Influenza delle riforme sulle condizioni economiche dell’Italia

«Il Risorgimento», Anno I, numero 1 del 15 dicembre 1847

La nuova vita pubblica che si va rapidamente dilatando in tutte le parti d’Italia, non può non esercitare un’influenza grandissima sulle sue condizioni materiali. Il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico. Un popolo governato da un benefico Principe che progredisce nelle vie della civiltà, deve di necessità progredire in ricchezza, in potenza materiale. Le condizioni dei due progressi sono identiche. Le virtù cittadine, le provvide leggi che tutelano del pari ogni diritto, i buoni ordinamenti politici, indispensabili al miglioramento delle condizioni morali di una nazione, sono pure le cause precipue de’ suoi progressi economici.

Là dove non è vita pubblica, dove il sentimento nazionale è fiacco, non sarà mai industria potente. Una nazione tenuta bambina d’intelletto, cui ogni azione politica è vietata, ogni novità fatta sospetta e ciecamente contrastata, non può giungere ad alto segno di ricchezza e di potenza, quand’anche le sue leggi fossero buone, paternamente regolata la sua amministrazione.

La storia degli ultimi tre secoli, come anche lo stato presente delle nazioni europee, porgono molte ed incontrastabili prove di questa grande verità.

In tutti i paesi dove dal cadere degli ordini feudali non vi furono progressi politici, o l’industria non sorse, o languì appena sorta, e non di rado indietreggiò. In quelli le cui sorti politiche andarono migliorando, in cui la nazione fu chiamata a partecipare dell’opera governativa, l’industria crebbe di continuo; in alcuni ingigantì a segno da riempiere il mondo delle sue meraviglie. Infatti si paragoni la Spagna coll’Inghilterra. Sul principio del secolo scorso, la prima, già declinante da oltre cent’anni, pareggiava tuttavia la seconda in ricchezze ed in potere. Se più energicamente operoso era il popolo britannico, più esteso, più ricco era l’ispano, più numerose e fiorenti erano le colonie che esso aveva fondate nelle quattro parti del mondo. Entrambi, dopo il trattato d’Utrecht, godettero di pace interna non interrotta, e se furono turbati da guerre estere, soggiacquero egualmente a varia fortuna. Se gloriosa e proficua per l’Inghilterra fu la guerra dei sette anni, retta dall’ingegno potente di lord Chatham, disastrosa tornò per essa quella dell’indipendenza americana. Eppure sul finire del secolo decimottavo la condizione economica relativa delle due contrade era intieramente mutata. Mentre l’impero britannico, dove largo era stato il viver pubblico, dove gli ordinamenti politici erano andati di continuo progredendo, trovavasi cresciuto d’industria, di ricchezze, di forze a tal segno da poter resistere quasi solo alla furia della rivoluzione francese ed alla soverchiante potenza di Napoleone; la Spagna di rincontro, ad onta dei non ancora diminuiti suoi Stati, ad onta dell’indole energica de’ suoi abitanti, ad onta delle ricchezze naturali del proprio suolo e di quelle che le sue colonie le fornivano in copia, era, per colpa di un governo nemico acerrimo delle novità, caduta si basso da non poter più esercitare sulle cose d’Europa la menoma influenza.

Dalla storia delle altre nazioni civili si potrebbero desumere nuovi argomenti al nostro assunto: restringendoci tuttavia all’Italia, faremo notare che se fra i vari Stati che la compongono, il Piemonte andò quasi sempre distinto per i suoi progressi economici, questo si debbe massimamente al savio e mite governo de’ suoi principi, i quali, secondando lo spirito dei tempi, seppero introdurre nello Stato opportuni cambiamenti; si debbe all’aver avuto nel decimottavo secolo, come nel decimonono, due principi entrambi riformatori; si fu perché il gran re Carlo III apparecchiò le vie dell’opera riformatrice al magnanimo Carlo Alberto.

Le condizioni economiche di un popolo sono favorevoli quant’è possibile, sempreché il moto progressivo si operi in modo ordinato. Tuttavia l’industria per isvolgersi e prosperare abbisogna a segno tale di libertà, che non dubitiamo affermare essere i suoi progressi più universali e più rapidi in uno Stato, inquieto si, ma dotato di soda libertà, che in uno tranquillo, ma vivente sotto il peso di un sistema di compressione e di regresso. Così la Spagna, ad onta delle guerre civili, degli sconvolgimenti politici, dei disordini amministrativi, che la travagliano da quasi vent’anni, ha progredito assai più dal lato economico in questo periodo di tempo, che non avesse fatto durante i regni pacifici e quieti dei successori di Filippo II e dei re della stirpe borbonica. Ond’è che i moti violenti sono stati meno funesti all’industria ispana, che la calma dell’oscurantismo. Essa crebbe in mezzo alle tempeste civili, giacque prostrata sotto il tranquillo dominio di un despotismo avverso ad ogni cambiamento.

Pienamente convinti di queste verità, proclamiamo con franchezza essere il risorgimento politico italiano, che si celebra con fratellevole entusiasmo in Romagna, in Toscana ed in Piemonte, segno indubitabile di un’era novella per l’industria ed il commercio della nostra patria.

Noi abbiamo fede intera nelle sorti future dell’industria italiana; non tanto per le benefiche riforme operate dai principi nostri, non tanto per quella massima della lega doganale, per le condizioni interne ed esterne dell’Italia avviantesi a rapidi miglioramenti; ma principalmente perché confidiamo veder ridestarsi nei nostri concittadini, animati da generoso e concorde spirito, chiamati a nuova vita politica, quell’ingegno, quell’operosità, quell’energia, che fecero i loro maggiori illustri, potenti e ricchi nei tempi di mezzo, quando le fabbriche fiorentine e lombarde, quando i navigli di Genova e Venezia non avevano rivali in Europa. Si, abbiamo fede nell’ingegno, nell’energia, nell’operosità italiana, più atti a far progredire il commercio e l’industria che non le protezioni eccessive e gl’ingiusti privilegi.

Questo giornale s’adoprerà con ogni suo potere a spingere e propagare questo moto di risorgimento economico. Ricercherà i fatti che possono essere utili al commercio ed all’industria agricola e fabbrile. S’applicherà a diffondere le buone dottrine economiche, combattendo le false, figlie d’antichi pregiudizi, o pretesto a particolari interessi. Avrà cura di svolgere ogni questione che, direttamente od indirettamente, si riferisca alla produzione ed alla distribuzione delle ricchezze.

Il giornale non dubiterà di dichiararsi apertamente per la libertà dei cambi; ma cercherà di muovere prudente nella via di libertà; adoprandosi acciò la transizione si effettui gradatamente e senza gravi perturbazioni. Epperò, se darà quanto può efficace cooperazione, affinché, tolta ogni dogana interna italiana, costituiscasi l’unità economica della penisola; consiglierà dall’altro lato un procedere continuo, ma energicamente moderato nelle riforme dei dazi che gravano i prodotti esteri.

Prevedendo che a poco a poco l’adito dei nostri mercati dovrà farsi libero alla concorrenza forestiera, sarà debito del giornale il ricercare i mezzi più acconci per combatterla e vincerla. Ond’è che si farà a promuovere le istituzioni di credito, le scuole professionali, le onorificenze industriali; mezzi, che, adoperati accortamente, daranno un rapido sviluppo ai vari rami d’industria che mirabilmente si confanno alle condizioni dell’Italia, che fra breve forse l’innalzeranno a prender posto fra le prime potenze economiche del mondo.

Ma l’aumento dei prodotti nazionali non sarà il solo scopo economico che il giornale prenderà di mira: esso metterà eguale o maggior cura nella ricerca delle cause che influiscono sul benessere di quella parte della società, che più direttamente contribuisce a creare la pubblica ricchezza: la classe degli operai. Gli è perciò che tutti coloro che intrapresero volonterosi la pubblicazione di questo foglio, unanimemente dichiarano che non avrebbero per buono, per veramente utile al paese alcuno aumento di ricchezze, se ai benefici di esso non partecipassero coloro che vi ebbero parte, la massima parte, gli operai. L’edificio industriale che per ogni dove s’innalza, è giunto e giungerà ancora a tale altezza da minacciare rovine e spaventose catastrofi, se non se ne afforzano le fondamenta, se non si collega più strettamente colle le altre parti di esso, la base principale su cui poggia la classe operante col renderla più morale, più religiosa; col procacciarle istruzione più larga, vivere più agiato.

Pronti a combattere tutto ciò che potrebbe sconvolgere l’ordine sociale, dichiariamo però considerare come stretto dovere della società il consacrare parte delle ricchezze che si vanno accumulando col progredire del tempo al miglioramento delle condizioni materiali e morali delle classi inferiori.

L’Inghilterra, quel paese dei grand’insegnamenti, troppo a lungo trascurò questo sacro dovere. Mentre i suoi grandi empori commerciali, i suoi immensi centri industriali crescevano giganti; mentre Liverpool e Manchester, in poco più di settant’anni, da umili borgate trasformavansi in città colossali; mentre nelle contee di Lancaster, di York ed altre vicine, i capitali si accumulavano a milioni, nulla si facea dal Governo, e poco dai privati, per sovvenire ai bisogni intellettuali e morali delle nuove popolazioni, che il commercio e l’industria concentravano in quelle parti del regno. Gli effetti di questa consapevole trascuranza, quantunque funestissimi, rimasero lungo tempo inosservati. Ma quando furono fatti palesi dai crescenti disordini popolari, e dai moti minacciosi delle associazioni cartiste, il Parlamento ed il pubblico furono costretti d’indagarne le cause e di appurare lo stato degli operai nei gran centri industriali e commerciali.

Uno spaventevole spettacolo risultò da queste investigazioni. L’Inghilterra s’accorse con terrore, che se in cima dell’edifizio sociale splendeva una classe illuminata, energica, doviziosa, nelle basse regioni i più giacevano privi di lumi, di cognizioni morali, orbi d’ogni sentimento religioso, ed alcuni in si abbietto stato, da ignorare persino il nome di Dio, quello del divin Redentore!

Il Governo ed il pubblico, commossi a tanto disordine sociale, s’accinsero a portarvi rimedio con quella mirabile energia, che distingue la forte schiatta anglo-sassone. Questi sforzi basteranno essi a sanare del tutto l’orribile piaga? Noi vogliamo sperarlo.

Ma l’esempio dell’Inghilterra ci stia di continuo avanti gli occhi. Impari da esso l’Italia, ora che sta accingendosi a percorrere le vie industriali, ad avere in gran pregio le sorti delle classi popolari, ad adoprarsi con sollecite cure ed incessanti al loro miglioramento.

Per andare esenti dai mali che travagliano la Gran Bretagna, procuriamo di svolgere quegl’istinti [sic] benefici, i quali onorano la storia nostra passata e presente, sottoponendoli tuttavia a quelle regole scientifiche, l’osservanza delle quali è indispensabile a rendere efficaci e veramente fruttiferi i provvedimenti diretti al sollievo delle umane miserie. Facciamo si che tutti i nostri concittadini, ricchi e poveri, i poveri più dei ricchi, partecipino ai benefici della progredita civiltà, delle crescenti ricchezze, ed avremo risolto pacificamente, cristianamente il gran problema sociale, ch’altri pretenderebbe sciogliere con sovversioni tremende e rovine spaventose.

C. Cavour


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