Il voto della Camera dei comuni d’Inghilterra

«Il Risorgimento», Anno III, numero 777 del 4 luglio 1850

Dopo una discussione memorabile, che si protrasse per ben quattro tornate, ed alla quale parteciparono gli uomini di Stato i più distinti dell’Inghilterra, i capi di tutte le varie e numerose frazioni politiche che militano nell’arena parlamentare, la Camera dei comuni alla maggioranza di 46 sopra 586 votanti sanzionò con solenne approvazione la politica estera del ministero Russell-Palmerston. La lotta fu viva, e l’esito, rimasto per qualche tempo incerto, tenne, in sospeso gli animi non solo della Gran Bretagna, ma dell’intera Europa.

Al vedere la potente e strana coalizione che si era formata contro il Gabinetto; al vedere i seguaci liberi scambisti di sir Robert Peel riuniti alle falangi compatte del partito protezionista trovare ausiliari fra i membri del partito radicale il più estremo; all’udire ripetere le medesime accuse contro lord Palmerston e dai banchi dell’opposizione decisa su cui seggono i D’Israeli e i Manners e dai banchi di quella specie di terzo partito ove seggono i luogotenenti di Peel, sir James Graham ed il signor Gladstone; e dai radicali i più provati, quali sono Cobden e sir W. Malesworth ben si poteva concepire il timore che fosse per cadere quel Gabinetto che può oramai considerarsi come il solo argine efficace che trattenga l’impeto del torrente reazionario, il quale minaccia d’irrompere su tutt’intera l’Europa continentale.

Noi abbiamo cercato, per quanto lo consentiva lo spazio di cui potevamo disporre nel nostro giornale, di tenere i nostri lettori a giorno di questa discussione; onde qui senza riandare i punti in essa trattati, ci limiteremo a manifestare il nostro giudizio sull’esito ch’essa sortì.

Ove la questione ventilata successivamente nelle due Camere legislative inglesi fosse stata realmente ristretta alla vertenza greca; se si fosse trattato solo di pronunziare se la condotta di lord Palmerston rispetto al governo ellenico fosse stata meritevole di encomi o di biasimo; se la questione fosse stata prettamente legale, e l’unico punto a decidere fosse stato quello della giustizia e ragionevolezza dei richiami del signor Pacifico o del signor Finlay, in verità che ci troveremmo non poco imbarazzati: giacché, a malgrado delle numerose spiegazioni e degli speciosi argomenti svolti con sorprendente maestria nel discorso del ministro degli Affari Esteri, duriamo ancora molta difficoltà nel pienamente assentire alle massime di politica internazionale da lui professate; e siamo tuttora disposti a credere esservi stato per parte dell’Inghilterra,, rispetto alla Grecia, un abuso della forza, reso più duro dai modi alquanto aspri usati da lord Palmerston.

Ma la questione in discussione aveva una ben altra importanza, ed i voti promossi dai protezionisti in una Camera, e dai liberali nell’altra miravano a tutt’altro che a lenire la piaga fatta all’amor proprio della nazione greca. Sotto il pretesto di censurare un atto speciale del Ministero, il partito dell’opposizione intendeva a niente meno che a rovesciare quella liberale politica che nell’interno operò tante mirabili riforme economiche e commerciali, alle quali l’Inghilterra deve la sua sorprendente tranquillità di cui gode in mezzo agli uragani politici che straziano da tosto tre anni l’Europa, e che all’estero si dimostrò mai sempre avversa ai partiti estremi, ai partiti del diritto divino, e dell’anarchia popolare.

In lord Palmerston e lord John Russell, i capi dei tory, lord Stanley e D’Israeli combattevano non già l’alterigia delle forme, e le massime di politica internazionale lesive dell’indipendenza e dei diritti dei popoli più deboli; ma bensì i principi che han dettato la riforma elettorale e la riforma commerciale; come pure quelle simpatie liberali che il presente Ministero ha sempre manifestato nelle sue relazioni coi popoli del continente.

Laonde è che con intima convinzione crediamo poter dichiarare che il trionfo dell’opposizione nella Camera dei comuni in questa circostanza sarebbe stato una vera calamità per l’Inghilterra e per l’Europa.

Il ritorno dei tory al potere colle loro rancide idee di protezione e di privilegi susciterebbe un’immensa agitazione nelle isole britanniche, che potrebbe avere per quel regno le conseguenze le più gravi, se, ciò che a dir vero è poco probabile, questo partito trovasse nel trono uno stabile e potente appoggio; mentre all’estero un ministero Stanley darebbe forse alla reazione, che già pur troppo insolentisce e grandeggia, una spinta fatale al bene dei popoli, all’avvenire dell’umanità.

Come mai uomini cotanto illuminati e savi quali sono i Peel ed i Graham, così sinceramente liberali quali i Cobden ed i Malesworth abbiano potuto per un soverchio scrupolo di legalità o considerazioni politiche di un ordine secondario dar la mano agli sforzi disperati dei protezionisti e dei tory, e porre a repentaglio la stabilità di quello stupendo edifizio economico ch’essi hanno innalzato sulle solide basi della giustizia e della libertà, è quello che non sappiamo concepire.

Forse essi hanno ravvisato possibile l’abbattere lord Palmerston, senza che la sua caduta trascinasse quella dell’intero Gabinetto? Forse si sono illusi sulla possibilità di surrogare l’attuale Ministero con un altro che non fosse né protezionista, né illiberale? Quantunque poco appagante, siamo disposti ad accogliere questa spiegazione; giacché, ove fossimo costretti a respingerla, troppo grave ci riuscirebbe il dovere riconoscere che anche negli statisti i più illustri soventi volte le suggestioni dell’amor proprio, la rivalità del potere, la tenacità di certe opinioni teoriche sono più potenti della devozione ai principi inscritti sulla loro politica bandiera.

Confidiamo che il solenne giudizio della Camera dei comuni, nel rassodare il Ministero, sia per dare una nuova vita a quella politica liberale, cui l’illustre suo capo, lord John Russell, definì con parole di sì mirabile eloquenza; quella politica che ripudia egualmente la feroce democrazia e il dispotismo dal giogo di ferro. L’ardua lotta parlamentare che lord Palmerston seppe sostenere con tanto ingegno e vigore, gli sarà del pari gloriosa e proficua. Egli ha troppa sagacità per non trarre dall’accaduto un utile insegnamento: per distinguere ciò che nella sua condotta porse ai suoi avversari maggior ansa per attaccarlo, da quanto invece gli conciliò il favore di quella potenza irresistibile in Inghilterra, l’opinione pubblica. Lord Palmerston avrà certamente riconosciuto, che gli applausi ch’egli ha riscosso, entro e fuori le mura del Parlamento, non erano diretti alle forme talvolta un po’ aspre della sua politica, ma bensì all’alto e generoso pensiero che domina in essa; all’idea che facilmente si ravvisava nella sua politica colla Grecia, quella di porre un argine alla progressiva invasione dell’influenza russa sul Continente europeo.

Gli uomini liberali e generosi dell’Inghilterra profondamente avversi alla politica della corte di Pietroburgo; dolenti oltre modo della non potuta impedire intervenzione in Ungheria; spaventati dalle minacce dirette alle libertà germaniche dal Congresso di Varsavia; non poterono a meno di caldamente approvare quella semi-sfida, che sotto le mura d’Atene lord Palmerston in certo modo lanciava all’imperatore Nicolò; sfida che fece chiaro al mondo esservi ancora una potenza pronta ad affrontare e combattere il nordico colosso. Questa è l’idea politica che eccitò tanto entusiasmo a favore del Ministero inglese; questa è l’idea che lord Palmerston avrà riconosciuto avere la speciale missione di promuovere e svolgere pel bene non solo dell’Inghilterra, ma pel vantaggio della libertà e dell’umanità tutta intiera.

Se per tali motivi il trionfo del Ministero inglese deve essere accolto con giubilo per ogni dove da tutti gli amici della libertà e del progresso, abbiamo particolari ragioni per considerarlo come uno dei più avventurati eventi che potessero per noi accadere. E ciò non solo perché forse più che altri il nostro Governo è insidiato dalla reazione europea, ma altresì perché possiamo andare fieri della splendida giustizia resa in quest’occasione da lord John Russell alla nostra patria; perché nelle spinose circostanze in cui ci troviamo, non è poca cosa il sapere a capo della nazione la più potente del mondo un uomo di Stato che non dubitò di proclamare in modo così esplicito la sua approvazione e la sua simpatia per la politica seguita nel nostro paese.


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