[Il regolamento della Camera dei deputati] [2]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 116 del 12 maggio 1848

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La Camera dei deputati, sin dalla prima sua tornata, ha stabilito di adottare per a tempo un regolamento provvisorio stato compilato per cura del Ministero. Abbiamo fatto plauso a questa determinazione, che ebbe ed avrà per effetto di accelerare i primi suoi lavori. Se questi non avessero dovuto incominciare se non dopo aver discusso ed approvato un regolamento definitivo, il Cielo sa quanto tempo la Camera sarebbe rimasta inattiva, ed a qual epoca sarebbe stato rimandato l’esame degli urgentissimi argomenti, sui quali è chiamata a deliberare.

Ma, se l’adozione immediata del regolamento provvisorio fu un atto di saviezza, sarebbe un errore gravissimo, dal quale scaturirebbero pessime conseguenze, l’accontentarsene come di regola definitiva, anche solo per questa prima, ma importantissima sessione. Nel lavoro ministeriale, conviene dirlo, è facile rintracciare numerose prove della precipitazione, colla quale dovette essere preparato. L’autore di esso, non avendo avuto campo di esaminare e confrontare le regole seguite in vari paesi costituzionali, fu costretto di riprodurre quasi letteralmente il regolamento dell’antica Camera dei deputati francesi, quantunque l’esperienza ne avesse dimostrata l’immensa imperfezione, e fosse da più anni l’oggetto delle critiche unanimi dei più dotti pubblicisti e degli statisti più esperti. Invece di emendarlo, l’autore del regolamento ha tralasciato d’introdurvi il solo notevole miglioramento operato in esso da alcuni anni, quello cioè che sostituì il voto palese alla votazione segreta da noi adottata così fuor di proposito.

Noi non possiamo sottomettere qui a minuto esame il criticato regolamento provvisorio, e meno ancora proporne un altro sopra basi più razionali e meglio atte a dare un buon indirizzo ai lavori della nostra giovine Camera. Una tale impresa richiederebbe un apposito trattato, non che uno o più articoli di giornale, ed il concorso di molti legislatori illuminati, e non l’opera sola di un giornalista.

Se ciò tentassimo, ben sarebbe fondata la taccia di presuntuosi, che con modi cotanto risentiti i nostri confratelli della Concordia ci dirigevano nel loro numero del 9 andante. Non avendo fatto dell’arte di comporre regolamenti uno studio «speciale», avendo solo acquistato intorno ad essi alcuna pratica «nella facile lettura delle opere francesi ed inglesi», e non reputando, come dice la Concordia, i nostri lettori «uomini digiuni di tutto, disposti a bere come manna le nostre ostentazioni scientifiche», ci asterremo dal trattare cattedraticamente sì difficile argomento. Solo per provare il nostro assunto, ed eccitare la Camera a provvedere, tostoché sarà costituita, alla pronta formazione di un definitivo regolamento, accenneremo alcuni degli inconvenienti che nascono dall’avere il regolamento provvisorio prescritto la divisione della Camera in sette uffici, ogni mese rinnovellati a sorte; ed adottato, per ciò che riflette la votazione delle leggi, il sistema del voto segreto.

Il principale mandato degli uffici della Camera si è di esaminare preventivamente le proposizioni ad essa presentate, sia dal Ministero, sia dai singoli deputati, per quindi procedere separatamente alla nomina di una commissione incaricata di esaminarle e di fare su di esse alle Camere apposita relazione.

Queste preventive discussioni, nelle quali s’impiega un tempo notevole, non producono, a nostro senso, nessun utile effetto. Essendo esse segrete, non illuminano il pubblico, il quale rimane quasi al buio delle disposizioni della Camera relativamente alle proposizioni che gli sono presentate, sino al punto in cui si apre su di esse nel suo seno la discussione solenne. Mancano alle discussioni degli uffici il freno e lo stimolo della pubblicità, senza la quale non vi è discussione proficua in una Camera popolare.

Di più, esse sono necessariamente incomplete e difettose. I ministri non potendo intervenire che nel proprio ufficio, se son deputati, e rimanendo esclusi se non lo sono, gli schiarimenti da essi presentati non gioveranno che a una piccola frazione della Camera. Lo stesso dicasi relativamente alle proposizioni che hanno per autore uno o più membri della Camera. Questi evidentemente non potranno svolgerle che ai membri dei loro uffici, cioè a pochi dei loro colleghi.

A questi inconvenienti si contrappone dai fautori del combattuto sistema, aprire gli uffici un campo adattatissimo per i deputati a cui manca il dono della parola, e somministrare esso mezzi efficaci per iniziare i giovani membri nell’arte difficile dell’oratore. A ciò risponderemo che, se la Camera adottasse, come lo desideriamo ardentemente, forme di deliberazioni meno solenni, se essa si decidesse a discutere in comitato, e quivi con forme semplicissime, gli articoli delle leggi ad essa sottoposte, i più timidi deputati acquisterebbero presto l’abitudine di trattare avanti la Camera le materie che loro sono familiari.

In quanto poi alla utilità ed opportunità di stabilire nel seno del Parlamento scuole d’eloquenza per l’esercizio dei deputati novizi, non ne siamo né poco né punto convinti. Il tempo del Parlamento è troppo prezioso perché se ne debba consacrare parte a facilitare i primordi degli oratori inesperti. A rendere facile l’acquisto della pratica di parlare in pubblico, sono più che bastevoli le assemblee comunali, quelle provinciali, e finalmente le numerose società con iscopo politico ed economico, che sono la naturale conseguenza delle nostre libere istituzioni. Il fare eleggere dagli uffici le commissioni incaricate di preparare una relazione sulle proposizioni che la Camera deve discutere, è un sistema affatto vizioso. Indicheremo solo i due più gravi inconvenienti che ne risultano. In primo luogo, serbando questo metodo, le minorità non si troveranno mai bastantemente rappresentate nelle commissioni. I membri dei vari partiti debbono trovarsi negli uffici nella medesima proporzione nella quale la Camera si divide; quindi accadrà ben di rado che l’opposizione possa far prevalere in essi diversi dei suoi candidati.

Anche ammettendo che i membri della maggioranza sieno animati da un vero spirito d’imparzialità, quelli che compongono ciascheduno ufficio, non avendo che una persona a nominare, e non potendo andare intesi con quelli degli altri uffici, debbono necessariamente far cadere la loro scelta sopra un membro del loro partito.

L’esperienza della Camera francese prova la verità di questa nostra asserzione. Si esaminino attentamente le note delle commissioni nominate nelle ultime sessioni, e si vedrà che in esse i membri dell’opposizione figurano in una proporzione assai minore di quella in cui stavano al numero totale dei membri delle Camere.

É soverchio l’insistere sulle funeste conseguenze che l’allontanamento dalle commissioni dei membri dell’opposizione trae seco. Per ovviare a sì gravi inconvenienti può adottarsi il sistema di farle nominare dalla Camera, per scrutinio di lista, a maggioranza relativa; o, meglio ancora, salvo qualche caso gravissimo, l’affidarne la scelta al presidente, il quale, per rispetto dell’opinione pubblica, e più pel desiderio di mostrarsi imparziale e di non inimicarsi personalmente alcuno dei partiti che costituiscono la Camera, designerà a farne parte i membri i più adattati a ragione delle loro speciali attitudini e conoscenze a meglio trattare le materie commesse all’esame preventivo della commissione.

Questo sistema, da alcuni anni in vigore nell’antica Camera dei pari, non diede mai luogo a lagnanze per parte dei membri ministeriali, come di quelli dell’opposizione. E questa, quantunque ridotta a piccola minorità, fu sempre largamente rappresentata in tutte le commissioni chiamate ad esaminare importanti proposizioni.

Oltre all’essere contraria ai diritti delle minorità la nomina negli uffici delle commissioni, si oppone a ciò ch’esse sieno composte nel modo il più acconcio a riempiere lodevolmente le missioni che gli sono affidate.

Le specialità sono e debbono essere poco numerose nelle Camere: ma è opportuno che queste poche specialità concorrano all’esame preventivo delle materie che sono della loro particolare spettanza. Ora, se la sorte non le distribuisce nei vari uffici, se le accumula in pochi, la Camera, quantunque dotata del migliore discernimento, non potrà nominarle tutte nelle commissioni ove i loro lumi sarebbero tornati utilissimi pel lavoro preparatorio da eseguirsi. Che cosa accadrebbe se, quando venisse il caso di esaminare una proposizione che rifletta l’industria od il commercio, il medesimo ufficio racchiudesse l’unico negoziante ed i due soli fabbricanti che noveri la Camera? Dubito molto che la commissione scelta dagli uffici fosse tale da ispirare una gran fiducia al pubblico ed allo stesso Parlamento.

Questi dubbi saranno forse condannati come eccessivi dagli estensori della Concordia, e provocheranno contro di noi nuovi rimproveri e più aspre parole. Non essendo per natura ostinati, ci riconosceremo in colpa tostoché essi od i loro amici, scendendo dall’altezza delle declamazioni teoriche in cui spaziano con tanta maestà, consentiranno «con o senza l’aiuto delle opere francesi», ad illuminare il Parlamento ed il pubblico attorno alcune delle quistioni speciali che vengono suscitate di continuo dallo svolgersi degli evenimenti.

La soverchia lunghezza di quest’articolo ci costringe a rimandare ad altro giorno l’esame dell’importante questione del voto pubblico.

C. Cavour


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