Corso di economia politica. Discorso proemiale del prof. Francesco Ferrara [1]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 607 del 14 dicembre 1849

[1]

La rivoluzione di Francia del ’48 ha avuto, se non altro, il merito di porre in piena luce una grande verità: cioè, che i maggiori problemi che l’età nostra è chiamata a sciogliere, non sono più i problemi politici, ma bensì quelli sociali; che alle questioni intorno alle varie forme di governo sovrastano d’assai quelle che riflettono l’ordinamento economico della società. Questa verità, ripetuta invano per lunghi anni dai più illustri economisti nel silenzio dei loro studi, è ora fatta talmente chiara ed incontrastabile dai tumulti delle piazze, dalle guerre delle contrade, che ognuno che non sia colpito da intellettuale cecità è costretto a riconoscere l’altissima importanza.

Ciò essendo, ne consegue che fra tutte le scienze morali la più importante, quella il di cui studio si dovrebbe maggiormente promuovere e diffondere, è la scienza dell’economia politica, che ha per iscopo di ricercare le leggi secondo le quali si compiono i fenomeni sociali; d’indagare le cause che regolano la creazione e la distribuzione delle ricchezze, e quindi la condizione relativa delle varie classi della società.

Eppure, cosa strana a dirsi, questa scienza è tuttora nella massima parte degli Stati europei trascurata, disprezzata e soventi volte osteggiata. Mentre si è visto in essi, da un mezzo secolo, innalzarsi un’infinità di nuove cattedre, aprirsi numerosissime scuole tecniche, e moltiplicarsi gli insegnamenti di tutti i rami delle scienze fisiche e morali, la sola economia politica è rimasta negletta, i suoi cultori astretti a tributarle un culto silenzioso, o ridotti al più a professare i sacri principi della scienza in mezzo ai dileggi degli statisti e dei sedicenti uomini pratici, e le contraddizioni clamorose di non pochi uomini di teoria.

Questa misera condizione della scienza economica, più che altrove, è notevole nella vicina Francia. In quel paese, che ha si strane pretensioni al primato intellettuale, essa fu non solo trascurata, ma altresì acerbamente perseguitata. Gli uomini di Stato i più distinti, le maggioranze dei Parlamenti, le accademie le furono, del pari apertamente ostili.

Esclusa dalle università e dai ginnasi, elle se ne stette rilegata in un angolo oscuro del Collegio di Francia, quasi ignota al pubblico, senza che potessero accrescerle autorità ed acquistarle influenza né la singolare sagacità e la straordinaria lucidità di Pellegrino Rossi, né l’ingegno peregrino di Michele Chevalier, chiamati successivamente ad occupare quella cattedra solitaria.

Allo stato deplorabile delle dottrine economiche in Francia è da attribuirsi in gran parte la rapida e facile diffusione delle teorie socialiste, e la favorevole accoglienza fatta dalle masse popolari alle più strane utopie, ai più assurdi progetti di riordinamento sociale. La verità di questa sentenza parrà incontrastabile, se si paragonano i fortunosi eventi di questi ultimi due anni accaduti in Inghilterra ed in Francia. Nella prima di queste due contrade, malgrado l’immenso numero dei proletari, le agitazioni prodotte dalle crisi commerciali, ad onta della potente organizzazione della setta cartista, la tremenda tempesta suscitata dal socialismo viene sedata senza l’impiego della forza materiale, dei mezzi violenti, mercé la sola autorità dell’opinione pubblica, cui concorre a formare, non solo la voce unanime delle classi medie ed agiate, ma quella della parte la più eletta degli operai.

Nella Francia invece, benché essa sia in condizioni economiche men pericolose, a frenare il socialismo si richieggono i cannoni, gli esigli, e l’impiego di quei mezzi violenti, che in altri luoghi il dispotismo adopra per conculcare lo spirito di libertà! La ragione principale di questo contrasto si è che in Inghilterra i veri principi economici insegnati in duemila e più anni sono diffusi in tutte le classi della società, rispettati come verità inconcusse dagli spiriti i più eletti, dagli uomini di Stato i più potenti, come dalle intelligenze le più volgari; mentre in Francia l’economia politica è una scienza ignota all’immensa maggioranza della nazione, considerata come fallace o dannosa da tutti coloro che hanno interesse al mantenimento degli abusi economici.

Le grandi riforme daziarie di sir Roberto Peel, i sacrifizi consentiti dall’aristocrazia fondiaria hanno preservato la Gran Bretagna dal contagio del socialismo. L’ostinazione dei monopolisti francesi, l’egoismo dei produttori privilegiati, dei proprietari di foreste e di pascoli, la debolezza degli uomini di Stato di Luigi Filippo hanno spianato la via ai discepoli di Fourier e di Louis Blanc.

In Piemonte l’opinione pubblica si dimostrò assai meno ostile all’economia politica che nol fosse in Francia. Ciò nullameno la diffidenza dei governanti non la lasciò per molti anni penetrare nel tempio del pubblico insegnamento. Invano il venerabile conte Prospero Balbo fondava per essa una cattedra speciale all’Università di Torino; questa veniva soppressa di fatto appena eretta, in seguito ai torbidi del ’21. Onde la scienza, benché rispettata in teoria, non ebbe alcuna influenza pratica.

Da quest’obblio la ritrasse, or sono pochi anni, uno di quei rari e benemeriti ministri che si servirono, mentre regnava Carlo Alberto, del potere assoluto per preparare le vie alla libertà.

Cesare Alfieri, accingendosi alla riforma degli studi universitari, esordì nella generosa impresa coll’istituire un corso di economia politica, cui affidava ad un giovane e distinto napoletano, già celebre in Europa per precoci e scientifici lavori, Antonio Scialoia.

I portentosi eventi del ’48 sorpresero lo Scialoia prima ancora ch’egli avesse finito di gettar le basi del suo scientifico insegnamento. Mosso dal desiderio di cooperare alla rigenerazione politica del suo paese natio, egli abbandonava la tranquilla sua cattedra per tornare a Napoli, ove l’opinione pubblica lo spingeva tosto a far parte dei consigli del Re, che pareva allora disposto a muoversi sincero nelle vie di libertà. Fatale onore! Lo spirito di reazione essendo ricomparso in Napoli ed invaso [sic] di nuovo la corte, i più liberali fra i ministri furono precipitati dal seggio del potere in un carcere politico.

L’insegnamento politico, interrotto per alcun tempo dagli eventi politici, venne affidato ad un distinto, nostro concittadino della parte estrema d’Italia, il professore Francesco Ferrara. Questi usciva per salire sulla cattedra dello Scialoia da quel medesimo carcere borbonico, in cui stava per essere racchiuso il suo esimio predecessore. Strana coincidenza! Dolorosa conferma di quel detto che il nuovo professore pronunziava chiudendo il suo inaugurale discorso: “Il despota transige col demagogo, non perdona all’economista”.

Prima di penetrare nel campo della scienza per svolgerne i principi, il signor Ferrara ha creduto dover preparare il suo uditorio col giustificare l’economia politica dai rimproveri e dalle accuse contraddittorie, di cui essa è fatta bersaglio,ponendo con ciò in piena luce l’altezza e l’importanza dello scopo che questa scienza si prefigge.

Su quest’argomento versò la prima sua lezione, che viene ora fatta di pubblica ragione dall’editore Giuseppe Pomba, qual proemio di una nuova collezione di economisti.

In questa il signor Ferrara, dopo di avere dimostrato quanto sia erroneo il rimprovero diretto all’economia politica di fondarsi sopra idee triviali e volgari, prende a combattere la strana opinione che vorrebbe rendere risponsabili gli economisti delle male conseguenze della politica moderna, alla quale furono sempre estranei e soventi volte decisi oppositori, con una serie di incalzanti argomenti, a cui pon termine con le seguenti notevolissime parole:

«Cominciando dall’ordine più elevato, io ignoro, o signori, dove mai il criterio economico abbia figurato sinora come primario elemento di capacità governativa. Re, assemblee, giornalisti, partiti, tutti questi crogiuoli in cui si fondono i ministeri, han posto mai, nell’infinita varietà de’ loro programmi, il sapere economico, come vi han messo la guerra o la pace, la rivolta e la reazione, la monarchia e la repubblica, il ramo primogenito ed il cadetto, il principio ereditario e l’elettivo? Se si chiamassero ad una generale rassegna gli uomini di Stato che impressero il nome loro sui periodi in cui brillarono, non vedremmo che celebrità puntellate da miserabili errori economici. Integri e laboriosi quanto un Necker, e poi incarnati in tutte le preoccupazioni contro il commercio, che la filosofia del secolo XVIII ereditava da Montesquieu. Energici e penetranti quanto un Pitt, e poi ridotti a gettarsi in una serie di misure antieconomiche per sostenere una lotta, nella quale l’esistenza della Gran Bretagna andava a dipendere da una giornata di Waterloo. E chiamiamone ancora di codesti nomi che una cieca fama ha gonfiati, i Villèle, i Polignac, i Perrier, i Lafitte, i Guizot, i Thiers; chiamiamoli a render conto degli atti loro davanti al supremo interesse della società; domandiamo che allato alle sante alleanze, alle battaglie di Navarino, alle barricate di Luglio, alle quistioni d’Oriente, a’ diritti di visita, alle fortificazioni di Parigi, ai banchetti riformisti, alle spedizioni di Roma, producano qualche titolo più seriamente connesso colla prosperità materiale de’ popoli. Oh! che potranno essi allegarvi, fuorché un ammasso di assurdità economiche, un meschino mosaico di tariffe, una speciale predilezione per tutte le mezze-idee e le tradizioni de’ bassi tempi? Regolamenti sul commercio dei grani, diritti differenziali, brevetti d’invenzione, quistioni di materie grezze e manofatte, di produzioni nazionali e straniere, di zuccheri indigeni e coloniali, di ferri, di lini, di sete; e sempre le meticolosità dell’uomo disavvezzo ai grandi principi; e sempre le sciagurate rimembranze del tempo in cui l’oro era tutto, e il commerciare collo straniero era un’onta od un tributo; e sempre le velleità di chi non creda nella scienza; e sempre l’eterna, l’assurda, la ridicola distinzione tra la teoria e la pratica. Tale, in fatto di cose economiche, è la pallida aureola che cinge le politiche sommità; fino all’altr’ieri il più grande dei meriti loro era il trovarsi di qualche secolo indietro. Qual meraviglia, che tanta indifferenza e tanto disprezzo della verità scientifica, scendendo dall’apice alla base, si legga su tutti i volti, e si riveli negli atti più comuni e più solenni de’ Popoli».

Ma l’accusa la più grave mossa contro l’economia politica, quella che maggiormente eccita contro di essa i pregiudizi e le antipatie popolari, è di essere insensibile ai mali che travagliano le classi le più numerose della società, di non provare simpatia di sorta per le miserie, le angustie del proletariato.

Mendace accusa, stolida calunnia! Se l’economista, per raggiungere il suo scopo, che è la ricerca della verità scientifica, è costretto a dare ascolto alla voce della ragione più che a quella del cuore; s’egli deve attenersi ai precetti della logica, anziché abbandonarsi alle fantasie dell’immaginazione; se la sua mente positiva rifugge dalle sterili declamazioni, egli perciò non è men sollecito del bene de’ suoi simili, men desideroso di alleviare i mali che affliggono l’umanità di quanto nol siano quegli audaci demagoghi che pretendono al monopolio dei sentimenti di filantropia e di carità.

La scienza economica pone in piena luce le piaghe schifose del corpo sociale; ma non è essa che ne sia l’autore.

Nel fare quest’opposizione essa compie ad un sacro e doloroso dovere che la rende altamente benemerita dell’umanità; giacché come mai si potrebbero applicare a queste piaghe rimedi adattati, sottoporle a cure radicali, se nessuno avesse il coraggio d’investigarle minutamente, di rintracciarne le origini, di ricercarne le cause e le conseguenze?

Se si desse ascolto a taluno dei più acerbi nemici dell’economia politica, si direbbe che i dolori del proletariato sono un nuovo morbo morale introdotto nel mondo dalle dottrine economiche. Eppure non vi è verità storica più certa, più matematicamente dimostrata del progressivo miglioramento della condizione delle classi più numerose. Noi deploriamo altamente i mali che dal proletariato derivano, noi speriamo, di vederli menomati col volgersi dei tempi, coll’incremento dell’incivilimento; ma non dubitiamo di affermare che il proletariato moderno è un progresso immenso rispetto alla schiavitù in vigore in quelle antiche repubbliche, il di cui sistema economico eccita tuttora l’ammirazione di parecchi dei nostri retori; ed al servaggio del medio evo, tanto caro agli scrittori che s’inspirano ad un certo romanticismo cattolico. Il proletariato non è probabilmente l’ultima fase dello svolgimento economico dell’umanità.

Gli economisti non sostennero mai si erronea opinione; essi non negano la possibilità di nuovi e successivi progressi; ma ciò che essi, come dice egregiamente il sig. Ferrara, dichiarano impossibile “è il volere che l’umanità passi dallo stato della sua imperfezione presente ad uno stato di subitanea perfezione, da un giorno all’altro, per un atto di volontà individuale, per opera di un architetto riformatore. Ciò sarebbe nientemeno che rompere bruscamente la catena delle necessità naturali, pretendere che l’intelligenza voli e non marci, abolire il tempo e lo spazio, queste due condizioni ineluttabili dell’umano progresso, queste due inesorabili sentinelle, alle quali siamo dati in consegna perché raffrenino ogni menomo slancio della nostra superbia”.

Dopo aver purgata la scienza dalle accuse d’insensibilità e di tendenze stazionarie, il professore Ferrara indica maestrevolmente quali sieno le condizioni del vero progresso, violando le quali si cade nell’utopia e nell’assurdo; e termina con le seguenti parole, che crediamo dover qui riferire ad onta della soverchia lunghezza di quest’articolo, la parte dogmatica di quell’aureo suo discorso.

«Lungi dal rinnegare il progresso, l’economia ne forma il suo predicato; perché considera l’umanità come rigorosamente legata al problema della sussistenza, e vede il problema della sussistenza farsi ogni giorno più difficile e più complesso a misura che più ne siano moltiplicati i mezzi di sciorlo. Progressiva dunque quanto il benessere umano, è così rassegnata davanti ai fatti, come ritrosa ed incredula davanti alle improvvise creazioni di un impaziente cervello. Da ciò lo sdegno con cui fu sempre guardata da’ pensatori, alla cui fantasia, o al cui buon cuore eziandio, gli scrupoli dell’osservazione, la temperanza delle deduzioni, la parsimonia delle promesse, sentivano di freno e d’inciampo. Gli uni la trovarono troppo piccola, gli altri troppo superba; gli uni poco dogmatica, gli altri troppo crudele; e dopo averla assalita alla spicciolata, si è finito con contrapporle le teorie complessive, imputarle a difetto la sua poca arroganza, e farne l’antitesi del progresso. Ma i suoi accusatori non han veduto che l’accusa poteva naturalmente ripiombare su loro stessi. La teoria del futuro non può costituirsi nemica alla teoria del passato. Se dichiara di riposare sui fatti già consumati, non ha, per ciò stesso, titolo alcuno a sfregiare una scienza che ha militato costantemente sotto la stessa bandiera. Se invece si appoggia sopra un organismo cavato a priori dalle prop
ie viscere, astrologato in un gabinetto, e proclamato in un club, questa non è più teoria del futuro, ma congiura contro la logica; è la pretesa d’imprigionare l’umano intelletto nelle dimensioni del Lussemburgo, è un arresto intimato all’umanità; non è la teoria, ma l’eresia del progresso».

Il corso del signor Ferrara, cominciato in modo così splendido, corrisponderà ne siam certi, alle speranze concepite da coloro, che, prima ancora che gli fosse stato riaperto l’adito alla cattedra universitaria, avevano avuto campo di apprezzare il profondo sapere e il fervido ingegno del giovane e perseguitato professore. Il suo insegnamento segnerà un’èra novella nello studio delle scienze economiche in Piemonte. La crescente affluenza degli uditori, le vive simpatie che destano i principi da lui proclamati, gli applausi frequenti che accolgono le sue parole, ci sono arra sicura che i semi scientifici ch’egli va spargendo, frutteranno al paese un’ampia messe di rette opinioni economiche.

Se le preoccupazioni politiche ce lo consentono, noi terremo altre volte discorso dell’insegnamento del prof. Ferrara, persuasi con ciò di fare non solo cosa utile, ma altresì grata ai nostri lettori; imperocché ci lusinghiamo ch’essi provino per quest’egregio nostro collaboratore un poco di quell’affetto, di quella simpatia vivissima che per lui professiamo; sentimenti che crediamo dovere altamente palesare, a malgrado di que’ dilicati riguardi che ci dovrebbero vietare di profferire quelle parole di lode che abbiamo udito ripetere da tutti coloro che hanno assistito alle sue lezioni.

C. Cavour


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