[Critiche allo Statuto]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 63 del 10 marzo 1848

Noi abbiamo sentito con infinito rincrescimento essere stato da molte persone, segnatamente in Genova, lo Statuto male accolto; esso è oggetto di critiche varie ed acerbe. Noi non vogliamo assumere l’incarico di ribatterle tutte e di porre in luce i molti e reali pregi di questa nostra legge fondamentale. Ma non dubitiamo di affermare, senza timore di essere contraddetti da chiunque lo abbia studiato attentamente con animo imparziale, ch’esso racchiude tutti i più grandi principi delle libere costituzioni, ch’esso consacra fra noi tutti i diritti di cui godono tutte le nazioni le più incivilite.

Infatti lo Statuto introduce l’elemento elettivo largamente e potentemente in tutte le parti dell’edificio sociale. Consigli comunali e provinciali, Guardia nazionale, Camere legislative, tutte le nostre istituzioni politiche ed amministrative saranno d’ora in avanti figlie dell’elezione. La nazione è chiamata a partecipare direttamente a tutti gli atti che riflettono l’interesse del paese in generale, o di qualunque frazione di esso.

Lo Statuto circoscrive il circolo d’azione del potere esecutivo in giusti e severi limiti, in modo da non potersi più oltre restringere, senza indebolire soverchiamente la forza governativa: ciò che sarebbe contrario all’indole delle società moderne europee, e funesto al nostro paese, che si trova formare l’avanguardia dell’Italia al cospetto dello straniero.

L’indipendenza del potere giudiziario è assicurata; la libertà di stampa, la libertà individuale sono solennemente guarentite. Il sacrosanto principio dell’eguaglianza civile è altamente consacrato. Ogni privilegio di casta, di ceto è abolito. Tutti i gran principi in una parola proclamati dalla nazione francese nel 1789, e che costituiscono le vere basi del vivere libero, sono francamente, risolutamente proclamati.

Ma, dicesi, la libertà dei culti non è pienamente riconosciuta. Ciò è vero. E da questo lato dichiariamo non essere lo Statuto del tutto conforme ai nostri desideri. Tuttavia ci pare essere questa quistione piú di parole che di fatti. L’emancipazione dei protestanti ha fatto sparire una parte delle fondate obbiezioni a cui l’articolo primo poteva dar luogo. Non dubitiamo che la prossima emancipazione ridurrà quest’articolo ad essere nella pratica un semplice omaggio reso alla religione cattolica, al quale faremo allora plauso di tutto cuore.

Si dice inoltre essersi conservati i titoli e gli ordini cavallereschi, cose contrarie all’indole dei tempi. Sarà forse stato questo un errore, noi non vogliamo negarlo in modo assoluto. Ma, per Dio! che errore minimo a cospetto dei tanti pregi testé indicati nello Statuto! Che cosa sono alcuni vani titoli che non conferiscono né privilegi, né vantaggi, in confronto dei diritti cittadini che abbiamo acquistati? Oramai la qualità di deputato, che dico, di semplice elettore, ha un pregio assai maggiore agli occhi d’ogni uomo assennato, di qualunque distinzione gentilizia.

Si fanno ancora alcune critiche allo Statuto sopra alcuni articoli di poco momento che tralascieremo per brevità, giacché, se siamo bene informati, non è tanto contro le disposizioni in esso contenute, quanto contro a quelle che si pretende avrebbe dovuto contenere contro cui si muovono le maggiori querele.

É questo errore gravissimo. Uno Statuto organico deve racchiudere, a senso nostro, i principi fondamentali della costituzione e nulla più. Onde siamo disposti a credere piuttosto essere esso sceso in troppi particolari.

Le leggi organiche che il legislatore ci annunzia, quella elettorale segnatamente, sono il complemento dello Statuto, sono esse che ne costituiscono in massima parte il merito reale.

Noi abbiamo ferma fiducia che se i critici malevoli dello Statuto avessero aspettato la pubblicazione della legge elettorale, che sappiamo essere imminente, non avrebbero trovato nessun ascolto nella parte sana del pubblico. Questa toglierà ogni menomo pretesto a coloro che si studiano, mercé false interpretazioni, di denigrare nello spirito dei nostri concittadini l’opera magnanima del sommo nostro legislatore.

Finalmente i malcontenti, non paghi di sinistramente interpretare molte delle disposizioni dello Statuto, alzano la voce al cielo contro la frase che lo dichiara legge fondamentale ed irrevocabile della monarchia, come se con ciò fosse tolta la via ad ogni futuro progresso e stabilito un sistema d’immobilità assoluta, contrario al buon senso ed ai bisogni delle società moderne. Una tale imputazione muove o da chi è affatto ignaro delle teorie costituzionali, o da chi cerca a suscitare, con falsi pretesti, pericolosi mali umori.

Come mai puossi pretendere che il legislatore abbia voluto impegnare sé e la nazione, e non mai portare il più leggiero cambiamento od operare il menomo miglioramento ad una legge politica? Ma questo sarebbe voler far sparire il potere costituente dal seno della società, sarebbe privarla dell’indispensabile potere di modificare le sue forme politiche, a seconda delle nuove esigenze sociali. Sarebbe un concetto talmente assurdo, che non poteva venire concepito da nessuno di coloro i quali cooperarono alla redazione di questa legge fondamentale.

Una nazione non può spogliarsi della facoltà di mutare con mezzi legali le sue leggi politiche. Non può menomamente, in alcun modo, abdicare il potere costituente. Questo, nelle monarchie assolute, è riposto nel sovrano legittimo; nelle monarchie costituzionali il Parlamento, cioè il Re e le Camere, ne sono pienamente investiti.

Una tale sentenza è verità triviale per tutti i popoli che hanno una vera pratica del sistema costituzionale. É un assioma per tutti gl’inglesi, che considerano l’onnipotenza parlamentare come articolo di fede.

Lo sia pure per noi; e spariscano questi mal fondati timori, queste insussistenti inquietudini.

La parola irrevocabile, come è impiegata nel preambolo dello Statuto, è solo applicabile letteralmente ai nuovi e grandi principi proclamati da esso, ed al gran fatto di un patto destinato a stringere in modo indissolubile il popolo ed il Re.

Sí, noi consideriamo il patto che sanziona lo Statuto come legge irrevocabile, che non potrebbe venir violata senza farci spergiuri e colpevoli della più mostruosa ingratitudine.

Ma ciò non vuol dire che le condizioni particolari del patto non siano suscettibili di progressivi miglioramenti operati di comune accordo tra le parti contraenti. Il Re, col concorso della nazione, potrà sempre nell’avvenire introdurre in esso tutti i cambiamenti che saranno indicati dall’esperienza e dalla ragione dei tempi.

Ma se un tale potere sta nel Parlamento da noi dichiarato onnipotente, il Re solo non lo possiede più. Un ministro che gli consigliasse di farne uso senza consultare la nazione, violerebbe i principi costituzionali, incorrerebbe nella più grave responsabilità.

Rispetto adunque allo Statuto, accettiamo con riconoscenza, con gioia sincera i larghi principi ch’esso proclama; e se scorgiamo in esso difetti secondari, abbiamo piena fiducia nel Parlamento che sta per riunirsi; e nel ministero che sta costituendosi sotto la direzione di quei due sommi uomini, Pareto e Balbo, che furono i nostri maestri in tempi difficili, e che saranno ora le nostre guide nella via del progresso indefinito, che la Provvidenza e Carlo Alberto hanno aperto alla nazione italiana.

C. Cavour


Allegati:
Versione pdf

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *