[Il discorso della Corona]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 113 del 9 maggio 1848

Il discorso col quale il luogotenente del Re, il principe Eugenio di Carignano, apriva la prima sessione del nostro nazionale Parlamento, sarà letto, non ne dubitiamo, con intera emozione da tutti gli amici sinceri della libertà, da tutti i fautori dell’indipendenza italiana.

L’altezza dei concetti, la verità delle idee e la generosità dei sentimenti in esso manifestati con gravi ed eloquenti parole, pienamente corrispondono alla grandezza dei casi presenti, all’aspettazione del paese.

Il Reggente dichiarò in nome di quel magnanimo Re, che a lui fu come padre, il fermo proposito di procedere risoluto in quella via stupenda de’ rapidi progressi civili e politici, nella quale egli volenteroso e spontaneo entrava assai prima che le procelle rivoluzionarie e le commozioni popolari strappassero a quasi tutti i governi del continente quelle istituzioni liberali, di cui possiamo andar superbi al pari di qualunque nazione del mondo.

A conferma di questa solenne protesta, il Reggente promise l’immediata presentazione al Parlamento di numerosi progetti di leggi, aventi per scopo di coordinare l’amministrazione comunale e provinciale, la legislazione criminale e civile, l’organizzazione giudiziaria, l’istruzione pubblica, il sistema finanziario ed economico, con quello spirito altamente liberale, che deve d’ora in poi penetrare e dominare tutte le parti dell’edifizio sociale.

Queste promesse sono tali da appagare i giusti desideri degli amici dell’ordinato progresso. Ad esse corrisponda l’opera assidua del Parlamento, e la sessione attuale basterà, per innalzare la nostra nazione al punto di pareggiare i popoli i più liberi.

Quantunque non possiamo ancora, stante la prudente brevità del discorso del Trono, accennare i particolari delle annunziate riforme, non dubitiamo d’affermare, che esse saranno quali il paese le richiede. Grazie al Cielo, Carlo Alberto non può essere animato da quella pericolosa grettezza politica, da quella funesta scaltrezza che rovinò tanti principi tenuti in concetto d’uomini abili e sagaci, coll’indurli ad adeguare le riforme ch’essi concedevano, non alle esigenze dei tempi, non ai bisogni reali dei popoli, non ai giusti loro desideri, ma allo stretto indispensabile per allontanare il prossimo pericolo di politici sconvolgimenti. No, Carlo Alberto non imiterà sì funesti esempi. Egli, secondando gl’impulsi del suo cuore, non seguirà altra norma nella grande sua impresa riformatrice, che i voti ragionevoli de’ suoi popoli ed il maggior bene dell’Italia.

Infatti, per promuovere questo santo scopo, esso dichiarò per bocca del Reggente di essere disposto a secondare quelle mutazioni della legge, che allargando le basi del nostro Statuto, lo rendano tale da conciliare la suprema causa dell’unione i voti di una gran parte dei popoli dell’Italia.

Questa magnanima dichiarazione, la più generosa che sia data ad un Re legislatore di profferire, avrà certamente per effetto di sedare i desideri dei più impazienti, di allontanare ogni prematura discussione sui principi stessi della Costituzione; discussione che non potrà più essere posta in campo con retti fini, dal punto che il Governo si protesta disposto a promuoverne la soluzione in tempo debito, a seconda cioè delle liberalissime tendenze del secolo attuale.

Il discorso del Trono, nell’enumerare le non dubbie prove dell’amor patrio e del senno della nazione, seppe accennare con bene appropriate parole il modo speciale col quale varie parti del regno, la Sardegna, la Liguria e la Savoia, cooperarono in questi ultimi tempi a fortificare lo Stato ed ad agevolare il compimento dei destini dell’Italia.

Lodiamo pure senza restrizione questi paragrafi del discorso reale, e senza tema di cadere in contraddizione con opinioni già prima esposte. Giacché, se abbiamo reputato e se reputiamo tuttora meritevole di grave censura la condotta del Ministero negli ultimi casi della Savoia, lo approviamo che non abbia cercato di far pronunciare la sua apologia dalla bocca del Reggente. Dopo l’apertura della sessione, il Parlamento avrà ampio campo da provocare mille schiarimenti, mille giustificazioni dell’inconcepibile condotta delle primarie autorità della Savoia; schiarimenti e giustificazioni, che il Ministero, non sappiamo per quale tradizionale ostinazione o noncuranza, ha negato sinora alle ripetute istanze della stampa e della pubblica opinione.

Ma, lasciando ad altri tempi la critica degli atti men lodevoli del Ministero, torniamo a quel discorso, che riteniamo dover essere uno dei più splendidi documenti della nostra storia parlamentare, e concludiamo queste brevi riflessioni coll’esprimere l’intiera e vivissima nostra simpatia per tutto ciò che in esso è relativo all’unione dell’Italia ed alla condotta dell’esercito; pensieri strettamente congiunti ai nostri affetti ed alle nostre speranze.

Le dignitose e generose parole con cui il Reggente accennò all’avvicinarsi del giorno in cui le disgiunte parti d’Italia verranno a collegarsi di comune accordo per formare una sola nazione, riscossero gli unanimi applausi dell’assemblea, che il regno intero ripeterà dal Ticino al Varo.

Ai giustissimi elogi dati all’ammirabile nostro esercito tutti faremo eco con animo altamente commosso; ché quelle lodi giungono in un punto, in cui più che mai il paese, animato dalle nuove e recenti prove dell’eroico ardimento di que’prodi che combattono la santa guerra dell’indipendenza italiana, prova per essi un’indicibile sollecitudine, un’immensa simpatia.

Noi confidiamo che il discorso di ieri, ripetuto in tutte le città d’Italia, promuoverà la causa dell’unione a pro della quale milita il nostro esercito.

Ma a compiere quest’impresa è necessario che alla saviezza delle reali parole corrisponda l’opera dei nostri legislatori. Se, come fermamente speriamo, essi sacrificano ogni dissentimento su punti secondari, ogni desiderio di gareggiare nel campo dell’eloquenza ogni inutile pompa di parole, per lavorare assidui al grande edifizio costituzionale, che è loro missione di innalzare sulle larghe basi segnate dal programma ministeriale, essi divideranno coll’esercito e col Re la riconoscenza del paese e dell’Italia.

Felici noi in allora! La nostra patria, intrepida sui campi di battaglia, sapiente nei consigli, riacquisterà, se non ancora il primato politico che il grande Gioberti, le vaticinava, certamente il primato della gloria di quest’epoca avventurosa.

C. Cavour


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