[Guerra immediata, senza indugi]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 74 del 23 marzo 1848

L’ora suprema per la monarchia sarda è suonata, l’ora delle forti deliberazioni, l’ora dalla quale dipendono i fati degl’imperi, le sorti dei popoli.

In cospetto degli avvenimenti di Lombardia e di Vienna, l’esitazione, il dubbio, gl’indugi non sono più possibili; essi sarebbero la più funesta delle politiche.

Uomini noi di mente fredda, usi ad ascoltare assai più i dettami della ragione che non gl’impulsi del cuore, dopo di avere attentamente ponderata ogni nostra parola, dobbiamo in coscienza dichiararlo: una sola via è aperta per la nazione, pel Governo, pel Re. La guerra! la guerra immediata, senza indugi!

Non è possibile l’indietreggiare; la nazione in fatti è già in guerra con l’Austria. Essa si muove già tutta in soccorso dei lombardi: i volontari hanno già varcate le frontiere: i nostri concittadini fabbricano e spediscono apertamente munizioni ai milanesi: egli è evidente; la pace è rotta coll’Austria: i vecchi trattati dall’una parte e dall’altra sono calpestati ed infranti.

Non si tratta quindi di decidere se le ostilità si abbiano o no da cominciare. La sola questione è di sapere se ci dichiareremo lealmente, altamente per la causa dell’umanità e dell’Italia, o se seguiremo per lungo tempo le vie tortuose di una politica di ambagi e di dubbi.

Tale essendo lo stato delle cose, il dubbio, lo ripetiamo, non è possibile. Anche pei meno ardenti, per gli uomini di Stato i più cauti, il dovere del Governo è patente, palpabile. Siamo in condizion tale, in cui l’audacia è la vera prudenza; in cui la temerità è più savia della ritenutezza.

Forse vi, sarà ancora chi dirà non esser noi preparati, e che col dichiarate la guerra ci assumeremmo una terribile responsabilità; che la Russia e l’Inghilterra potrebbero in tal caso decidersi ad unirsi all’Austria a danno d’Italia.

A queste obbiezioni opporremo vittoriose risposte dettate dalla sola ragione. Se la Lombardia fosse tranquilla, sarebbe follia l’affrettare i tempi e cominciare le ostilità prima di aver radunato, un esercito e preparati mezzi di offesa proporzionati alla forza dei nostri nemici.

Ma la Lombardia è in fuoco; Milano è assediata, ad ogni costo bisogna andare a soccorrerla. Quando non avessimo sulle frontiere che cinque mila uomini, questi dovrebbero correre su Milano. Forse questi sarebbero battuti; è possibile, quantunque non lo crediamo probabile; ma questa mossa ardita costringerebbe gli austriaci ad abbandonare Milano, permetterebbe alla città di provvedersi di viveri e di munizioni; la metterebbe in istato di continuare l’eroica resistenza, che ci tiene tanto dolorosamente sospesi da più giorni.

L’effetto morale di un principio di ostilità, la salvezza di Milano varrebbe più per la causa italiana, che non le nuocerebbe la sconfitta di un corpo di 5000 uomini. Muovano senza indugio i reggimenti stanziati a Novara, a Vercelli, a Vigevano. Corrano su Milano, corrano a dividere i pericoli e la gloria di quella eroica città.

Guai a noi, se per aumentare i nostri preparativi non giungessimo più in tempo! Guai a noi, se quando saremo per varcare il Ticino, ricevessimo la notizia della caduta della regina della Lombardia!

Lo ripetiamo, nelle attuali contingenze vi è una tale politica: non la politica dei Luigi Filippi e dei Guizot, ma la politica dei Federici, dei Napoleoni e dei Carlo-Emanueli. La grande politica, quella delle risoluzioni audaci.

Ma l’Europa? L’abbiamo già detto: di fatto la nazione ha dichiarata la guerra; e quella tremenda risponsabilità che ci si para dinanzi agli occhi qual fantasma spaventevole, l’abbiamo già incorsa. Se l’Austria si rassoda in Germania, se ella vince in Lombardia, ci muoverà la guerra. Se la Russia è disposta a sostenere la decrepita sua alleata contro i propri sudditi ed i nemici che la circondano, le truppe russe saranno già a quest’ora partite per alla volta di Vienna.

Ma l’Inghilterra? Si dice che essa ha protestato, persino minacciato della sua collera il nostro paese se il Ticino è varcato. Non vogliamo affievolire la gravità della determinazione che eccitiamo il Governo a prendere. Le proteste dell’Inghilterra hanno un grave peso, nol neghiamo. Se fossimo in tempi ordinari forse sarebbe prudenza il darle ascolto. Ma in faccia dei casi di Milano, quando l’ora della liberazione d’Italia è suonata, quando i popoli si armano e si muovono impazienti contro lo straniero, lasciarsi fermare dalle proteste dell’Inghilterra sarebbe viltà; non una buona e grande politica, ma una politica meschina, che, senza porci al riparo dei pericoli che ci sovrastano, coprirebbe d’ignominia la nazione, e farebbe forse crollare l’antico trono della monarchia sabauda in mezzo all’indegnazione dei popoli frementi.

Ma esaminiamo freddamente quali conseguenze possono avere le proteste dell’Inghilterra.

L’Inghilterra cesserà d’esserci alleata? ci abbandonerà alle nostre sorti? Sia pure! Noi non abbiamo mai divise le illusioni di alcuni nostri concittadini, che per più mesi riguardarono l’Inghilterra come la futura liberatrice d’Italia. Abbiamo sempre pensato, e questo giornale ne fa fede, che la conservazione della potenza dell’Austria era nelle mire della politica inglese.

Ma per conservare questa potenza vorrà il Gabinetto di San Giacomo rompere la neutralità, muovere guerra all’Italia e farvisi solidaria del sistema assoluto? Non lo crediamo! Non già per troppa fede che noi abbiamo nella generosità e nella liberalità degli uomini di Stato inglesi. Benché il potere sia nelle mani del partito liberale, se gli interessi politici dell’Inghilterra fossero compromessi, non ci stupirebbe il vedere lord Palmerston e lord John Russell stringer la mano di Metternich ancora stillante del sangue polacco ed italiano.

Ma dopo i moti di Vienna, i quali, qualunque ne sia l’esito momentaneo, hanno provato all’Europa essere la monarchia austriaca in preda ad invincibili germi di distruzione, l’Inghilterra non comprometterà certamente la pace del mondo per sostenere un edifizio che crolla da ogni lato; non renderà solidaria la politica del glorioso impero britannico con quella del cadente e cadaverico impero austriaco.

L’Inghilterra è apparecchiata alla guerra; può farla e farla tremenda. Stolto chi il nega. Ma la guerra mossa dall’Inghilterra è non solo una guerra europea, è una guerra generale nelle quattro parti del mondo. Vorrà ella intraprendere questa lotta terribile perché si combatte in Italia per acquistare quei diritti che sono sacri agli occhi del popolo inglese?

Acconsentirà questo popolo a ricominciare la terribile storia delle guerre della Rivoluzione, per impedire la liberazione dell’Italia?

Non è possibile. Il Governo inglese, nel finire del secolo scorso, quand’ancora era quasi onnipotente l’oligarchia delle grandi famiglie patrizie, non poté indurre il Parlamento alla guerra, se non dopo la morte di Luigi XVI ed il regno del terrore. Potrà ora un Ministero, che ha ripudiato le tradizioni di Pitt, indurre l’Inghilterra a cooperare alla barbara impresa di mantenere l’Italia nella schiavitù? E ciò non per utile proprio, ma per prolungare l’esistenza di uno Stato che da ogni lato si sfascia? Ciò non è credibile. Ma se, per mala sorte, i ministri inglesi fossero abbastanza acciecati dalle logore massime di un’antica e vieta politica per dichiararsi contro l’Italia; se i Russell ed i Grey, contraddicendo a se stessi, ai loro atti passati, a quelli della loro parte, adottassero il sistema dei Castelreagh e dei Liverpool; se Italia tutta avesse a provare, per parte degl’inglesi, un trattamento pari a quello che soffrirono i siciliani nel 1815; se l’Inghilterra si dichiarasse apertamente contro la causa dei popoli, e si facesse la propugnatrice dei principi assoluti, guai a lei! Si formerebbe contr’essa una tremenda coalizione, non più di principi, come sotto Napoleone, ma di popoli. E non vi sarebbe più pace nel mondo, finché non fosse distrutta la potenza di un popolo, che avrebbe tradita la causa dell’umanità. E non per fanatismo, non per errore, ma per un calcolo della più perfida politica.

Rammenti l’Inghilterra che i tempi sono cambiati, che i sentimenti popolari si sono svolti per ogni dove, che anco nell’interno delle sue provincie i diritti del popolo contano numerosi ed ardenti difensori. Rammenti che nell’Irlanda, nel Canadà, in altre colonie fervono le idee di separazione e di libertà estrema. Rammenti che essa non è più la sola gran potenza marittima del mondo; che trent’anni di pace le hanno preparato un tremendo rivale, gli Stati Uniti, che non consentiranno giammai a lasciar, in caso di guerra, porre in vigore quella sua prepotente legislazione sui neutri, che gli permetteva di offendere i suoi nemici, e di mantenere quasi illeso il suo commercio. Rammenti infine che una guerra liberticida non potrebbe fruttarle, se felice, che una vittoria senza gloria e senza utilità; mentre, se avesse esito conforme ai voti dei popoli, segnerebbe l’estrema sua rovina, e la precipiterebbe da quel trono, ove siede come la primogenita delle libertà e la regina dei mari.

C. Cavour


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