[Crisi politica e crisi finanziaria in Francia]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 145 del 15 giugno 1848

La Francia è tuttora in un grave stato di crisi politica. Due partiti stanno a fronte nella città di Parigi, apparecchiati ad una lotta terribile, che il menomo imprevisto accidente può accendere ad ogni istante. I repubblicani estremi, i socialisti ardenti, gli uomini che sognano una dittatura alla Robespierre per inaugurare il regno dell’eguaglianza sociale, vinti nelle elezioni dal voto universale, vinti il 15 maggio dalla Guardia nazionale, sono però ben lungi dall’aver deposta la speranza di impadronirsi con un colpo audace del potere nella capitale, e di quivi stabilire un Governo rivoluzionario, avente per iscopo lo spoglio delle classi agiate e ricche, e per mezzi i clubs armati, il terrore, la guillottina.

Noi nutriamo la fiducia che questi sinistri progetti saranno sventati dal risoluto contegno della Guardia nazionale, e che, se per avventura gli anarchisti dessero di piglio alle armi, ciò che viene indicato come cosa molto probabile da tutte le lettere che da più giorni riceviamo da Parigi, essi avranno la peggio e toccheranno una piena sconfitta, che loro toglierà i mezzi di turbare, per qualche tempo almeno, l’ordine pubblico.

Quantunque poco propensi alle istituzioni repubblicane alla foggia dei francesi, che si propongono di sciogliere un problema forse irresolubile, quello cioè di conciliare i principi i più larghi di libertà con un potere centrale rivestito di un’autorità più estesa, più irresistibile di quella esercitata dai re assoluti, noi desideriamo, quant’altri desiderar lo possa, il trionfo del partito repubblicano moderato ed onesto, che ha il predominio del numero nell’Assemblea nazionale, e che vuol in buona fede fondare sulle basi dell’ordine e della giustizia una nuova forma politica.

Noi crediamo che l’esito della lotta, che si prepara nelle contrade di Parigi, sarà conforme alle nostre speranze, e che il partito onesto ne riuscirà trionfante e rinvigorito.

Ma questa vittoria basterà ella a far cessare la crisi che travaglia la Francia, a ricondurre in quel paese la prosperità e la pace? Non è possibile il crederlo. Le maggiori difficoltà contro cui il Governo deve lottare, non sono quelle sollevate dalle fazioni esaltate; non sono le rinascenti sommosse popolari, ma bensì le finanziarie, contro, alle quali poco giovano le immense forze materiali di cui esso può disporre.

La Commissione esecutrice e l’Assemblea nazionale sono in obbligo di provvedere prontamente ai bisogni crescenti del Tesoro, onde impedire uno sconvolgimento economico, che sarebbe poco meno funesto alla società dello stato d’anarchia, in cui i socialisti vorrebbero immergere la nazione.

L’argomento finanziario è il massimo, argomento odierno per la Francia: reputiamo quindi utilissimo il farlo oggetto, di appositi studi, sia perché non possiamo essere indifferenti alle sorti di quel popolo generoso, sia pure perché da queste ricerche possono risultare molti insegnamenti applicabili alle condizioni nostre.

Allorquando scoppiò l’impreveduta rivoluzione di febbraio, le finanze della Francia erano in condizioni difficili, sebbene non fossero, minacciate dalla bancarotta, come lo pretendono, ingiustamente gli attuali governanti. I ministri di Luigi Filippo, credendo che gl’interessi materiali soverchiamente favoriti fossero per essere un appoggio bastevole al loro funesto sistema politico, andavano da più anni aumentando le spese dello Stato per estendere il numero dei loro dipendenti, e promovevano ogni maniera d’impresa pubblica, meno in vista del bene del paese, che per secondare certi miseri intrighi elettorali, mercé i quali erano riusciti ad ottenere e mantenere la maggioranza nelle Camere pei loro aderenti.

Per far fronte a tante spese, essi avevano non solo contratti due prestiti, sommanti a circa 800 milioni, e consunti fondi destinati ad ammortire i vecchi debiti, ma ancora notevolmente esteso il debito fluttuante, quello cioè che si rinnova di continuo, e che deve quindi essere rimborsato in pochi mesi ove i creditori lo esigano.

Ciò nullameno la condizione della Francia non era disperata. Poiché, in fin dei conti, essa si trovava gravata da una rendita perpetua di circa 170.000.000 di lire, e di un debito esigibile di 600.000.000 al più. Se si ponga mente che la Gran Bretagna sopporta facilmente un peso cinque e più volte maggiore, senza essere certamente cinque volte più ricca della Francia, è forza confessare, che le finanze di questa nazione poggiavano sopra basi altrettanto solide, quanto quelle sulle quali riposano le finanze inglesi, le quali ispirano ai capitalisti del mondo intero la fiducia la più illimitata.

La rivoluzione di febbraio distrusse momentaneamente il credito pubblico. Qualunque fosse stato il contegno della nazione e la condotta delle persone rivestite della popolare dittatura, non poteva accadere altrimenti. Un mutamento pari a quello succeduto in Francia, la distruzione della monarchia e la proclamazione inaspettata della repubblica, non potevano succedere senza produrre inevitabilmente una crisi finanziaria tremenda. Fu quindi un’inevitabile necessità quella che determinò il Governo provvisorio ad adottare relativamente alle finanze dello Stato straordinari provvedimenti, che sarebbero stati con ragione riputati, in tempi tranquilli, contrari non meno alla sana politica che ai principi d’equità, i quali vincolano del pari gli uomini privati e le nazioni.

Il Governo provvisorio, col rimandare ad una epoca indefinita il rimborso dei vaglia del Tesoro (bons du Trésor), coll’autorizzare la banca a sospendere i suoi pagamenti in numerario, e forse anche coll’interrompere i rimborsi dei depositi fatti alle casse di risparmio, si appigliò ad un rimedio doloroso ed estremo, ma indispensabile nelle circostanze in cui le finanze si trovavano. Queste evidentemente non erano in grado di soddisfare a tutti gli impegni dello Stato; era forza il fallire ad alcuni di essi. Il Governo provvisorio non aveva che la scelta delle vittime da sacrificare. Credé che i possessori dei vaglia del Tesoro e dei depositi nelle casse di risparmio, dovessero essere le classi che meglio delle altre sarebbe stato possibile di costringere a consentire ad una mora indefinita; e quindi fece cadere sopra di essi il maggior peso delle pubbliche calamità.

Tali atti possono qualificarsi atti rivoluzionari; né il neghiamo. Ma, essendo stati imposti da invincibili necessità, non debbono rimproverarsi a chi ebbe il coraggio di assumerne la responsabilità. Se il ministro delle Finanze, dopo il 24 febbraio, avesse persistito a rimborsare i vaglia del Tesoro, se avesse niegata alla banca la facoltà di sospendere i pagamenti in ispecie, il Tesoro nazionale sarebbe stato tosto esausto di fondi, non avrebbe potuto pagare l’interesse delle cedole che scadevano alla fine di marzo; la crisi finanziaria e commerciale, ritardata, sarebbe scoppiata con maggiore intensità, ed avrebbe prodotto- disastri ancor più spaventosi di quelli che afflissero tutte le principali città della Francia.

In virtù del medesimo principio, la necessità, non criticheremo la sovraimposta di 45 centesimi aggiunta alla tassa prediale, non che la straordinaria gravezza di uno per centinaio sui capitali mutuati.

Ma, dopo di aver provvisto alle imperiose necessità dei tempi, alle ineluttabili conseguenze di una rivoluzione straordinaria, con mezzi parimente rivoluzionari e straordinari, sedata la tempesta popolare, il Governo francese era in dovere di stabilire sopra basi sode un piano finanziario normale, in armonia bensì colle nuove forme politiche introdotte nello Stato, ma che fosse, nello stesso tempo, atto a ricondurre la società sulle vie di un pacifico svolgimento.

Per conseguire questo scopo, due mezzi si paravano innanzi all’Assemblea nazionale ed alla Commissione a cui erasi affidato il potere esecutivo. In primo luogo si poteva cercare di riparare quanto le adoperate misure rivoluzionarie avevano di soverchiamente ingiusto, e per ciò ridestare la fiducia, rianimare il credito; e proclamando quindi il rispetto alla proprietà, provare con atti non dubbi la ferma volontà dello Stato di mantenere fedelmente tutti gli assunti impegni. Dopo questi atti riparatori, l’Assemblea, mantenendo le straordinarie gravezze, avrebbe potuto contrarre un nuovo prestito, mercé del quale la crisi presente si sarebbe finalmente attraversata.

Questo sistema, a cui inclinano tutti i finanzieri esperimentati dell’Assemblea, è il solo atto a conciliare le due grandi classi produttrici, i capitalisti e gli operai; è il solo che possa ricondurre l’armonia economica nel corpo sociale.

Se, mercé i sacrifici ch’esso esige, si giungesse ad ottenere alcuni mesi di tranquillità e di confidenza, noi abbiamo fiducia che questi basterebbero a sanare la maggior parte delle piaghe finanziarie che hanno afflitta la Francia.

L’altro mezzo consisteva nel persistere nelle vie rivoluzionarie; e ciò col sanzionare gli atti relativi ai creditori de’titoli esigibili, e coll’adottare misure analoghe rispetto ad alcune classi della società, come, per esempio, verso gli azionisti delle strade ferrate, e verso i membri delle compagnie d’assicurazione a premio fisso, ed altri simili; trasformando le necessità, divenute indispensabili nei tempi di sconvolgimenti e di crisi, in mezzi regolari di governo.

Il comitato delle finanze dell’Assemblea nazionale insiste onde si adotti senza indugio il primo sistema, e propone che si paghino i possessori dei vaglia del Tesoro, e i depositari delle casse di risparmio, con titoli che sieno per essi un equo compenso, e si dichiari sotto la fede dello Stato, essere i diritti di proprietà delle compagnie industriali non meno sacri di quelli dei singoli individui. Il comitato non ha presa l’iniziativa del sistema di finanza ch’egli vorrebbe adottato dall’Assemblea: ma chiaro apparisce dai suoi atti e dai suoi discorsi, ch’egli mira a ristabilire il credito, per valersene quindi onde superare le difficoltà presenti mediante un prestito più o meno largo.

Per mala sorte, la Commissione esecutiva ed il Ministero, che da essa dipende, respingono questo sistema salutare, per attenersi al secondo, seguendo le vie rivoluzionarie.

Non è già che il finanziere della commissione, il sig. Garnier-Pagès, ed il ministro, suo luogotenente, il sig. Duclerc, siano uomini ingiusti od animati da passioni socialiste; che anzi questi due distinti personaggi sono riputati i più saldi sostegni dell’opposizione moderata. Ma animati entrambi da fallaci dottrine, e pieni di fede in mal concette teorie, essi credono sinceramente che i mezzi eroici, i rimedi estremi siano i soli atti a ristabilire la prosperità economica della Francia.

Il ministro delle Finanze annunzia, con tuono da profeta, ch’esso possiede il mezzo di vincere tutte le difficoltà, purché l’Assemblea gli conceda il riscatto delle strade ferrate. Il sig. Garnier-Pagès conferma i detti del suo rappresentante, e la Francia aspetta con ansietà che l’enigma finanziario, dal Governo proposto, venga chiarito al pubblico.

Questi due sistemi saranno fra breve sottoposti nel seno dell’Assemblea nazionale ad una solenne discussione. I principi, sui quali essi posano, hanno dei fautori in tutti i paesi, in tutte le assemblee. Essi saranno pure, tosto o tardi, posti in campo fra noi. Nella nostra Camera sorgeranno propugnatori delle dottrine del comitato delle finanze, come pure di quelle del potere esecutivo. Dalle discussioni e dagli sperimenti francesi possiamo ricavare utili consigli; riputiamo perciò necessario di tener dietro a quanto succede, relativamente alle finanze, nell’Assemblea nazionale, per farne partecipi i nostri lettori.

C. Cavour


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