una legge per l’emancipazione assoluta degli israeliti fu presentata alla Camera dei comuni; letta una seconda volta a gran pluralità di suffragi, dovrà ancora essere sottoposta ad un ultimo dibattimento. Ci riserviamo di trattare allora questa grave questione, che ha per noi piemontesi, oltre al merito intrinseco, quello pure di una grande opportunità.

Noteremo ancora come il Parlamento tentasse rallentare con provvide leggi l’opera delle strade ferrate.

La politica estera non ebbe gran dibattimenti in questa sessione. Tuttavia, essendo questa d’interesse massimo per noi italiani, ne faremo argomento di un apposito articolo.

C. Cavour


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