[Il risanamento delle finanze]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 719 del 25 aprile 1850

Il voto con cui la maggioranza protrasse al Ministero sino a tutto novembre l’autorizzazione di percepire le imposte, ha dovuto provare al Governo quale sia lo spirito che la anima, quando trattasi di aprirgli ogni via per cui egli possa riescire al bene del paese. Questo voto porta nella stessa sua natura un significato di fiducia, ed impone al Governo un obbligo di cui siamo certi ch’egli saprà ponderare tutta la gravità.

Ricordando questo voto, noi speriamo che niuno sarà il quale non voglia pure ricordarsi delle parole della sinistra; parole e proteste il cui valore d’opposizione noi conosciamo, ma che potrebbero diventare verità; esse stanno scritte in faccia al paese con quel carattere di predizione che, se non acquista peso dalla loro prescienza, può acquistarlo da quelle complicazioni che degenerano in crisi fatali, ove non siano prevenute dalla costanza e dall’energia di un’illuminata volontà.

Tutti abbiamo udito quali siano state le opinioni emesse sulla difficoltà o sull’impossibilità di giungere in quest’anno a regolarizzare colla votazione dei bilanci e di leggi per sovraimposte la nostra posizione finanziaria; tutti pure dovrebbero confessare che destra e sinistra unanimi concorsero nel più vivo desiderio di trovar modo di uscire da questo laberinto. E noi diremo francamente che la cosa ci pare difficilissima si, ma non assolutamente impossibile, ove Governo e maggioranza vogliano altamente penetrarsi di quella responsabilità che il partito dell’opposizione ha chiamata su di loro. Ma questo dicendo, intendiamo protrarre i termini dell’impresa a tutto il corrente anno, intendiamo tenere per valide e sincere le proteste della sinistra, intendiamo prestar fede intera alle promesse, all’energia ed al patriottismo degli uomini che stanno al potere, ed alla maggioranza che si è fatta loro mallevadrice.

Non ci arresteremo a quegli esempi che, dedotti dalla storia contemporanea della Francia e del Belgio, non che da quella della Spagna e del Portogallo, si addussero a provare, come una nazione posta in circostanze identiche possa rialzarsi o cedere sotto il peso delle stesse difficoltà finanziarie: non è a questi esempi sempre imperfetti che dobbiamo misurare il caso nostro. Il Piemonte può e deve considerare con occhio sicuro quella crisi finanziaria che è l’inevitabile conseguenza delle passate peripezie, che sarà sempre uno dei più giusti titoli alla stima dei nostri connazionali, ed alla quale niun popolo sorto a libertà poté sottrarsi.

Su questo terreno i maggiori vantaggi son certo ora per chi sta dal lato della sinistra; ma noi speriamo che essi pure non vorranno mai dimenticare il passato e che sapranno che da ogni conflitto non possono che venire peggiorate le condizioni del paese, per cui il trionfo non per loro sarebbe, ma forse per quel partito che nutre la speranza di veder precipitate da una crisi finanziaria le libere nostre istituzioni.

Forse saremo ancora appuntati di dipingere con troppo foschi colori la presente situazione: ma qual è il pensiero che ci ispira queste parole? Lo diremo schiettamente: egli è quello che ci sta fisso nella mente nel vedere un paese come il nostro che si lascia sdrucciolare per una china sulla quale gli basterebbe un energico sforzo per arrestarsi e risalire a quel punto in cui troverebbe ferma e solida base.

Egli è vederci posti tra due impotenze, quella del proporre da un lato, dell’addottare dall’altro, per cui, a forza di discutere ciò che si debba fare, siamo quasi giunti al punto di persuaderci che non possiamo più far nulla. Non perciò, benché due mesi soli probabilmente rimangono per questa sessione, ove il Governo voglia operare, come lo speriamo, con quella potenza di convinzione che comanda irresistibile, noi crediamo che le più urgenti ed attuabili leggi di finanze potrebbero ancora venir sancite prima della proroga, come pure venire approvato, a norma di quanto si propose pel bilancio 1849, anche quello del 1850, ed ingenerata così nel paese la ferma fiducia che all’aprirsi della sessione in ottobre prossimo, la Camera troverebbe pronto il bilancio del 1851.

Se il ministro vorrà ciò che vuole la nazione, se metterà, per dir così, ogni giorno in mora la Camera per l’adempimento di questo supremo suo obbligo, con argomenti, con cifre e calcoli evidenti, non può incontrare insuperabili ostacoli in questa impresa; può anzi volgere contro i suoi avversari quegli stimoli coi quali essi ora lo stringono si davvicino può abbattere ogni cavillazione, ogni sofisma colla dialettica di quel buon senso che arriva pur sempre diritto all’intelligenza delle masse.

Abbiamo voluto con queste parole fissare l’attenzione pubblica sull’importanza del voto di ieri, onde l’attuale maggioranza si rammenti quale responsabilità siasi con esso addossata; si rammenti del rimprovero che essa lanciava alla maggioranza democratica e del pericolo che non le venga a sua volta nel capo.

La situazione è grave, ma può aggravarsi molto più per un’illimitata fiducia; noi portiamo fondata speranza che il Governo corrisponderà coi fatti alle franche sue proteste, ma crederemmo fallire al dovere nostro verso di esso e verso la maggioranza, ove non ripetessimo altamente che il volere qui è potere, e che maggioranza e Ministero sono responsabili a vicenda dell’avvenire della nazione.


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