[I fatti di Genova]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 8 del 8 gennaio 1848

Gli ultimi fatti di Genova sono dolorosi per tutti i buoni cittadini: dolorosi, perché turbano l’ordine pubblico, fondamento di ogni prosperità civile: dolorosi, perché, prolungandosi, potrebbero incagliare il progresso e lo svolgimento delle riforme civili: dolorosi, soprattutto, perché continuando metterebbero in pericolo di guastarsi quell’unione tra il principe ed i cittadini, nella quale sta la nostra forza al cospetto dello straniero. Non vogliamo fare troppo severo rimprovero a quella parte della popolazione genovese che proruppe in quelle vivaci manifestazioni di opinione, che i più benemeriti si adoperarono a sedare. Sappiamo che gli animi concitati dal primo impeto che spinge i popoli italiani verso una vita novella, verso la vita dei popoli indipendenti e liberi, di leggieri trascende oltre i limiti di quel vivere quieto, che i popoli liberi conservano anche quando si agitano le questioni che toccano più da vicino alle condizioni della loro esistenza e della loro libertà politica. Non vogliamo opporre un biasimo ai voti espressi dalla popolazione di Genova, e che furono portati ai piedi del Trono. Questo solo vogliamo avvertire, che dimostrazioni così fatte sono inopportune a promuovere quella libertà, quella potenza dell’opinione pubblica che è fondamento di ogni ordine libero. La libertà dell’opinione non può aver luogo senza la discussione; e qual discussione sarebbe possibile quando le grida di una moltitudine affollata per le vie e per le piazze di una città dessero la legge allo Stato? Quale guarentigia si avrebbe che una parte della popolazione dello Stato, o più concitata, o più tumultuosa, non facesse a forza la legge all’universalità?

Il Governo dovrà dunque aspettare dalla coazione il solo mezzo per impedire così fatti disordini? Iddio guardi chi regge lo Stato dal funesto consiglio. La violenza chiama la violenza; incominciate le funeste lotte tra Governo e cittadini, l’ordine pubblico, la riverenza alle leggi, le libere, mature, ed imparziali discussioni, che sono pure i soli modi per cui possa assicurarsi la prosperità dello Stato, diventano impossibili per lunghi e lunghi anni. Chi credesse Genova in tali condizioni che le sole violenze fatte a nome del Principe e del Governo potessero mantener la quiete, calunnierebbe, ne siamo certi, lo spirito che anima tutte le popolazioni italiane; calunnierebbe lo spirito che anima quella città, mirabile di amor patrio, di devozione a quella causa italiana, che oramai è noto e detto da tutti, non potersi difendere che per mezzo dell’unione tra principi e cittadini. Ma se non si vuol far luogo alla violenza per comprimere, è necessario far luogo alla discussione per esaminare i desideri dei cittadini di Genova.

La forma di discussione che è sancita dalle nostre leggi è quella che si fa nel Consiglio di Stato, aggiungendo ai soliti consultori del Governo quelli che rappresentino le opinioni, i desideri, i bisogni dei popoli. Questi consultori straordinari erano convocati dal Principe già prima che egli sancisse le provvide riforme. Oggi che si diedero tante maggiori larghezze all’opinione pubblica, si potrebbe rifuggire dal darle quel modo di palesarsi, dal prevenire con una libera discussione i pericoli che possono nascere dalle manifestazioni tumultuarie, o dalle resistenze governative? Coloro che furono allora convocati non bastano ad esprimere l’opinione della nazione. Parecchi liguri, sardi e piemontesi raccomandarono i loro nomi alla gratitudine della nostra nazione, promuovendo le riforme, insegnando al popolo ad apprezzarle, mantenendo quel franco, ma rispettoso contegno che solo è degno dei sudditi di un Principe generoso, perché è degno nello stesso tempo dei cittadini di una patria libera. L’opinione pubblica non sarebbe rappresentata nei consigli del Principe se non vi fossero chiamati quei benemeriti cittadini. Sieno dunque convocati a consultare coi ministri del Re, e co’ suoi ordinari consultori di quanto richiedono le esigenze dei tempi, per la conservazione e per lo svolgimento delle riforme, per l’indipendenza e per la libertà della patria, per l’incolumità dei cittadini, per la salute di quel trono sabaudo, al quale mirano tutte le speranze degli italiani.

Sieno chiamati non per coonestare una timida concessione ai tumulti popolari, non per coonestare una sconsigliata resistenza, ma per dare un voto libero, sincero, degno di loro, degno del Re, degno della nostra nazione. Tutti gli ordini di cittadini, tutte le provincie di questa parte d’Italia aspetteranno, ne siamo sicuri, l’esito di quelle deliberazioni, nelle quali il senno di un principe generoso si combinerà con quello di liberi, di savi, di illuminati cittadini, e tutti s’inchineranno reverenti a quelle decisioni, perché sentiranno che spetta all’opinione liberamente discussa così di assicurare il principe contro i tumulti dei popoli, come i popoli contro gli arbitri dei potenti.


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