[Il Risorgimento italiano e le Rivoluzioni inglese, francese e spagnola]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 32 del 4 febbraio 1848

Se si considera nel suo complesso la storia d’Italia, è forza il riconoscere che la parte di essa che ebbe a soffrire maggiori e più lunghe calamità, fu il regno di Napoli. Nessun’altra provincia della nostra penisola ha da lamentare tanti secoli d’oppressioni straniere, sì eccessive prepotenze feudali, sì tristi governi, tante sanguinose rivoluzioni. Epperciò vediamo senza invidia la Provvidenza concederle, qual giusto compenso, la gloria di essere il primo fra i nostri popoli, a cui sia dato godere nella sua pienezza i benefizi d’un libero reggimento. Dopo i maggiori dolori le gioie maggiori.

Noi crediamo fermamente che l’acquisto del sistema costituzionale segni pel regno di Napoli un’era di rigenerazione, di progresso e di prosperità, che non avrà ad essere turbata nei suoi primordi dalle luttuose vicende che afflissero i primi passi di molti popoli nelle vie della libertà.

Forse questa nostra credenza parrà a taluno effetto di una singolare illusione prodotta dalla gioia immensa che i faustissimi eventi di Napoli cagionarono a tutti i buoni italiani. Ben sappiamo che molte persone, abbagliate da non rette deduzioni storiche, paventano che il passaggio così repentino del regno dal sistema assoluto al sistema costituzionale non possa compiersi senza trar seco una lunga serie di commozioni interne, di discordie civili, di avvenimenti funesti. Le spaventose rimembranze della Rivoluzione inglese e della Rivoluzione francese, e lo spettacolo doloroso delle vicende politiche della penisola ispana danno a questi esagerati timori qualche plausibile argomento, e fanno si che anche fra gli amici non dubbi del progresso, tra i fautori sinceri delle idee di libertà ve ne siano parecchi che non vedano senza grave apprensione la rapida e compiuta applicazione di queste idee tra noi, e quindi non cerchino a rallentare il moto che spinge le società italiane, col puerile pretesto ch’esse non sono bastantemente apparecchiate, e che si richiederebbe perciò di sottoporle ad un lungo tirocinio prima di schiuder loro la carriera dei popoli liberi.

Un sì funesto errore è prodotto, lo ripetiamo, da false deduzioni storiche, da una non retta interpretazione dei fatti contemporanei d’Europa.

Se la Rivoluzione inglese fu sì lunga, s’essa fu causa di lotte tanto accanite, si fu perché, più che ad un cambiamento politico, quella nazione mirava ad una rivoluzione religiosa. Ove gli Stuardi avessero abbracciato sinceramente il protestantismo ed adottato i principi della Riforma, non sarebbero stati balzati dal trono; Carlo I non avrebbe portato la testa sul patibolo, e la schiatta dell’ultimo Giacomo non avrebbe dovuto errare raminga in tutta Europa per più d’un secolo, prima d’estinguersi nella più assoluta oscurità.

Ma in Italia, la Dio mercè, non sono, non possono esistere, nonché guerra, contrasti reali fra la religione, chi l’amministra, e lo spirito di libertà. La gran riconciliazione del clero colla causa del progresso, coi principi che informano e dominano la società moderna, mirabilmente preparata da Vincenzo Gioberti, è stata compiuta e benedetta dal sommo Pio.

Fra i più zelanti, fra i più sinceri fautori della causa italiana, noi possiamo con vanto annoverare la parte la più numerosa, la più eletta, la più influente della nobile schiera dei ministri dell’altare. Onde dobbiamo ascrivere ad immensa fortuna l’aver a collaboratore ardente all’opera del nostro risorgimento quella classe poderosa, che fu quasi dovunque la più costantemente avversa ai progressi politici.

Se la Rivoluzione francese partorì sì terribili catastrofi, sì lunghi disastri, tante sanguinose peripezie, ciò addivenne dall’esser essa stata non solo una rivoluzione politica, ma ancora più una rivoluzione sociale. Essa aveva a combattere irreconciliabili nemici; e lo fece con modi tremendi, sovente iniqui, ma che la condussero tuttavia a raggiungere lo scopo assegnatole dalla Provvidenza, quello cioè di stabilire sopra basi inconcusse non solo in Francia, ma in molte parti d’Europa, il gran principio delle società moderne, l’eguaglianza civile, le libertà costituzionali.

Ben diverse sono le condizioni dell’Italia. La rivoluzione sociale operata dalla Costituente francese è già fatta da noi da lungo tempo. Il feudalismo, in molte parti della penisola, non esistette mai, e là dove fu altre volte in vigore, come nel regno di Napoli, già venne distrutto sin dal secolo scorso. Le riforme sociali, che rimangono a compiersi, non sono tali da richiedere da alcuna categoria di cittadini alcuno di quei sacrifizi ai quali si consente difficilmente di buona fede. Non si tratta che di ottenere che quelle le quali, a torto forse, si chiamarono testé classi privilegiate, scambino i vecchi pregiudizi e le distinzioni immaginarie, di cui si credevano fregiate, coi benefizi reali e stabili che gli ordini nuovi conferiscono a tutti i cittadini. Ad operare questo cambiamento non si richieggono misure violente; basta l’azione regolare e benefica delle nuove istituzioni politiche.

L’esempio della penisola iberica non può somministrare ai nostri avversari migliori argomenti delle ricordanze storiche ora accennate. Non esiste fra noi che un solo partito il quale possegga vera potenza, il partito nazionale, le cui mire tendono a conciliare la stabilità dei troni collo svolgimento delle costituzioni liberali. Non esiste fra noi, come in Ispagna, una parte numerosa ed ardente rannodata attorno, ad una bandiera nemica del progresso. Non esiste fra noi un partito minaccioso carlista, che possa fomentare di continuo ire e sospetti, soffiare nel fuoco delle passioni, spingere i liberali negli eccessi rivoluzionari o ritardarne il cammino sulla via del progresso. In Italia l’immensa maggioranza si tiene strettamente unita a’ suoi principi nazionali: unita non meno dai legami della riconoscenza e dell’amore che loro si professa, ma ancora dall’odio che ispira la prepotenza straniera.

Ma ciò che ci differenzia dalla Spagna si è lo stato delle nostre popolazioni, ben più illuminate e colte, meglio preparate alla vita politica che nol fossero gli spagnuoli alla morte di Ferdinando. Le idee di libertà han messo fra noi salde radici nel secolo passato; i principi d’eguaglianza civile, base degli ordini nuovi, sono stati consacrati nei tempi della dominazione francese, e da oltre trent’anni, noi ci educhiamo alla vita nuova, collo studio assiduo degli eventi che succedono fra le nazioni le più innoltrate nelle vie della civiltà, col seguitare attenti le gran lezioni che si bandiscono dalle tribune dell’Inghilterra e della Francia.

Si dileguino adunque i vani timori de’ sinceri, ma timidi amici del progresso; mettano essi, come noi, fede intera nei destini d’Italia. Il nostro risorgimento non è, non sarà somigliante alle rivoluzioni inglesi, francesi e spagnuole; perché esso ha l’appoggio di un clero sinceramente religioso, schietto amico della libertà; perché non è condannato alla funesta necessità di dover entrare in lotta mortale con nessuna classe cittadina, irreconciliabile nemica dei nuovi sistemi politici; perché, finalmente, viene operato da un popolo mirabilmente preparato a’ suoi nuovi destini.

La cooperazione del clero è, a parer nostro, il carattere distintivo del risorgimento italiano, quello che ci conferma nella credenza di vederlo a compiersi senza perturbazioni violente. Non è a dire per ciò che consideriamo il clero come unanime nel retto sentire. Pur troppo ci tocca ad essere ogni giorno spettatori de’ fatti dolorosi che attestano esservi una minorità, la quale, valendosi del potere che è nelle mani di alcuno fra i suoi membri, contrasta con rabbiosi modi al gran moto rigeneratore. Sappiamo altresì che, unito strettamente a questa minorità, combatte un ordine religioso che viene considerato come il più acerbo nemico del progresso; un ordine che suscita ovunque fermi le stanze, inquietudini e sospetti.

Ma qui confessiamo schiettamente che cesseremo dal temere quest’ordine, a partire dal giorno in cui saranno pienamente stabiliti in Italia i gran principi della pubblicità e della libertà. Se in tempi del dominio assoluto poteva esercitare qualche influenza, possedere qualche impero sull’animo dei governanti; se nel regno delle tenebre gli fu dato, mercé i cupi suoi raggiri, costituire una specie di potenza nella nazione, rimarrà impotente e disarmato in faccia alla luce. Allora piegherà forse alla necessità dei tempi col riformare quelle regole e quello spirito fatale che pregiudica non solo i veri interessi della religione, ma quelli ancora del progresso della civiltà. Oppure si estinguerà, come si sono, estinte le istituzioni che contrastarono ostinatamente alla forza irresistibile che spinge i popoli nelle vie dell’avvenire.

Se il risorgimento italiano fosse stato, se diventasse mai ostile alla Chiesa, anticristiano, come fu la Rivoluzione francese, in allora l’influenza di quell’ordine ci parrebbe a temere. Ma un moto politico, iniziato, benedetto da uno de’ più zelanti pontefici che siasi mai seduto sulla cattedra di Pietro, e diretto da piissimi prìncipi, non ha a paventare delle mene, dei maneggi, delle arti e dei rancori di coloro, i quali, quasi fossero investiti del monopolio della fede cattolica, coprono le loro mire private, i loro odi pei progressi politici col manto di un ardente zelo di religione.

Siccome nel clero esistono alcune sfavorevoli eccezioni, così è da credere che i nuovi ordini politici avranno ad incontrare alcuni incagli suscitati dai pregiudizi, dalle false idee, dalle esagerate apprensioni dei retrogradi. Ma ripetiamo esser questi ostacoli un nulla a paragone di quelli che ebbero a superare le altre rivoluzioni.

Fra noi non esiste nessuna classe apertamente ostile alle nuove condizioni politiche. Ovunque, in Italia, in Piemonte non meno che altrove, la maggioranza del patriziato è sinceramente amica delle libertà e dell’indipendenza, desidera ardentemente il compimento della nostra gloriosa risurrezione, è pronta a cooperarvi colle opere cittadine finché durerà la pace, col sacrifizio della vita quando suonerà l’ora della guerra.

Ma la cooperazione del clero e del patriziato, quantunque grande ed efficacissima, non può essere sola cagione della nostra piena fiducia nelle sorti del risorgimento italiano; poco varrebbe se i popoli non fossero preparati ai nuovi loro destini. Ma ch’essi lo sieno, lo prova abbastanza il mirabile loro contegno durante il periodo testé finito; lo prova la condotta del popolo napolitano; lo prova il valore dei siciliani nella terribile lotta sostenuta, e lo proverà pure l’uso moderato della vittoria. Se i popoli son preparati all’esercizio dei diritti politici, non manca pure nella nazione chi possa degnamente rappresentarli, e compiere i gravi uffici degli ordini deliberativi. A conferma di questa verità ci basta accennare la Consulta di Roma. Se vi era provincia d’Italia dove l’attitudine de’ cittadini a prender parte ad un’assemblea politica potesse dar luogo a qualche dubbio, certo era la Romagna. Ivi da secoli i laici, esclusi dal maneggio della cosa pubblica, non avevano mai avuto campo di apparecchiarsi alle gran discussioni de’ pubblici interessi; eppure, appena radunati da Pio i rappresentanti delle provincie, veggiamo sorgere fra essi, uomini di cui andrebbero giustamente superbi i popoli già adulti nella vita costituzionale; e ciò non tanto per l’eloquenza della parola, quanto e più per la maturità del senno, per la sapienza dei consigli.

Se non che a dar valido fondamento a queste nostre speranze, a mutarle in certezza per noi come per tutti gli uomini di sano criterio e di buona fede, più d’ogni altra cosa contribuisce l’illimitata fiducia che abbiamo nella virtù, nei lumi e nei generosi sensi dei nostri prìncipi. L’Italia confida in essi. Roma, Firenze e Torino sono certe che Pio, Leopoldo e Carlo Alberto, magnanimi iniziatori del risorgimento italiano, sapranno condurre a compimento la gloriosa ed impareggiabile loro impresa, fondando su ferme e profonde basi il più splendido edificio dei tempi moderni, la libertà italiana.

C. Cavour


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