[Guizot e il Risorgimento italiano]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 13 del 14 gennaio 1848

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Abbiamo letto attentamente i documenti diplomatici riguardanti le cose d’Italia, comunicati dal signor Guizot alla commissione dell’indirizzo della Camera dei pari; e vi abbiamo, senza troppa nostra sorpresa, trovato una conferma del giudizio da noi portato sulla politica francese: politica incerta, vacillante, dubbia e contraria tanto ai veri interessi, quanto alla dignità ed al carattere della nazione francese.

Una tale politica merita di venir attentamente ponderata: essa vorrebbe conciliare elementi inconciliabili, esitante ognora tra il timore di offendere l’Austria e la vergogna di non mostrare simpatia per le italiane riforme, tra il desiderio di potersi mostrare amica del nostro progresso e la tema di veder riaccendersi il sentimento della nazionalità, di quel sentimento che, soffocato nel trattato di Vienna, risorge ora più vigoroso che mai, e mostrerà quanto valga la forza contro il diritto, contro la natura.

I due primi dispacci indiritti al signor Rossi, ed anteriormente agli avvenimenti di Ferrara, indicano una specie di approvazione del Governo francese per le riforme effettuate dal Papa, ed il signor Guizot vi si mostra ammiratore della politica romana. Ma l’occupazione violenta di Ferrara cambia ben tosto queste disposizioni, o per dir meglio mette in luce i veri sentimenti del Gabinetto francese.

Se le sue simpatie per il Papa e per l’Italia fossero state sincere, s’egli avesse avuto a cuore di promuovere la causa del progresso liberale, egli avrebbe dovuto protestare altamente contro la condotta dell’Austria, contraria, se non alla lettera, evidentemente al vero spirito dei trattati, contraria ai riguardi dovuti ad un pontefice; condotta che non si può altrimenti qualificare che di violenta, suggerita da quello spirito che, per la prima volta forse, contro gl’intendimenti di chi erane mosso, si volse a profitto della causa italiana.

Ma qual è invece il contegno del signor Guizot? Egli scrive al signor Rossi per biasimare il modo energico e nobile col quale il Papa seppe in questo memorando fatto difendere i suoi diritti, ed arrestare colla sola potenza della parola un’odiosa invasione, facendo trionfare il santo principio dell’indipendenza italiana.

Disapprova bene il signor Guizot l’occupazione di Ferrara, e dicendo di non aver ancor potuto prendere esatta cognizione dei trattati che si riferiscono al caso, si restringe a qualificare l’occupazione austriaca come un atto irregolare! Ma le sue lettere provano che egli non voleva che guadagnar tempo, ed evitare un giudizio formale e preciso.

E dal dispaccio indiritto il l° settembre al conte Marescalchi, incaricato d’affari a Vienna, per essere comunicato al principe di Metternich, appare ancora più manifesta questa disposizione del Governo francese. Se egli avesse avuto in mira d’impedire una risoluzione precipitosa del Governo pontificio, ma fosse stato deciso ad un tempo di appoggiarne i diritti, sarebbe stato debito suo usare lo stesso linguaggio colle due parti. Or mentre egli non ha per gl’italiani, violentati nei loro più sacri diritti, che consigli di prudenza, espressi in termini da ispirare una giusta diffidenza sulla loro sincerità, egli trova ben altro linguaggio pel principe di Metternich: le parole che ei rivolge al ministro austriaco, assumono un carattere di dolcezza inusitato, e non solo nella forma, che sarebbe o naturale o diplomatica, ma nel fondo stesso delle questioni. Nonché protestare, così egli si esprime:

«Mettendo in questo punto in disparte ogni controversia, ogni previsione non indispensabile ed urgente, noi chiamiamo la più attenta sollecitudine del signor principe di Metternich sugli ultimi incidenti di Ferrara, sulle proteste che promossero per parte della Santa Sede, e sulla necessità di aggiustare queste differenze in guisa, che si ponga al più presto un termine all’agitazione a cui diede origine nella penisola. Egli è in nome del comune interesse dell’Europa cristiana e civile, che noi facciamo appello, nella contingenza presente, a tutta l’elevatezza della sua mente, a tutta l’oculatezza della sua esperienza, e temeremmo d’indebolire o travisare le nostre parole, se in questo punto le unissimo ad altre considerazioni».

Son questi gli argomenti coi quali un gran diplomatico vuol convincere il principe di Metternich, l’anima del Congresso di Vienna e della Santa Alleanza, il regolatore della politica italiana, il vincitore di Cracovia? Ma il signor Guizot spinge più oltre la cosa; egli afferma, non dubitare che il principe di Metternich non si rallegri al pari di lui del successo in Italia della politica intelligente e moderata dei principi riformatori. – Non supera ella forse una tale asserzione ogni figura rettorica autorizzata dalla diplomazia? L’Austria desiderare il successo di una politica intelligente e moderata! – E come mai comprendere che uno statista qual è il signor Guizot, uno storico profondo, severo, un uomo che da venti e più anni è nei segreti della diplomazia europea, che seppe mandare alla corte di Roma il sig. Rossi, fra gli accorti accortissimo, possa ignorare che il timore, il dispetto dell’Austria s’aggravano ogni dì più a fronte della politica intelligente, moderata, coraggiosamente adottata dai principi nostri? Per chi sono le sue simpatie? sono forse per Modena, per Parma, per Napoli? Come può ignorare il Gabinetto francese che la politica dell’Austria in Italia è, come fu sempre, avversa alle riforme intelligenti, moderate, ecc.?

Non è egli probabile che il segreto motore dell’occupazione di Ferrara sia stato il desiderio di spingere il Governo pontificio fuor di quelle vie di progresso regolare e risoluto, nelle quali era francamente entrato, sia coll’intimorirlo con una dimostrazione ostile, sia suscitandogli contro le parti estreme, commosse a disordini e tumulti interni? Il sig. Guizot non dovette disconoscere l’evidenza di questi fatti; e s’ei voleva supporre al principe di Metternich altre intenzioni, s’ingannava di certo: il vero suo scopo trapela suo malgrado: amicarsi l’Austria e non compromettersi troppo apertamente in faccia all’Europa nella secreta sua alleanza.

La sua circolare dei 17 settembre agli agenti diplomatici francesi conferma tutte le nostre supposizioni. In essa, quantunque allora avesse già avuto campo di studiare i trattati relativi a Ferrara, di questo non si fa parola. Il ministro si restringe a vane proteste sul vantaggio delle riforme regolari, sui benefizi dell’unione fra principi e popoli, sul rispetto dell’indipendenza, e simili. Loda il Papa, e ripete non dubitar egli che tutti i governi d’Europa gli saranno larghi d’appoggio, e concorreranno in que’ sentimenti di venerazione, che egli seppe così degnamente ispirare; così a’ 17 settembre, cioè un mese dopo il fatto di Ferrara, il sig. Guizot comprendeva ancora l’Austria fra le potenze amiche al Governo pontificio! Non può sfuggire alle viste acute la risoluzione del ministro francese, di sagrificare i diritti della verità, i veri interessi della Francia al desiderio di rendersi l’Austria, e fors’anche la Russia amiche, per averle a sostegno contro l’Inghilterra?

Quando si penetra nell’intimo pensiero del Gabinetto francese, ben si scorge come a questo corrisponda la stampa ministeriale; né alcuna frase basta a velarne il secreto, il quale sta in questo, che il Gabinetto considerò sempre i casi dell’Italia come contrari alla sua politica, o per lo meno oggetto di penose dubbiezze. Quindi la tattica dei Débats, vanamente rivolta a dar corpo alla chimera di un partito nemico dell’ordine; quindi le accuse di comunismo, di radicalismo, quasi che l’Italia non potesse risorgere che a prezzo della pace del mondo, del sovvertimento della politica europea!

Il pessimo effetto prodotto in Italia dalla condotta del Ministero, e più della stampa semi-officiale fu, a quanto pare, sinceramente rappresentato al sig, Guizot dal sig. Bourgoing, che, giovane e sincero amatore della verità, non avrà forse potuto illudersi od accostarsi interamente a quella politica. Nella risposta del ministro, in data del 18 ottobre, i sentimenti del Gabinetto francese appaiono più evidenti ancora. Non trattasi più di Ferrara, dell’Austria, ma bensì di pericoli di guerre, di rivoluzioni, di disegni chimerici; e lo stesso partito moderato vien distinto con colori che dimostrano, come egli cerchi di gettare un sospetto, che tutti ragguaglia ad una stessa misura.

Il desiderio di propiziarsi l’Austria, mostrasi qui più che altrove evidente, e ci somministra il mezzo di provare al Ministero francese, usando quasi le stesse sue parole, ch’ei non ha altra mira per ora in Italia, che di rallentare i tempi, di mantenere un penoso statu quo, di non mostrarsi largo amico di quelle idee liberali, di cui un tempo la Francia e con essa il sig. Guizot vantavansi i più saldi sostegni.

Ma non sarà dato alla diplomazia, non al sig. Guizot di rallentare i tempi, e l’opera del risorgimento italiano, si compie e si compirà per decreto irrevocabile della Provvidenza, per opera dei principi riformatori, dei popoli risorti. E quando sarà giunta l’ora del compiuto riacquisto dell’indipendenza nostra, le simpatie della Francia non falliranno all’Italia. E noi conchiuderemo colle stesse parole, colle quali il sig. Guizot difendeva altre volte con miglior senno la nostra causa: L’Italie est entrée dans la carrière de la liberté: on peut y suspendre sa marche; on n’arrêtera point sa pensée; les esprits s’élanceront vers l’avenir qu’on lui refuse, car on a beau faire, cet avenir nous appartient.

C.


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