[Guizot e il Risorgimento italiano]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 4 del 4 gennaio 1848

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Il discorso della Corona di Francia non fa parola delle cose d’Italia. Questa omessione è chiaro sintomo dello spirito che informa il Gabinetto di Luigi Filippo; è esatta dimostrazione della politica ch’egli ha seguito e intende seguire a nostro riguardo. Politica indecisa e timida, politica d’eccessive circospezioni, che vorrebbe rimanersene neutrale fra le idee di progresso e lo spirito di resistenza. Politica al tutto indegna della gran nazione, che prima nel 1789 proclamò in Europa i principi rigeneratori delle società moderne, e che presunse più volte e presume tuttora aver ricevuta l’alta provvidenziale missione di propagarli e svolgerli nel mondo intiero.

Come mai questa politica fatale, contraria agli interessi della Francia, non meno che a quelli dell’umanità, poté mai essere adottata da quel celebre uomo di Stato che regge il ministero? Come mai, il sig. Guizot, che studiò si addentro le leggi che governano i progressi sociali, può egli rimanersi indifferente, quasi ostile allo stupendo movimento di rigenerazione che si va operando in Italia?

Per comprendere questa deplorabile anomalia giova passare a breve rassegna la politica francese degli anni addietro.

Il sig. Guizot venne al potere nel 1840, coll’intento di ristabilire tra Francia ed Inghilterra la concordia, rotta per opera di lord Palmerston e del sig. Thiers: o, per dir meglio, per causa delle eccessive dubbiezze della politica di Luigi Filippo in Ispagna ed in Oriente negli anni antecedenti. In ciò fece le parti di grande statista, e ben meritò le lodi di tutti i buoni ed assennati amici del progresso delle moderne società. Giacché, non vale illudersi, la causa del progresso andrebbe esposta a grave cimento, se l’Inghilterra stringesse sincera alleanza colle potenze dell’Europa orientale, irreconciliabili nemiche del progresso politico, Russia ed Austria. Tale alleanza è possibile. Il 1840 lo ha pienamente dimostrato. Ed è prudente il non dimenticare che a quell’epoca i giornali inglesi, riputati più liberali, quelli stessi che ora promuovono le idee progressive sul continente, si scatenavano acerbamente contro le tendenze rivoluzionarie della Francia, in guisa da ricordare i tempi delle coalizioni da Pitt dirette.

Dopo aver superate le più dure prove che incontrar si possano nella carriera ministeriale in paese costituzionale, il sig. Guizot venne a capo del suo intento. Aiutato, è vero, dalla politica mutazione che fe’ succedere nel governo degli affari esteri d’Inghilterra il cauto e pacifico lord Aberdeen all’impetuoso ed ostile lord Palmerston, egli riuscì a pienamente ristaurare l’armonia fra le due grandi nazioni costituzionali d’Europa, a ristabilire tra Francia e Gran Bretagna quell’alleanza che salvò la pace dopo la rivoluzione di luglio, e ch’egli si compiacque annunziare al mondo colla celebre frase di entente cordiale.

Poteva allora il sig. Guizot imprimere alla sua politica un nobile e salutare indirizzo, spingendola nelle vie progressive, che sole convengono alle condizioni della Francia. Poteva, valendosi della riacquistata potenza in Europa e del concorso dell’Inghilterra, efficacemente promuovere quello svolgimento delle progredienti e risorgenti nazionalità, di cui fa cenno il discorso di quest’anno; promoverlo non solo con isterili parole gittate alle Camere a pascolo de’ sentimenti generosi, ma col sussidio della sua influenza, ovunque ferve la lotta fra i due principi che dividono il mondo, ovunque germogliano numerosi e fecondi i semi di futuro progresso.

Ma, invece di codesta politica generosa non meno che utile alla Francia, il Ministero, e forse più ancora il re Luigi Filippo, indispettiti dal ritorno di lord Palmerston al potere, ad altro mai non pensarono che a combattere in ogni dove l’influenza dell’Inghilterra, onde contraccambiarle, se possibil fosse, le umiliazioni del 1840.

Meschina politica che ad altro riuscire non poteva che a tristi risultamenti. L’alleanza inglese, infievolita dalle gare della diplomazia in Grecia, Egitto e Portogallo, andò pienamente rotta da quei malaugurati matrimoni spagnuoli, che la diplomazia francese ebbe la puerilità di predicare come un portento di abilità e di astuzia: mentre invece, senza conferire alla Francia più autorità in Ispagna, la lasciarono priva di mezzi d’influenza nel rimanente d’Europa.

Spaventato dalle ire minacciose dell’Inghilterra e dall’idea di veder rinnovata la coalizione del 1840, il sig. Guizot si fece ad accarezzare le potenze orientali, l’Austria e la Russia. Egli sacrificò i principi liberali della Francia alle esigenze dell’autocrate e di Metternich. Politica fatale, funesta alla Francia, vergognosa per quel ministro, che, meglio d’ogni altro, come scrittore e come oratore seppe porre in luce i veri destini delle nazioni europee, della francese in particolare.

Questa infausta politica produsse sugli affari della Svizzera pessime conseguenze. La Dieta, fidando sulle simpatie della nazione francese, poco curò le minaccie e le preghiere del sig. Guizot. Sciolse il Sonderbund e scacciò i Gesuiti, plaudente, quasi unanime, la Francia. Ed ora il ministro, dopo aver sciorinato note minaccevoli, parla di mediazione benevola! Se il sig. Guizot fosse rimasto fedele a’ principi liberali, avrebbe forse ottenuto, unitamente all’Inghilterra, una soluzione pacifica, che, nel liberare la Svizzera dalle calamità gesuitiche e dai pericoli d’una unione illegale di pochi cantoni, non avrebbe cacciato dal potere la parte moderata, lasciando libero il campo alla parte radicale più decisa.

La tendenza della Francia verso l’Austria produsse negli affari svizzeri una politica imprudente, illiberale, quasi ridicola: determinò in Italia una politica debole, incerta, affatto negativa.

Non poteva il Ministero dichiararsi avverso all’opera rigeneratrice del sommo Pio, e osteggiare le savie riforme di Leopoldo e di Carlo Alberto. Qualunque pur si fosse il suo desiderio di compiacere all’Austria, non gli era possibile manifestare pei seguaci del Lambruschini, per gli avanzi della politica gregoriana, le stesse simpatie che egli aveva palesato pel Sonderbund. L’ostilità aperta essendogli interdetta, dovendo anzi, per non urtare soverchiamente i sentimenti nazionali, dare al Papa qualche segno d’approvazione, s’appigliò al partito di rimanersene quasi intieramente estraneo alle vertenze d’Italia. Epperciò la diplomazia francese ebbe l’istruzione di starsene spettatrice indifferente di quanto succedeva. La parte che i giornali le hanno affibbiato fu oltremodo esagerata. Il più delle note che le si sono fatte dare a Roma e a Torino, non ebbero esistenza fuori dei cervelli di alcuni corrispondenti non troppo esatti de’ fogli pubblici.

Ma ciò che vi ha di vero, d’innegabile, si è che il Ministero Guizot non provò simpatia di sorta pel risorgimento italiano: che anzi lo guardò con dispetto e maltalento. Questo sentimento, velato nel parlare ufficiale della diplomazia, chiaro appare negli inconcepibili odiosi articoli della stampa ministeriale. Articoli impolitici, mal accorti, i quali, dando solenne mentita alle parole che il sig. Guizot pronunziava l’anno scorso alla Camera dei pari in lode del Papa e della sua politica, destarono una meritata indegnazione in tutta l’Italia, attirarono al Ministero il giusto biasimo di quanti sono, il cui animo ancor sia capace di un qualche generoso sentire, senza acquistargli perciò il favore dell’Austria.

Invece di assecondare con ogni maggior suo mezzo il movimento italiano che ravvicinava le potenze della penisola al sistema politico francese, il sig. Guizot fece nulla o poco, limitandosi ad alcune ambigue dimostrazioni che s’ingegnò di celare; ritener volle intatta la nuova amicizia dell’Austria, senza chiarirsi avverso ai principi riformatori; tentò blandire le due politiche che si dividono Italia e il mondo, andando il mattino a porgere felicitazioni al marchese Brignole nostro ambasciatore sulle operate riforme albertine, e favellando la sera col ministro d’Austria, il conte Appony, dei pericoli dello spirito rivoluzionario.

Vergognosa doppiezza, sconsigliata moderazione dello statista: debolezza impolitica, errore immenso, che tanto più grande appare pel contrasto della politica inglese nelle cose d’Italia.

Questa potenza, quantunque in realtà assai più amica dell’Austria che nol sia la Francia, ossia più gelosa di conservarle intatti i domini assegnatile dal trattato di Vienna, pure non temè di manifestare altamente le sue simpatie per le riforme italiane. Senza prendersi un pensiero al mondo del dispetto del consiglio aulico, non dubitò deputare in Italia, e più specialmente presso la sede pontificia, uno de’ membri più cospicui del Gabinetto, il suocero del Primo ministro, lord Minto, onde far chiara la sua determinazione di opporsi a qualunque tentativo tendente a turbare colla forza o colla frode l’opera rigeneratrice di Pio, Leopoldo, e Carlo Alberto. L’energica condotta del Ministero inglese è specialmente notevole in quanto che, affidando una missione cosiffatta a lord Minto, affrontò direttamente i pregiudizi tuttora cotanto vivaci del protestantesimo inglese, che da secoli si oppone con severi statuti allo stabilimento di relazioni diplomatiche colla Corte romana.

E veramente sarebbe difficile a concepire come uno statista cotanto distinto qual è il sig. Guizot, cotanto avvezzo a rintracciare ne’ fatti storici le leggi che governano il mondo politico, possa spingere così risolutamente la Francia nelle vie fallaci dell’alleanza austriaca, la quale mai non produsse alla Francia che disastri vergognosi o tremendi. Vergognosi, quando Luigi XV perdeva per essa le sue colonie, affinché Maria Teresa ricuperasse parte della Silesia. Tremendi, nel 1813 e ’14, quando la tradita alleanza austriaca fu causa precipua della rovina dell’impero francese. Napoleone credette anch’egli dover ripudiare la causa dei popoli ed i principi della Rivoluzione per cimentare nuove alleanze colle antiche Corti d’Europa. Infedele alle idee che lo avevano innalzato al trono, pensò renderlo più forte col farvi sedere un’arciduchessa d’Austria. Matrimonio per lui funestissimo, che innestò al suo impero il germe della sua rovina.

Vorrebbe forse il sig. Guizot ripetere gli errori della politica imperiale, rinnovando le miserie e gli scandali delle alleanze austriache? Figlio della Rivoluzione francese, ha egli intieramente obbliata la gran verità da lui professata altre volte, non esservi per la Francia alleati veri, efficaci, se non i popoli esordienti nella carriera della libertà politica?

Noi vogliamo ancora sperare che il gran statista s’abbia a ricredere; e siccome il discorso del Trono si dimostra meno ostile alla Svizzera, non tarderà a mostrarsi per l’Italia, qual esser dovrebbe, un ministro interprete fedele de’ veri sentimenti e interessi della generosa e potente nazione francese. Se ciò non fosse, se il sig. Guizot, o per propria elezione, e per influenza regale, perfidiasse nell’ambigua e fluttuante sua politica, piena fidanza ci resta nell’opinione nazionale. Se questa lo sostenne quando dopo il ’40 ristabilì l’influenza francese in Europa, lo abbandonerà senza fallo, se continua ad adoperarla, come in Isvizzera, contro i principi liberali, o ad astenersi dall’impiegarla come ora fa in Italia, per compiacere all’Austria.

C. Cavour


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