[Il Times e la politica piemontese]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 119 del 16 maggio 1848

Un famoso giornale inglese, il Times, pare voglia assumere nelle cose d’Italia quel medesimo contegno, che fruttò al Dèbats, mentre governava Guizot, sì trista fama. Da qualche tempo i suoi articoli e le sue corrispondenze puzzano d’austriaco e di tory in modo stomachevole. Pare essersi proposto a scopo di muovere contro di noi ed i nostri principi i pregiudizi dei lettori, male informati sulle cose d’Italia.

Non paventando di palesare questa malaugurata tendenza d’un giornale, il quale ha conservato appo taluni una fallace riputazione di liberalismo, riferiamo un ultimo suo articolo, dettato da spirito cotanto iroso e maligno contro Carlo Alberto, che si potrebbe con fondamento attribuire alla penna ora oziosa del principe di Metternich. Non potendo più costui nuocere all’Italia con le note diplomatiche, chi sa ch’egli non tenti di nuocerle collo scrivere o far scrivere nei fogli inglesi, non inaccessibili agli argomenti pecuniari?

Noi non ribatteremo le accuse di mala fede, di sfrenata ambizione dirette contro la politica del Ministero e del Re. Le note diplomatiche scambiate tra la nostra e l’inglese diplomazia, la pubblicazione delle quali è annunziata, saranno, non ne dubitiamo, una risposta più efficace di qualunque nostra argomentazione. Faremo solo osservare al Times che, allorquando scoppiò la gloriosa rivoluzione di Milano, il risolvere la questione della guerra e della pace non istava più nell’arbitrio del Ministero. La nazione si era pronunciata con tanta unanimità ed energia per la guerra contro l’Austria, che, ove questa non fosse stata dichiarata immediatamente, sarebbe scoppiata nell’interno una guerra civile. I generosi nostri popoli, non per calcolo di politica, non per motivi d’ambizione o d’interesse, facevano risuonare il grido di all’armi, ma solo perché un’immensa simpatia per gli oppressi lombardi, un irresistibile desiderio di riconquistare la loro nazionalità moveva a volare oltre il Ticino, ed incontrarvi i disagi, i sacrifici ed i pericoli di una guerra terribile, della quale sapevano dover ricadere sovr’essi quasi l’intero peso.

Il Re ed i ministri, sia lode al vero, erano animati più che altri da questi sensi generosi; ma quando nol fossero stati, quand’anche invece di un Re magnanimo e di cuore italiano, avessimo avuto un Re egoista e vigliacco come i peggiori Borboni; quando il potere, invece di essere esercitato da un Ministero nazionale, come quello da Balbo presieduto e da Pareto animato, fosse stato composto degli uomini i più ostili all’opinione pubblica, la pace non sarebbe tuttavia stata possibile. Il moto popolare, che spingeva l’Italia a redimersi dalla servitù straniera era irresistibile, era uno di quei moti provvidenziali, cui la prudenza umana può bensì regolare, ma non mai impedire o frenare.

Della verità delle nostre asserzioni sullo stato degli animi in Piemonte e nella Liguria alla fortunosa epoca del 22 marzo, noi chiamiamo a testimonio il ministro inglese a Torino, il sig. Abercromby, scrupoloso interprete non solo della politica del suo Gabinetto, ma pur anche apprezzatore imparziale dei popoli fra i quali esso fece sì lunga dimora. Noi non rifiuteremo di riferirci ai suoi dispacci officiali già menzionati, alle sue comunicazioni confidenziali, onde provocare dietro questi documenti, in confronto delle accuse del Times, il solenne giudizio del popolo inglese.

Ma quand’anche noi esagerassimo le esigenze dell’opinione pubblica; quando fosse vero che l’impulso popolare provocato dai casi di Milano non fosse irresistibile; forse che la fredda politica non consigliava del pari al Re l’energica determinazione a cui si appigliò?

Era evidente sin d’allora, come il fatto lo dimostrò e lo dimostra ogni dì viemmaggiormente, che le popolazioni della Lombardia e della Venezia, abbandonate alle proprie forze, o soccorse solo da stormi di volontari e da genti collettizie, non potevano reggere a lungo contro il poderoso esercito che l’Austria aveva raccolto in Italia, ingrossato da numerosi rinforzi. Senza l’intervento dell’esercito piemontese, prima d’ora Milano sarebbe ricaduta sotto il feroce straniero, ed avrebbe scontato il suo eroismo cogli strazi, coi patiboli, cogli incendi.

Una tale e così tremenda catastrofe sarebbe stata la maggior vergogna che da più secoli l’Italia avesse sofferta. Sarebbe stata per noi liguri-piemontesi, che vantiamo un’indole guerriera non dubbia e coraggio militare, una macchia d’infamia, che ci avrebbe avviliti per secoli.

Più ancora: era egli probabile che la caduta di Milano, la ristorazíone nei loro ducati degli odiati principotti di Modena e di Parma, avrebbe ristabilita la pace in Italia? Non avrebbe forse l’Austria, vincitrice dell’insurrezione lombarda, cercato di spegnere i fomiti d’insurrezione che circondavano le antiche sue provincie? Di vendicare gl’insulti e le provocazioni, che da un anno in qua tutta la stampa indipendente d’Italia contr’essa dirige? Come mai supporre che Radetsky, vincitore di Milano, padrone della lunga linea che s’estende dal Lago Maggiore al Ducato di Massa, capo di un poderoso ed ingagliardito esercito, avrebbe fermato le sue schiere sulle sponde del Ticino, o sul vertice degli Appennini, pel rispetto dei trattati, senza ritegno violati poco tempo prima a Cracovia ed a Ferrara?

Stolto chi il credesse! Dopo l’insurrezione della Lombardia, la guerra per noi era inevitabile. Guerra magnanima e gloriosa, se intrapresa spontaneamente nel nobile scopo di soccorrere gli oppressi nostri concittadini e di liberare la comune patria; vergognosa, ma non men certa, se aspettata colle armi in riposo dietro le nostre frontiere, sin dopo compita la strage dei lombardi.

Tali ineluttabili conseguenze del sistema, che in allora il Ministero inglese ci consigliava, avrebbero tratto seco di necessità l’intervento della Francia nelle cose d’Italia. Il Governo provvisorio di quella animosa nazione, straordinariamente concitata da una rivoluzione popolare, non avrebbe potuto tollerare la completa sconfitta delle idee liberali fra noi, senza muoversi in loro aiuto. Alla notizia di atrocità, pari a quelle della Galizia, commesse in Lombardia, alle porte della Francia, la Repubblica francese si sarebbe commossa, ed avrebbe spinte le tumultuose sue schiere nelle pianure d’Italia, a difesa della libertà, ed a sollievo delle numerose popolazioni a cui manca il lavoro in questi tempi di procelle rivoluzionarie.

Cessi adunque il Times dal calunniare la condotta dei nostri principi, la quale ha il pregio assai raro d’essere conforme agli impulsi i più generosi del cuore, non meno che ai dettami della più accorta politica; e lasci allo stravagante pari ch’egli fece si sovente bersaglio delle sue più amare satire, a lord Brougham, il tristo privilegio di sostenere, avanti al Parlamento ed al pubblico, la trista causa dell’assolutismo e dell’oppressione dei popoli.

C. Cavour


Allegati:
Versione pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *