Inghilterra

Mezzo di pubblicazione: giornali

«Il Risorgimento», Anno I, numero 7 del 7 gennaio 1848

Le Camere inglesi sono chiuse. Dopo breve sessione sono state prorogate sino ai tre del venturo febbraio.

Non ostante i molti e gravi affari che aspettano tuttavia uno scioglimento, i membri del Parlamento, pari e deputati, ministri ed oppositori, inglesi, irlandesi e scozzesi, tutti convennero di sospendere le sedute per tornarsene alle case loro, ed ivi tranquillamente celebrare il Natale ed il capo d’anno secondo le antiche usanze della Gran Brettagna, che fa del Natale la maggior festa domestica dell’anno, nella quale parenti ed amici si riuniscono in fratellevole brigata. Così quella nazione innovatrice dall’un canto, dall’altro eminentemente conservatrice, sa in mirabil guisa contemperare queste due grandi virtù di una matura civiltà.

D’ordinario il Parlamento s’apre sul finire del mese di gennaio, in grazia appunto delle feste accennate. Quest’anno la gravità della crisi che ha travagliato l’Inghilterra, e la necessità di ottenere la sanzione legislativa alle determinazioni extralegali prese dal Ministero rispetto alla Banca, rende necessaria una riunione anticipata del Parlamento, diremo quasi una sessione straordinaria.

Ecco in brevi parole i particolari dell’atto extra-legale del Ministero, da noi accennato. Essendosi dovuto nel 1844 rinnovare il privilegio del quale godeva la Banca d’Inghilterra, il Parlamento, dietro la proposta di quel primo fra gli statisti moderni, sir Roberto Peel, regolò con norme precise la quantità dei biglietti da emettersi dal gran banco nazionale e dagli altri secondari. Per l’addietro la facoltà di emettere biglietti era in certo modo limitata soltanto dall’obbligo di rimborsarne l’ammontare in oro: fu stabilito che d’ora in poi il numero dei biglietti posti in circolazione non avesse ad eccedere il valore di 14.000.000 di lire sterline, ossia 360.000.000 di lire circa, se non in quantità eguale al numerario effettivo ritenuto dal banco nelle sue casse.

Così la Banca, possedendo 5.000.000 di lire sterline in oro, poteva emettere 19.000.000 di lire sterline di biglietti; ne poteva emettere 20.000.000, quando avesse avuto in oro 6.000.000.

A meglio assicurare l’effetto di questo provvedimento legislativo, l’amministrazione del Banco fu divisa in due dicasteri affatto distinti, ed in certo modo indipendenti l’uno dall’altro. Il primo, detto dicastero delle emissioni, senza relazione col pubblico, non ha altro ufficio che di vegliare alla fabbricazione dei biglietti, ed a non lasciarne mettere in giro oltre il numero prescritto dalla legge. L’altro dicastero, detto più specialmente del banco, è incaricato di trattare tutti gli affari col pubblico e col Governo; decide gli imprestiti, riceve i depositi, opera gli sconti e gli avanzi.

Mercé di questa provvida legge la Banca attraversò la terribile burrasca, che tanto travagliò il commercio inglese, in modo che non ebbe a soffrire niuna perdita, incontrare niun sacrificio. Il suo credito non vacillò, ed anche nel più forte della crisi i suoi biglietti non iscapitarono in alcun modo. La sua riserva metallica fu sempre abbondante, e non venne stimata mai sotto gli otto milioni di sterline. La saviezza dei provvedimenti della legge del 1844 si mostrò pienamente in queste strettezze; quantunque la crisi dell’anno scorso sia stata molto più grave di quella del 1839, pure la Banca non corse gli stessi pericoli. Mentre in quell’anno la riserva metallica diminuì a segno che si dovette pensare un momento a sospendere i pagamenti in oro, in questo la Banca ebbe sempre mezzi soprabbondanti per soddisfare ai suoi obblighi. E così l’Inghilterra, afflitta da infiniti disastri commerciali, mantenne sempre immote le basi delle sue grandi istituzioni di credito.

Ma per serbare inviolate le prescrizioni della legge, il Banco dovrebbe elevare progressivamente la ragione dell’interesse, restringere i suoi sconti, diminuire i prestiti solitamente consentiti sovra i depositi delle pubbliche cartelle. Tuttavia ad onta di questi mezzi restrittivi, i bisogni dell’industria e del commercio andarono crescendo nei mesi di agosto e di settembre a segno tale, che il Banco vide la circolazione de’ suoi biglietti giungere all’estremo limite segnato dalla legge. Fu costretto allora di ricorrere ad un estremo provvedimento, di riscuotere qualunque nuovo imprestito.

Questa deliberazione, fatta pubblica nei primi giorni di ottobre, raddoppiò le angustie del commercio, produsse uno stupore universale. All’annunzio che la Banca sospendeva i suoi prestiti, ogni credito privato isterilí; le operazioni commerciali parvero sospese; nessuno volle più concedere dilazioni ai debiti scaduti; rimase quasi impossibile anche alle case bancarie di maggior riguardo di valersi dell’immenso loro credito per procurarsi i mezzi più atti a soddisfare ai loro impegni.

La crisi giunse al suo apice. Sin allora non erasi avuto da lamentare, se non la rovina di alcune case, che per mal intese speculazioni nei cereali e nel generi coloniali, per soverchio speculare nell’imprese delle strade ferrate, o per abuso del credito che tanto facilmente s’otteneva ne’ tempi antecedenti, avevano in qualche modo meritato la loro sventura. Ma nell’ottobre molte case riputate solidissime, stimate per la specchiata loro probità, e la provata loro prudenza, caddero senza che fosse possibile ascrivere i loro fallimenti ad altra causa, se non se all’impossibilità di realizzare prontamente le mercanzie, i capitali che possedevano.

In mezzo a tanti disastri, lagnanze universali, rimproveri eccessivi sorsero contro il Banco, contro la legge di sir Roberto Peel, contro il ministro che ne manteneva la stretta osservanza.

Infatti pareva cosa crudele, quasi insensata, il volere il Banco negare ogni aiuto al commercio travagliato da così terribile burrasca, e rifiutare qualunque imprestito malgrado della validità delle garanzie, dell’incontrastato valore dei pegni che gli si profferivano; e ciò mentre le sue casse riboccavano d’oro, e la sua riserva metallica era molte volte maggiore di quanto era stato giudicato bastevole nelle crisi antecedenti.

Il pubblico ricordava con dolore i casi, nei quali il Banco si era spogliato di quasi tutta la sua riserva metallica per sovvenire ai bisogni del commercio; giungeva sino a far desiderare i tempi funesti della guerra, allora quando i biglietti di banco messi in corso forzato non erano limitati in quantità.

Il Ministero rimase a lungo saldo contro ogni richiamo, ogni assalto. A tutti gli indirizzi, a tutte le preghiere che gli venivano sporte, rispondeva parole di condoglianza, di speranze, ma protestava volere eseguire le prescrizioni della legge. Così, fin tanto che esso credette la crisi una conseguenza funesta e deplorabile bensì, ma ineluttabile dei disastri, che per volere della, Provvidenza avevano ripetutamente percosso la Gran Brettagna, od un giusto, gastigo delle speculazioni eccessive, delle mal intese, transazioni commerciali di molti individui, rimase saldo al negare ogni intervento del Governo.

Più volte il Ministero in queste difficili circostanze ripete la gran verità: che i corpi politici, come i corpi umani vanno soggetti a certi mali, pei quali l’arte dello statista, come l’arte del medico, non ha rimedi efficaci. Mali che s’aggravano con inopportune medicine, ai quali è saviezza somma lasciare libero corso, fidando interamente nella robusta costituzione delle società politiche, dell’umana complessione.

Gran verità, lo ripetiamo, che non si potrà mai abbastanza inculcare ai popoli ed ai governi; a questi per temprare lo stolto orgoglio che così spesso inspira loro il funesto pensiero di mettersi in luogo della Provvidenza, a quelli per moderare le pericolose loro esigenze nei tempi procellosi.

Tuttavia il Ministero inglese, opportunamente giudicando che alle cagioni reali della crisi, altre se ne aggiungessero di fittizie, prodotte solo dallo sfiduciamento che dominava le classi industriali, credette giunto il caso di dare qualche provvedimento governativo, il quale avesse per effetto di sedare la generale inquietudine e rassicurare i capitalisti.

Perciò, togliendo sopra di sé il grave carico di modificare per tempo una legge sancita dal Parlamento, autorizzò i direttori della Banca ad estendere la circolazione dei biglietti oltre i limiti segnati dallo statuto del 1844, ponendo tuttavia l’obbligo di mantenere, finché durasse un tale stato anormale, la ragione dell’interesse all’otto per cento.

Compiuto quest’atto di supremo arbitrio, contrario alla stretta legalità, il Ministero dichiarò voler radunare prontamente il Parlamento, perché giudicasse della sua procedura, in questa forzata usurpazione sul potere legislativo.

Quantunque la migliorata condizione del credito pubblico abbia fatto sì che il Banco non si valse della facoltà extra-legale accordatagli dal Ministero, e che perciò non fu in niun modo violata nessuna delle prescrizioni dello statuto del 1844, tuttavia persistette nella sua risoluzione, e contraffacendo alle consuetudini parlamentari, convocò le Camere pei 28 di novembre.

La condotta di lord John Russell e de’ suoi colleghi, in questi casi difficili, fu degna d’ammirazione. Essi seppero accoppiare l’energia delle grandi determinazioni, allo scrupoloso rispetto della legalità. Mirabile esempio, che raccomandiamo all’attenzione di tutti i ministri, i quali hanno la sorte di reggere i destini dei popoli godenti i benefici della libertà legale.

Se il desiderio del Ministero di vedere prontamente convalidata dal Parlamento l’infrazione commessa alla legge, fu la causa prima dell’anticipata riunione delle Camere inglesi, il bisogno di provvedere ai tristi casi dell’Irlanda lo spronava pure ad un tal passo.

In quell’isola disgraziata la miseria, le discussioni politiche, i cattivi ordinamenti sociali produssero in alcune contee specialmente, immensi disordini, delitti tremendi, uno stato quasi perenne di guerra servile.

Le leggi comuni furono riconosciute impotenti a frenare un tanto male. Il lord luogotenente dell’Irlanda, lord Clarendon, uno degli uomini di Stato tenuti in maggior conto per la larghezza dei principi, la liberalità delle opinioni, dovette, suo malgrado, richiedere istantemente dai ministri suoi colleghi i mezzi straordinari di repressione.

Quantunque il Ministero avesse assunto il potere, appunto per aver resistito con successo ai provvedimenti eccezionali che sir Roberto Peel proponeva per l’Irlanda diciotto mesi prima, riconosciuta la gravità del male che seguitava a travagliare quella parte dell’impero, non dubitò di dichiarare che, nel riunire così per tempo il Parlamento, era mosso dalla necessità di frenare con mezzi straordinari i crescenti disordini in Irlanda.

Con questi due capitali oggetti, il Banco e l’Irlanda, il Ministero aperse l’ultima sessione. In un altro articolo diremo delle cose importanti fatte nella chiusa sessione, de’ provvedimenti sanciti, e di quelli più importanti ancora che aspettano sanzione dal riconvocato Parlamento.


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