[Distribuzione del reddito e ripartizione delle imposte. Polemica col professore Matteo Pescatore] [3]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 497 del 6 agosto 1849

[3]

Il sig. professore Pescatore ci ha dedicato due articoli di sterminata lunghezza per giustificare i calcoli dei quali avevamo cercato dimostrare l’erroneità. Nel primo ei vuole provare che, dalle basi stesse da noi ammesse, risulta che la rendita complessiva dello Stato somma ad oltre 1400 milioni; nel secondo ei torna sull’articolo delle gravezze indirette per giungere a quello strano risultato che le classi meno agiate pagano al fisco i quindici ventesimi della loro entrata.

Noi non ci fermeremo lungamente su questo secondo articolo per porre in luce tutti i sofismi ch’esso racchiude, perché non un articolo, ma un libro si richiederebbe. Solo noteremo che il sig. Pescatore continua nell’errore di considerare il prodotto netto della terra, ch’egli stesso determina dai 160 ai 170 milioni, come la sola rendita che contribuisca alle tasse indirette, mentre egli è evidente che tutte lo sono da queste più o meno colpite.

Il fisco toglie all’artiere che compra un sigaro od una libbra di sale una parte del suo salario, come toglie al proprietario che compra dello zuccaro e del caffé, ed al capitalista che fa incetta di merci forestiere, una parte del loro reddito.

Ora dietro questo dato è assurdo, lo ripetiamo, il sostenere che il piccolo proprietario pagherà quattro volte a ragione delle gravezze indirette quanto egli paga per le dirette, a motivo che queste sono quattro volte maggiori di quelle: giacché i soli proprietari concorrono al pagamento della tassa prediale, mentre tutte le classi della società concorrono al pagamento delle tasse indirette. Questo raziocinio ci pare di un’evidenza talmente assiomatica, che nutriamo ferma fiducia che nessun lettore, non animato da soverchio spirito di parte, ne contesterà la verità.

Per dare un’idea dei nuovi ragionamenti del signor Pescatore, citeremo solo gli ultimi a linea di quest’articolo. In questi ei dice che abbiamo errato supponendo la famiglia tolta ad esempio composta di soli quattro individui, mentre la media degli individui delle famiglie dello Stato risulta di 4,86; e potersi perciò calcolare ad otto individui le famiglie delle classi meno agiate, come quelle che sono d’ordinario le più numerose.

Ma per amor del cielo, come mai se la famiglia media è di soli 4,86 individui, le famiglie delle classi meno agiate, che costituiscono almeno i nove decimi della popolazione, possono contare in media otto individui?

Ma ammettiamo questa cifra malgrado la sua erroneità, e vediamo qual sarà il reddito di questa famiglia, e la parte che nella ipotesi stessa è adottata dal dotto nostro avversario.

Egli ha impiegato quattro colonne a dimostrare che il lavoro manuale degli individui i meno retribuiti, senza distinzione di sesso e di età, rappresentava in media una somma di 51 centesimi al giorno.

Il lavoro quindi di otto individui rappresenterà lire 4,08 al giorno, ossia lire 1400 circa all’anno.

Se il sig. Pescatore nega questo argomento, distrugge tutti i calcoli coi quali ei volle provare che la rendita complessiva dello Stato giungesse a 1400 milioni.

Ma la famiglia in discorso è supposta proprietaria di un fondo che produrrebbe, dato in affitto, lire 200. La sua rendita quindi sarà di lire 1600, salvo che il sig. Pescatore giunga a dimostrare che il lavoro impiegato dai contadini sui propri fondi è loro men fruttifero di quello impiegato per conto altrui.

Ove tutte le altre ipotesi del sig. Pescatore fossero esatte, la famiglia in discorso pagherebbe 140 lire, ossia meno del decimo della sua rendita.

Se qui ancora il nostro avversario persistesse nel dire che la rendita sola è colpita dalle gravezze indirette, gli chiederemmo allora con che la famiglia in discorso pagherebbe la sua tangente in queste tasse, se fosse priva d’ogni bene di fortuna?

Questi brevi cenni basteranno, speriamo, a confermare quanto abbiamo detto del modo di procedere nei calcoli del dotto avversario.

Prima però di lasciare l’argomento delle gravezze indirette, crediamo opportuno l’aggiungere che siam pronti a confessare che vi sono molti errori ed ingiustizie nell’attuale sistema, del quale è sacro dovere promuovere la riforma. Noi non abbiamo mai inteso ammettere come esatti i dati sui quali il professore Pescatore fa riposare i suoi calcoli; solo per poter dimostrare l’erroneità di questi siamo stati costretti di supporli momentaneamente veri. Onde preghiamo il nostro avversario a non considerare come ammessione ciò che è una semplice ipotesi, che non esitiamo a dichiarare eminentemente contestabile.

Se non abbiamo giudicato opportuno il seguire passo passo il sig. Pescatore nei vari suoi calcoli intorno al riparto delle gravezze indirette, crediamo però essenziale lo stabilire in modo incontrastabile quanto abbiamo detto intorno all’esagerazione della cifra di 1400 milioni, alla quale ei fa ascendere la rendita complessiva dello Stato. E quindi esamineremo minutamente le critiche ch’egli ha dirette ai calcoli sui quali riposa questa nostra asserzione.

Onde giungere a determinare il prodotto medio dei salari equamente ripartiti fra tutti gli individui delle classi faticanti, avevamo tolto ad esempio una famiglia composta dal padre e dalla madre, con due figli non ancora atti al lavoro.

Il sig. Pescatore ci osserva essere la nostra ipotesi inesatta:

  1. Perché le famiglie si compongono di 4,86 individui e non di 4;
  2. Perché essendo solo i ragazzi al dissotto de’ dieci anni ed i vecchi d’oltre settanta inabili al lavoro, non si doveva tener conto neppure dei guadagni degli altri membri della famiglia oltre il padre e la madre.

Risponderemo, schiettamente che la formola che avevamo adoperata non è di una esattezza matematica. Abbiamo voluto esprimere in modo popolare il seguente teorema economico, cioè: che la media dei salari di tutti gli individui che compongono le classi e traggono il vitto dal lavoro manuale è uguale alla metà del salario medio che percepiscono gli individui di quella età nella quale l’uomo e la donna possono considerarsi come pienamente atti al lavoro.

Ora è vero, come osserva con ragione il professore Pescatore, che solo i ragazzi minori d’anni dieci sono inetti al lavoro. Ma è vero altresì che da dieci anni a diciott’anni il giovinetto impiegato nei campi guadagna assai meno dell’uomo adulto. Onde crediamo poter asserire non correre alcun rischio di errare in meno stabilendo che, se si considerano i giovani maggiori degli anni sedici come ricavanti un salario pari a quello degli uomini fatti, si può non tener conto del guadagno dei ragazzi compresi fra i dieci ed i sedici anni.

Siamo convinti che tutti gli uomini esperti nell’economia agricola non contesteranno questo dato.

Del pari l’uomo giunto all’età di sessant’anni, la donna a quella di cinquanta non sono più atti a sopportare le maggiori fatiche dei campi; onde il loro salario trovasi di molto scemato. Possiamo anzi aggiungere, per propria esperienza, che ben poche donne continuano a 40 anni nell’abituale lavoro delle terre.

Dietro questa osservazione puossi asserire, che col supporre che gli uomini guadagnino sino agli anni 65 e le donne sino agli anni 50 un salario eguale a quello che loro si corrispondeva nella loro gioventù, si può tralasciare il guadagno delle loro età maggiori, senza tema di determinare ad una cifra troppo debole la somma totale dei salari.

Se le sovraesposte basi sono esatte, puossi asserire che l’ammontare dei salari dei braccianti è uguale al numero degli individui compresi fra le età di 16 e 65 anni, aggiunto a quello delle donne comprese fra i 15 ed i 50, moltiplicati rispettivamente dalla somma che rappresenta il salario medio dell’uomo e della donna pienamente atti al lavoro.

Ora dalle tavole della popolazione compilate da Quételet pel Belgio, riputate le più esatte fra le conosciute, si deducono i seguenti fatti (Essai de Physique sociale, ch. 7, p. 2). La popolazione essendo supposta un milione:

Gli uomini compresi fra 16 e 65
400275.154
Le donne comprese fra 16 e 50.600249.879
 Totale525.033

Da questo calcolo, la di cui esattezza non sarà certamente contestata da verun matematico, ciascheduno vede, come eravamo prossimi al vero, quando per evitare ai nostri lettori una noia degli aridi calcoli, che ci fu forza di pubblicare, avevamo stabilito come base delle nostre ricerche sull’ammontare dei salari il caso di una famiglia composta di due individui che percepiscono l’intero salario dei buoni operai, e due individui inetti al lavoro.

Quindi rimangono inconcussi tutti i calcoli coi quali abbiamo dimostrato l’erroneità della cifra ipotetica alla quale il signor Pescatore fa ascendere la rendita complessiva dello Stato.

Ma il nostro dotto avversario, dopo di avere combattuti i nostri calcoli, mette in campo una nuova dimostrazione del suo assunto, col calcolare direttamente il prodotto del lavoro, quello della rendita fondiaria, e dei capitali produttivi. Ma conservando in questa sua enumerazione la medesima erronea base ch’egli aveva adottata per determinare i salari, ei deve di necessità giungere ad uno stesso risultato. Se i salari sono quali li suppone il signor Pescatore, egli non aveva mestieri di questa enumerazione per stabilire a 1400 milioni la rendita complessiva dello Stato. Se invece questi si debbono ridurre giusta i nostri argomenti, in allora eguale riduzione dovrassi operare nella determinazione diretta data come una controprova dal nostro avversario.

Finalmente ei crede di atterrarci del tutto citando un documento ufficiale francese, appunto perché avevamo appoggiato le nostre ipotesi della media dei salari sull’opinione dei più valenti statistici di quella nazione.

Il signor Pescatore assevera che il signor Goudchaux, ministro delle Finanze sotto la presidenza del generale Cavaignac, valutasse tutte le rendite, escluse le piccole e mediocri dalle 600 sino alle 3000 lire, secondo la varia popolazione dei rispettivi comuni, ed esclusa inoltre tutta intiera la rendita territoriale netta, a 6500 milioni all’incirca.

Ci duole il dirlo: le citazioni del nostro avversario sono altrettanto erronee quanto i suoi calcoli. Il sovra accennato ministro nel citato discorso (vedi Moniteur del 24 agosto, 2° supp., pag. 2128) si esprime colle seguenti parole: «Les revenus mobiliers de toute nature qu’atteindra le décret sont évalués par les statisticiens les plus sérieux, comme par l’administration, à 3716 millions, qui etc.».

Aggiunge poco dopo: «Que l’on réduira à 3000 millions pour distraire de l’evalutation qui précède les revenus de trop faible importance».

Di più se il dotto professore avesse posto mente agli altri dati interessantissimi che il citato Exposé des motifs racchiude, egli avrebbe veduto che il ministro Goudchaux valutava a soli 3000 milioni l’ammontare di tutti i salari della Francia; cifra, che è ben lungi dal corrispondere a quella di 700 milioni che il sig. Pescatore adotta pel nostro paese. Questo non difficile confronto lo avrebbe senza fallo distolto dall’appoggiarsi su documenti che racchiudono una completa confutazione delle singolari sue dottrine economiche. Noi siam lungi dall’attribuire alla mala fede la singolare inesattezza del signor Pescatore nel citare un documento ufficiale; solo osserveremo, rispondendo all’ultimo paragrafo della replica ch’egli ci ha diretta, che lo spirito di parte spinto all’eccesso è una sorgente non men feconda di errori che il sentimento di interesse personale da cui egli suppone animati i suoi avversari.


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