Corso di economia politica del professor Ferrara. Teoria di Malthus [4]

«Il Risorgimento», Anno III, numero 625 del 5 gennaio 1850

[4]

I discepoli di Malthus, o per dir meglio gli esageratori delle sue dottrine, nel proclamare che il genere umano era spinto da una forza fatale a moltiplicarsi più rapidamente dei mezzi di sussistenza, non hanno rettamente valutato, sia le cause che determinar possono un continuo aumento della produzione, sia il grado d’efficacia cui sono chiamate ad acquistare le forze destinate dalla Provvidenza a moderare il progresso della popolazione.

In primo luogo la produzione può essere ampliata dal migliore o più intelligente impiego delle forze fisiche ed intellettuali dell’uomo. Una brigata di robusti e ben diretti operai ricaveranno dal loro lavoro un ben altro prodotto, anche senza il sussidio di alcuna macchina, che un egual numero d’indolenti e mal condotti braccianti.

In virtù soltanto del principio della divisione del lavoro, suscettibile tuttora di ricevere infinite nuove applicazioni, si sono ottenuti i più singolari risultati; e siccome coll’aumentarsi della popolazione cresce altresì la facilità di estendere e perfezionare questa divisione del lavoro, ne consegue che le società, col diventar più numerose, acquistano il mezzo di accrescere l’efficacia d’uno dei principali elementi della produzione, il lavoro.

In secondo luogo i capitali riproduttivi crescono d’ordinario assai più rapidamente della popolazione. Questa proposizione vien confermata dalla storia di quasi tutte le nazioni civili. Il capitale, che ora in Europa ed in America coopera al gran fenomeno della produzione industriale ed agricola, sta al numero degli abitanti dei due emisferi in una proporzione senza confronto maggiore di quanto il fosse nei secoli addietro.

Questo più rapido accrescimento del capitale può in parte compensare le maggiori difficoltà che incontra lo svolgimento dell’industria agricola. Infatti egli è costante che coll’impiego de’ più cospicui capitali, coll’intraprendere lavori, i di cui risultati si abbiano più lungamente ad aspettare, si potranno anche, astrazione fatta da qualunque progresso nelle arti rurali, impiegare alla cultura de’ terreni già produttivi nuove braccia, senza che perciò debba necessariamente scemare la ragione in cui stava il lavoro alla produzione. In questo caso il profitto dei capitali diminuirà, ma i mezzi di sussistenza aumenteranno quanto la popolazione.

Debbesi in ultimo avvertire che i progressi dell’arte agricola operano di continuo per mantenere l’aumento dei mezzi di sussistenza in relazione coll’aumento della popolazione. Né è da considerarsi questa causa benefica come di poco momento, e come destinata ad andare gradatamente scemando d’energia. Noi portiamo ferma fiducia che il contrario abbia da accadere, e che l’industria rurale sia suscettibile di indefiniti successivi notevoli miglioramenti. I fatti relativi alla rivoluzione operatasi nella coltura di molte contrade, ci dimostrano quanto una scoperta, una modificazione nel sistema degli avvicendamenti, aumentino la massa dei prodotti che ricavar si possono dalla terra. I progressi già compiti ci sono arra di nuovi e maggiori progressi. Solo da alcuni anni si è dato principio allo studio serio delle scienze ausiliari dell’agronomia; ma questo studio è tuttora nell’infanzia. Dall’applicazione però della chimica vegetale si sono già ricavati notevoli vantaggi; ma nulla ancora si è fatto per utilizzate le forze elettriche, che trovansi sparse con tanta copia nella natura, e che paiono avere sì larga parte nei fenomeni fisiologici. Chi ardirebbe assegnare un limite al sussidio che l’agricoltura potrà ottenere da queste forze misteriose? Dopo la miracolosa invenzione del telegrafo magnetico, è lecito sperare che la scienza giungerà a scoprire il mezzo di valersene per accrescere immensamente la potenza produttrice della terra.

Questi riflessi intorno alle cause che influir possono sulla produzione bastano a stabilire quanto sia erronea l’opinione di coloro che dichiararono non potersi sperare di vedere, nel procedere dei secoli, i mezzi di sussistenza crescere con uguale rapidità della popolazione.

Ma quand’anche avessimo esagerata la potenza di queste cause, non perciò sarebbe assolutamente vera la desolante sentenza degli esageratori di Malthus.

Noi abbiamo già accennato e provato che se un istinto naturale spingeva la specie umana a moltiplicarsi rapidamente, gli effetti di questo istinto erano contrastati da ostacoli e forze contrarie in continua operazione. Queste, come pure già avvertimmo, sono di due specie; forze morali, che prevengono l’aumento della popolazione; forze, fisiche, che lo distruggono in parte: ostacoli preventivi, ed ostacoli repressivi.

Tralasciando per ora di occuparci di queste ultime forze destinate a ristabilire l’equilibrio, fra la popolazione ed i mezzi di sussistenza coll’accrescere la funesta influenza delle privazioni e della miseria sulla vita dell’uomo, ci restringeremo ad esaminare se l’azione delle forze preventive non basti da sé per rendere erronea la fatale sentenza dei meno illuminati fra i discepoli di Malthus.

La forza preventiva, che si oppone al progresso della popolazione, non consiste in altro che in quelle abitudini di prudenza, che tendono a rendere i matrimoni men precoci, a diminuirne il numero, e farli men fecondi. Queste abitudini esercitano sulle diverse nazioni una ben diversa influenza. Quasi nulla nelle contrade poco civilizzate, o nei paesi in cui le terre incolte e fertili abbondano; essa cresce di efficacia nelle antiche società, in proporzione della diffusione dei lumi e della civiltà. Se si ricerca quale sia in queste società la principale causa che determina l’energia della forza preventiva, si troverà che essa dipende quasi interamente dalla condizione fisica e morale delle classi le più numerose, le classi faticanti.

Le abitudini di previdenza, gli istinti di prudenza imponendo gravi privazioni, non si possono né esigere né sperare da individui ridotti in sì bassa condizione, da non poter temere di vederla peggiorare. Il bracciante, che non ritrae dal suo lavoro che lo strettissimo necessario per campare la vita, non vedrà ragione di sorta per privarsi dell’unica consolazione a cui gli sia dato di partecipare del pari con gli esseri più favoriti dalla sorte, i piaceri del matrimonio. Non gli darà fastidio la futura sua prole, giacché ei pensa che, a peggio andare, essa non sarà più misera ch’esso nol sia. Egli quindi prenderà moglie tosto che trovi una donna che voglia associare la propria miseria alla sua, e procreerà quanti più figliuoli potrà.

Non è così per quelle classi della società che dal loro lavoro o da altre sorgenti di reddito traggono, i mezzi di procacciarsi oltre lo stretto necessario, anche qualche comodo, una certa agiatezza. In queste classi le abitudini di previdenza si svolgeranno largamente, la voce della prudenza eserciterà un non debole impero.

L’uomo che guadagna o può disporre di una massa di prodotti maggiori di quanto è strettamente necessario alla sua sussistenza, ha un mezzo certo di migliorare la sua condizione e di innalzarsi nella sfera sociale; basta per ciò ch’egli si astenga dal consumare tutto il suo reddito, e ch’egli si procuri col risparmio un piccolo capitale, od aumenti quello di cui era già possessore.

Ora il desiderio di migliorare la propria condizione, di salire i gradini dell’ordine sociale, essendo uno dei più potenti istinti del cuore umano, esso esercita una grande influenza sulle classi che hanno il mezzo di soddisfarlo. E siccome l’economia ed il risparmio riescono assai più facili e soventi solo possibili all’operaio scapolo, così esso sarà ridotto a ritardare l’epoca del suo matrimonio finché sia giunto ad accumulare un piccolo capitale; e con questi ritardi accadrà spesso ch’egli lasci sfuggire quel breve periodo della vita, durante il quale possono realizzarsi, con fondate speranze di successo, que’ sogni di domestica felicità che la massima parte degli uomini concepiscono nella loro gioventù.

Sugli animi i più timidi il timore di peggiorare di condizione, di perdere il rango sociale acquistato, produce analoghi effetti a quelli sovra indicati.

Crediamo quindi potere stabilire come verità economica incontrastabile: «non produrre effetto le abitudini di prudenza se non su coloro che non sono ridotti allo stretto necessario; e perciò operare l’ostacolo preventivo con più o meno efficacia nelle varie società, in ragione della condizione più o meno agiata delle classi più numerose».

L’analisi dei dati statistici raccolti in tutti i paesi europei, pienamente conferma questa grande verità.

Se la popolazione indigena di Ginevra è quella sulla quale opera con maggior energia l’ostacolo preventivo, si è perché essa è una delle più agiate d’Europa. I capitalisti in essa abbondano, e gli operai essendo addetti a delle industrie le quali richieggono un lavoro intelligente, e perciò largamente retribuito, hanno più che in altri paesi i mezzi e quindi il desiderio di migliorare la propria condizione.

Ai medesimi risultati si giunge analizzando i dati statistici relativi al movimento della popolazione con tanta cura da alcuni anni raccolti nella Gran Bretagna. Da questi appare, che le classi della società sulle quali l’azione dell’ostacolo preventivo è minore, in cui si contano i matrimoni i più precoci ed i più fecondi, sono appunto quelle che trovansi ridotte in peggiori condizioni.

Così i matrimoni e le nascite sono, relativamente alla popolazione totale, più numerosi fra gli operai irlandesi che fra i braccianti inglesi. Lo stesso si verifica pei tessitori a mano (hand loom weavers), la di cui industria è di giorno in giorno meno retribuita, in confronto coi filanti il cotone, che ricevono una mercede tre volte maggiore.

Non v’è dubbio che, oltre l’accennata causa, altre ve ne sono che influiscono sull’intensità della forza preventiva. E così, a cagion d’esempio, le varie credenze religiose, le opinioni popolari, la coltura intellettuale, il modo con cui la proprietà territoriale è ripartita, alcune istituzioni politiche ed economiche, la coscrizione, le casse di risparmio, sono altrettante cause che tendono ad aumentare o diminuire il numero e la fecondità dei matrimoni. Ma ciò nullameno non crediamo che anche nel loro complesso l’azione di tutte queste forze sia paragonabile alla sola influenza esercitata dalla condizione economica delle classi più numerose; epperciò doversi ritenere per vera la sentenza sovra enunciata.

Ciò stabilito, ne consegue che ogni progresso economico che si estenda a tutte le classi della società, tende ad accrescere l’efficacia delle forze morali, dirette a mantenere l’equilibrio tra l’accrescimento della popolazione e quello dei mezzi di sussistenza.

Certamente, se mentre cresce l’agiatezza delle classi faticanti, le loro abitudini morali peggiorassero, se scemasse in esse lo spirito d’antiveggenza e gli istinti di prudenza, in allora l’ostacolo preventivo perderebbe della sua efficacia, e la condizione delle masse popolari sarebbe tosto ridotta alle antiche strettezze; così accade pur troppo soventi volte, quando in uno speciale genere d’industria, in seguito a qualche favorevole circostanza, i salari sono di recente molto aumentati. Ma quando il progresso economico si estende a tutte le classi dei salariati, quando ad esso corrisponda un miglioramento intellettuale e morale, in allora si può con certezza affermare, non essere da temere un soverchio aumento della popolazione.

A conferma di questa proposizione invocheremo un’ultima volta l’esempio dell’Inghilterra, ove più che altrove chiaramente si manifestano le leggi che regolano lo svolgimento economico dell’umanità.

Da cinquant’anni in Inghilterra le condizioni delle classi operanti, considerate nel loro complesso, hanno migliorato d’assai, come risulta incontrastabilmente dal notevole accrescimento della vita media. E siccome contemporaneamente l’educazione popolare ha fatto lenti, ma continui progressi, così l’efficacia dell’ostacolo preventivo si è fatta maggiore. Di questo importantissimo miglioramento fanno fede gli annui registri delle nascite e dei matrimoni, ed i sunti statistici ogni anno pubblicati dai commissari stabiliti già da quindici anni per sovraintendere alla compilazione dei registri dello stato civile.

Questi rapidi ragionamenti, all’appoggio dei quali potremmo ancora addurre un’infinità di fatti non contrastabili, bastano a dimostrare quanto sia erronea la fatale conclusione che alcuni vogliono trarre dalla teoria di Malthus, proclamando: essere la popolazione spinta da una forza irresistibile ad accrescersi più rapidamente dei mezzi di sussistenza.

Ma abbiamo già avvertito che se alcuni scrittori giunsero a questa desolante conclusione per difetto di sana logica, altri furono condotti ad accogliere senza esame una massima dalla quale, mercé un equivoco grammaticale, si dedussero analoghe conseguenze.

Quest’equivoco fu per la prima volta posto in piena luce da uno dei più acuti economisti moderni, il dottor Whately, arcivescovo di Dublino, colle seguenti sagaci osservazioni.

Malthus asseverò avere la popolazione una tendenza a moltiplicarsi più rapidamente dei mezzi di sussistenza. Ora la parola tendenza può ricevere due diversi significati. Può essere considerata come indicante una forza, la quale, non incontrando ostacoli, conduca a un dato risultato. In questo senso si può dire che la terra, od ogni altro corpo, che si aggira attorno un centro che lo attrae, ha una tendenza a sfuggire dalla sua orbita per via della tangente; si può dir pure che l’uomo ha una tendenza a cadere prostrato al suolo, poiché la forza di gravità, se non venisse contrastata dalle forze muscolari, non lo lascierebbe rimanere a lungo in piedi.

Ma la parola tendenza può anche significare un fatto probabile in dipendenza di un certo stato di cose: si dice esservi una tendenza a tale o tal altro risultato quando questo risultato riesce quasi inevitabile. E così si può dire avere la terra una tendenza a rimanere nell’orbita che essa percorre da secoli.

Quindi noi riputiamo assolutamente esatta ed incontrovertibile la sentenza malthusiana, se la parola tendenza, che in essa si trova, si interpreta nel primo degli accennati modi; assurda ed erronea, se ad essa si attribuisce il secondo significato.

La storia dei secoli passati, lo studio delle condizioni economiche della società presente ci dimostrano del pari che, se vi esiste una forza potente che spinge l’umanità a crescere in numero, questa viene contrastata da altre forze, che ne moderano l’efficacia, e fanno sì che in definitiva la popolazione ha cresciuto e continuerà probabilmente a crescere meno rapidamente dei mezzi di sussistenza.

Ecco la sentenza finale, alla quale ci conduce la teoria di Malthus, e da cui si possono dedurre un’infinità di conseguenze pratiche della massima importanza. Noi saremmo vogliosi di andarle discutendo al cospetto del pubblico; ma ci toglie il coraggio di farlo il timore di aver già soverchiament
abusato della pazienza dei nostri lettori, trattando argomenti prettamente scientifici in un foglio consacrato alla polemica politica ed alla ricerca delle notizie quotidiane.


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