[Distribuzione del reddito e ripartizione delle imposte. Polemica col professore Matteo Pescatore] [1]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 490 del 28 luglio 1849

[1]

Il professore Matteo Pescatore, convinto, a ragione, essere omai tempo di abbandonare le vane discussioni e le sonore declamazioni, per prendere a maturo esame le gravi questioni di politica interna, state sin ora quasi interamente neglette dal Parlamento, e dalla stampa, manifesta l’intendimento di esporre successivamente le sue idee sulle riforme da introdursi nell’ordinamento finanziario, amministrativo e militare dello Stato.

Quindi, cominciando dalle finanze, egli esordisce nell’ardua impresa con un lungo articolo inserto nella Concordia di giovedì, consacrato all’analisi dei principi sui quali riposano i passati bilanci.

Mentre altamente commendiamo il divisamento del dotto professore, e concordiamo pienamente nell’espressa opinione che le ottenute libertà politiche non avrebbero alcun pregio reale, se non valessero ad effettuare ampie riforme economiche e sociali; ci crediamo in dovere di renderlo avvertito di alcuni gravi errori di calcolo nei quali egli è caduto nello stabilire le basi sulle quali egli intende far riposare i suoi ragionamenti.

Il professore Pescatore comincia dal ricercare qual sia il reddito complessivo di tutti gl’individui dello Stato, per paragonarlo quindi alla somma che viene annualmente prelevata dai contribuenti, onde sopperire alle spese pubbliche.

Esso crede poter ammettere per base un reddito medio per ciaschedun individuo di un franco al giorno, ossia di lire 360 all’anno; e valutando la popolazione dello Stato a 4 milioni e mezzo d’abitanti, egli stabilisce quindi il reddito complessivo del paese ad un bilione e 620 milioni di franchi; che, per far prova di moderazione, ei riduce a un bilione e 400 milioni.

Paragonando poi questa somma con quelle che si ricavano dalle imposte, che è di 70 milioni, ei conchiude che ove i pesi pubblici fossero egualmente ripartiti, ciascheduno dovrebbe concorrere alle spese dello Stato a ragione del ventesimo dell’annua sua rendita.

L’ipotesi adottata dal dotto professore, ci duole dirlo, è purtroppo lontanissima dal vero. Piacesse al cielo che il reddito dei nostri concittadini potesse calcolarsi in media ad un franco al giorno per individuo. Ma la realtà è lontana da questo risultato, quantunque meschino egli appaia a prima giunta.

I più valenti statisti [sic] della Francia, mercé lunghi ed accuratissimi calcoli, sono giunti a determinare il reddito medio di ciaschedun individuo del loro paese a 70 centesimi all’incirca. Ora i salari essendo da noi assai meno elevati che in Francia, egli è evidente che il reddito medio dei nostri concittadini sarà minore del reddito medio dei francesi, e non potrà valutarsi molt’oltre i 60 centesimi, cioè il terzo certamente, se non i due quinti in meno del supposto dall’erudito scrittore della Concordia.

Onde confermare l’esattezza matematica di questa nostra asserzione, basterà il rammentare qual sia il reddito medio delle famiglie de’ concittadini che campano la vita col mero lavoro manuale.

In una famiglia di quattro individui composta di un marito, di una moglie, e di due ragazzi di minore età, e che si può considerare come la famiglia normale, il marito guadagnerà in media un franco al giorno, e la moglie dieci soldi: trenta soldi fra entrambi. Se nell’estate i salari sono più elevati, lo sono molto meno nell’inverno; onde nello stabilire la sovra indicata cifra siam certi di non rimanere al di qua del vero.

I giorni di lavori agricoli, avuto riguardo ai giorni festivi ed alle contrarietà atmosferiche, non sommano certamente a più di 260 all’anno: supponiamoli pure 300, ed avremo pel reddito della famiglia in discorso lire 450 all’anno. Questa essendo composta di quattro individui, il reddito annuo di ciascheduno di essi sarebbe di lire 112,50, ossia 31 centesimi al giorno.

Se non fosse il timore di riuscire soverchiamente tediosi, ci sarebbe facile l’ottenere identici risultati dal calcolo dei salari soliti a corrispondersi ai contadini impiegati tutto l’anno in qualità di bovari e simili.

Se la famiglie dei contadini, che sono le più numerose dello Stato, non ritraggono dal solo lavoro che un reddito di 31 centesimi al giorno, si può con certezza asserire che il reddito medio degli individui di cui si compongono tutte le classi della società non sarà due volte maggiore, e che il fissarlo quindi dai 60 ai 66 centesimi al giorno si corre il rischio di errare in più anziché in meno.

Se questi calcoli sono esatti, bisognerà per lo meno ridurre di un terzo la proporzione determinata dal professore Pescatore fra le rendite complessive ove queste fossero ripartite egualmente, ciascheduno dovrebbe concorrere alle spese dello Stato pel quindicesimo almeno delle sue rendite.

Rettificata la prima base stabilita dal valente professore, esaminiamo i calcoli che su di essa stabilisce.

Onde determinare la proporzione nella quale viene colpita dal fisco la classe la più numerosa e la più faticante, egli sceglie il caso di una famiglia che possedendo quindici giornate di terra, ritrae da queste, lavorandole colle proprie mani, un reddito annuo di lire 1000.

Osserveremo anzi tutto che, volendo stabilire la condizione della classe la più numerosa, egli non dovrebbe prendere per norma un proprietario di quindici giornate di terreno; giacché i proprietari di tal fatta fanno parte della minorità della nazione, e godono di una moderata agiatezza.

Ma questo riflesso non ha che fare coll’esattezza dei calcoli del dotto professore.

Stabilito il reddito che la famiglia in discorso ritrae dalle sue quindici giornate in lire 1000, egli dice ch’essa dovrà pagarne al tesoro, a ragione della tassa prediale, il decimo, ossia lire 100.

Qui non possiamo a meno di meravigliarci come un uomo cotanto perspicace sia caduto in si solenne errore.

Le lire 1000 che la nostra famiglia ritrae dalle sue quindici giornate non rappresentano certo la sola rendita netta di questa, la somma cioè che se ne otterrebbe concedendole ad altri in affitto; ma bensì, oltre la rendita, gl’interessi dei capitali, ed i salari dell’opera manuale impiegati nella coltivazione.

Il professore pescatore è troppo esperto in economia politica per ignorare una verità cotanto elementare.

Ora, chiunque ha qualche pratica delle cose rurali, sa che una famiglia la quale coltivi con intelligenza e solerzia un non esteso podere, ne ricava un prodotto che supera d’assai il doppio di quanto ne otterrebbe dandolo in affitto. Non crederemmo andare nelle esagerazioni affermando che ne ricava un reddito tre volte maggiore; ma nello stabilire che questo sta al reddito netto, come 100 al 40, siam certi di non essere smentiti da verun agricoltore.

Ciò essendo, il reddito della nostra famiglia si comporrebbe come segue:

Lire
400che rappresentano la rendita delle quindici giornate di cui essa è proprietaria;
»600che costituiscono la mercede dell’opera manuale e dei capitali alla coltivazione impiegati
Lire1000 

Ora la tassa prediale colpisce la rendita netta e non già il prodotto lordo dei fondi, quindi la nostra famiglia non avrà a pagare, nell’ipotesi adottata dal professore Pescatore, che il decimo di lire 400, ossia 40 lire.

I fatti confermano pienamente questo risultato, giacché è noto come in media il tributo regio sia lungi dal potersi calcolare a lire 3 per giornata.

Dietro questi calcoli, che ci paiono di una esattezza matematica, possiamo asserire essere del tutto erronea la conclusione a cui giunge il dotto professore di legge, quando egli dice che una famiglia che possegga quindici giornate di terra paga a ragione della tassa prediale il decimo del suo reddito, mentre non dovrebbe pagarne, ove le tasse fossero ripartite su tutti i redditi, se non la vigesima parte.

La verità si è che la proporzione tra le gravezze e la rendita complessiva dei cittadini è al più come l’uno dei quindici; e che la famiglia tolta ad esempio dal sig. Pescatore paga a ragione del tributo regio, al massimo, la vigesimaquinta parte del suo reddito.

Noi ci facciamo lecito di pregare il dotto professore a voler prendere ad esame i nostri calcoli, ed ove non gli venisse fatto di chiarirli erronei, a volere modificare le basi sulle quali egli intende innalzare un nuovo edificio finanziario.

Conoscendo la potenza irresistibile della sua logica, ci sarebbe difficile il prevedere a quali straordinarie conseguenze, a quali enormezze egli addiverrebbe, se i suoi acuti raziocini poggiassero sopra una base radicalmente falsa.



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