Corso di economia politica del Francesco Ferrara. Teoria di Malthus [3]

«Il Risorgimento», Anno II, numero 619 del 29 dicembre 1849

[3]

Se, mentre le umane società crescono in numero, i prodotti dell’industria e i mezzi di sussistenza dovessero rimanere stazionari o solo men rapidamente crescere, l’aumento della popolazione produrrebbe le più funeste conseguenze, e sarebbe cagione di crescenti privazioni e miserie, le quali tosto ne frenerebbero il corso, coll’aumentare l’efficacia fatale dell’ostacolo repressivo, che già accennammo nel precedente nostro articolo, quale forza distruggitrice dei soverchi effetti dell’istinto che spinge l’umanità a moltiplicarsi.

Tale però non è il volere della Provvidenza. Essa ha dotato le umane società delle facoltà necessarie per trarre dalla terra nuovi mezzi di sussistenza, per procacciarsi maggiori prodotti industriali, in proporzione del crescente loro numero. Solo essa volle che la condizione dell’umanità, nel suo complesso considerata, avesse a peggiorare od a migliorare, secondo che l’aumento della popolazione fosse più o men rapido del correlativo aumento della potenza produttrice.

Non entreremo qui nel minuto esame delle leggi che regolano il gran fenomeno della produzione (ciò che ci condurrebbe ad intraprendere un completo corso di economia politica); solo ricorderemo che alla produzione concorrono tre diversi elementi:

  • le forze fisiche ed intellettuali dell’uomo, ossia il lavoro;
  • l’azione del lavoro accumulato, ossia il capitale;
  • le forze gratuitamente somministrate dalla natura, le quali, appropriandosene l’uso, l’uomo rivolge allo scopo della produzione.

Esaminiamo ora in che modo questi tre elementi possono svolgersi ed ampliarsi per sovvenire ai crescenti bisogni dell’umanità.

In quanto al lavoro, egli è evidente ch’egli cresce in esatta proporzione colla popolazione. Nelle società moderne il numero degli oziosi è relativamente così piccolo da potersi dire che la quantità delle persone che lavorano è in rigorosa ragione colla massa della popolazione. Conviene però avvertire che il lavoro, anche considerato indipendentemente dal sussidio delle macchine, può essere più o meno efficace e produttivo secondo l’indole fisica e morale, le abitudini, la coltura delle popolazioni. È infatti cosa provata che l’operaio inglese produce in un giorno una somma di lavoro assai maggiore dell’operaio francese; il quale produce più dell’operaio spagnuolo, quantunque questi sia tuttavia infinitamente superiore al lavoratore delle rive del Gange.

E siccome è fatto costantemente riconosciuto, che l’efficacia del lavoro cresce colla civiltà, potremo quindi conchiudere, che lo svolgersi del primo degl’indicati elementi della produzione in una società progrediente sarà più rapido dell’aumento stesso della popolazione.

Così pure accadrà del secondo elemento della produzione, il capitale. L’uomo, che vive in una società in cui la proprietà è rispettata e sicura, prova un tale e sì vivo desiderio di migliorare la propria condizione e quella della sua famiglia, ch’egli d’ordinario risparmia una parte dei prodotti di cui può disporre, accrescendo così il proprio capitale, e quindi il capitale sociale. Il numero degli economi supera di gran lunga quello dei prodighi. L’esperienza di tutti i popoli moderni lo dimostra all’evidenza. Nell’Inghilterra, per esempio, ove regna un lusso prodigioso, ove il desiderio di essere tenuto per più ricco di quello che uno nol sia è universale, ove tanti spendono smisuratamente ed impoveriscono per ostentare ricchezze ch’essi non hanno, la somma dell’annuo risparmio è tuttavia enorme. Un valente economista stima che il capitale addizionale che vien creato ogni anno in quel paese superi 60.000.000 di lire sterline: oltre un miliardo e mezzo di franchi. E certo questo calcolo non parrà esagerato, se si pon mente che in meno di dieci anni l’Inghilterra ha consacrato alla costruzione delle strade ferrate quasi sei miliardi di franchi, senza che perciò si rallentasse il progresso dell’agricoltura, dell’industria e del commercio.

È da notarsi che questa tendenza al risparmio è assai più efficace e potente nei paesi ricchi e popolosi che nelle contrade povere e spopolate; ed inoltre, ch’essa cresce col crescere della popolazione. L’esempio ora citato dell’Inghilterra conferma la prima parte di questa sentenza, già di per sé evidente. E in appoggio della seconda parte citeremo gli Stati Uniti d’America, ove il progresso delle ricchezze e l’accumulazione del capitale fu da settant’anni più notevole ancora dell’immenso incremento della popolazione.

Dal sin qui detto chiaro apparisce che se alla produzione dei mezzi di sussistenza concorressero solo il lavoro ed il capitale, non vi sarebbe alcun pericolo che la società ne difettasse, quand’anche il numero degl’individui che la compongono si moltiplicasse indefinitamente per una indeterminata serie di anni. Ma così pur troppo non è, a cagione dell’indispensabile concorso del terzo fra i notati elementi della produzione: le forze della natura, il cui uso l’uomo si appropria.

In questa categoria possono annoverarsi tutti gli elementi di ricchezza che la terra racchiude, tutte le forze motrici e fisiologiche che la natura somministra gratuitamente all’umanità. E così le miniere, le acque correnti, e specialmente la potenza vegetale che possiede il terreno. Per non estenderci soverchiamente, ci occuperemo solo di quest’ultimo primarissimo elemento della produzione.

Egli è evidente che, il suolo coltivabile essendo limitato, le forze naturali, che concorrono alla produzione degli alimenti e delle materie prime, debbono considerarsi come aventi un limite. In un paese quindi in cui tutte le terre sono ad un dipresso ridotte a coltura, nel Piemonte a cagion d’esempio, il terzo elemento della produzione può dirsi ristretto sotto un certo aspetto fra insuperabili confini.

Non si deve però quindi conchiudere che in questi paesi non si possa aumentare la produzione agricola. Ognuno sa che impiegando sopra terreni già coltivati nuovi capitali e un addizionale lavoro, se ne ricaverà un maggiore prodotto; ma è pur anche noto che, generalmente parlando, questo capitale e questo lavoro aggiunto daranno un prodotto relativamente minore del capitale e del lavoro preventivamente impiegati. L’azione delle forze naturali sarà meno efficace; lo sarà maggiormente quella dell’industria umana.

Così, se da una possessione si ricavano in media quindici ettolitri di grano per ogni ettaro di terreno mediante un capitale ed una quantità di lavoro determinato; per ottenerne venti sarà mestieri di accrescere oltre il terzo le spese di coltivazione.

Non è a dire per ciò che questo impiego addizionale di lavoro e di capitale non possa tornare soventi volte proficuo al proprietario od al conduttore del fondo. La bontà della speculazione dipenderà dal prezzo del grano, dal tasso dei capitali, dal prezzo dei salari. Ove il prezzo delle derrate alimentarie aumentasse repentinamente in un paese e vi si mantenesse per molti anni elevato, si vedrebbe probabilmente (massime se in esso fossero abbondanti i capitali) l’industria agricola ricevere un grand’incremento, tuttoché dalla maggior coltivazione non si ricavasse se non un prodotto lordo minore relativamente a quello che si otteneva antecedentemente.

Questo caso si è verificato in Inghilterra nel primo periodo di questo secolo. La guerra col continente dapprima, e quindi le leggi frumentarie protettrici dei prodotti indigeni, avendo fatto salire il prezzo dei grani oltre gli ottanta scellini il quarter (34 lire l’ettolitro), una gran copia di capitali vennero dedicati all’agricoltura; e benché il prodotto che se ne ricavava in natura fosse tenue, mercé gli alti prezzi, valutato questo in danaro, era bastevole per assicurare ai coltivatori un utile pari a quello che si ricavava dagli altri impieghi dei capitali.

La legge economica relativa agli ostacoli che incontra la produzione crescente delle materie prime, non si applica rigorosamente se non quando l’arte agricola rimane stazionaria. Ogni nuova scoperta, ogni nuovo progresso che renda più proficuo il lavoro della terra, ne modifica o ne sospende gli effetti. Ciò è vero del pari quando in una località si sostituiscono ai vecchi sistemi, sistemi più perfetti, vi s’introducono miglioramenti già altrove esperimentati.

Così, per esempio, la sostituzione in molte contrade del settentrione d’Europa della coltura a vicenda al sistema del maggese; l’introduzione della coltura in grande in Inghilterra delle rape e dei navoni (turneps), hanno non solo aperto un nuovo campo all’impiego dei capitali nell’industria agricola, ma hanno reso quest’impiego straordinariamente profittevole. A dimostrar questa sentenza basta il citare la contea di Norfolk, che settant’anni addietro si componeva quasi esclusivamente di terreni sabbiosi semisterili, e che ora è una delle contee più produttive della Gran Bretagna, mercé l’introduzione dei sovra indicati miglioramenti; e ciò per opera d’illuminati capitalisti agricoli, i quali trassero da queste loro speculazioni immensi benefici.

Così pure ai giorni nostri si vede l’applicazione ognor più estesa del costosissimo sistema del prosciugamento sotterraneo (drainings) accrescere singolarmente la potenza produttrice dei terreni della Gran Bretagna, e rendere possibile, in un paese ove l’arte agricola era già giunta ad un alto grado di perfezione, l’impiegare in modo non meno fruttifero che per lo passato nuovi ed ingenti capitali.

Nelle nostre contrade i progressi dell’industria agricola, benché notevoli, non sono però a paragonarsi a quelli sovra accennati; e ciò è da ripetersi, sia dall’essere la nostra agricoltura già da molto tempo in via di miglioramento, sia dal non essersi ancora sviluppato pienamente da noi quell’istinto progressivo che potentemente travaglia la razza anglo-sassone.

Tuttavia da noi si sono tentate, e si possono ancora tentare un gran numero di costosissime imprese agricole, con la quasi certezza di ricavare dai capitali in esse impiegati un utile competente.

Senza trattenerci a parlare dell’uso dei concimi artificiali, delle macchine e degli stromenti altrove con vantaggio adoperati, accenneremo solo la possibilità di estendere a varie località delle nostre provincie il beneficio dell’irrigazione, per dimostrare la verità della sovra espressa sentenza.

Un canale che portasse un vasto corpo d’acqua sulle sterili pianure che da Vigevano si estendono verso il Po; un compiuto sistema d’arginamento dei principali fiumi e torrenti dello Stato sarebbero imprese che aumenterebbero d’assai i nostri prodotti agricoli, ed arricchirebbero ad un tempo coloro che vi dedicassero i loro capitali.

Dopo aver posto in chiaro quali sieno le gravi modificazioni che i miglioramenti ed i progressi dell’industria rurale possono arrecare alla legge, la quale determina principalmente il modo d’azione del terzo degli accennati elementi della produzione, le forze cioè dalla natura all’uomo gratuitamente somministrate, crediamo potere, senza paura di veder male interpretate le nostre parole, formolare questa legge con la seguente semplice e chiara proposizione:

«L’arte agricola rimanendo stazionaria, ogni nuova quantità di lavoro impiegata alla coltura del suolo in un determinato distretto darà un prodotto lordo relativamente minore a quello che si otteneva antecedentemente, o ciò che torna lo stesso, il prodotto assoluto crescerà, ma non in ragione dell’aumento del lavoro».

Si è, appoggiato a questa legge incontrastabile, che Malthus, e assai più di lui alcuni dei suoi discepoli, stabilirono, in modo assoluto la seguente desolante proposizione:

«Avere la popolazione una tendenza a crescere, più rapidamente dei mezzi di sussistenza».

Se questa proposizione fosse rigorosamente vera, se, in essa la parola tendenza avesse ad interpretarsi, come si fece da troppi economisti, come forza fatale, irresistibile, la teoria di Malthus ci condurrebbe a pronunziare la più dolorosa delle sentenze: sentenza, che distruggerebbe ogni speranza nel sognato possibile progresso dell’umanità, e condannerebbe il genere umano ad aggirarsi eternamente in un cerchio di dolori e di miserie. In allora questa profonda e feconda teoria ed il celebre suo autore meriterebbero le ingiurie e le maledizioni che da cinquant’anni scagliano contro essi con eguale acrimonia ed i retrogradi ed i riformatori rivoluzionari.

Ma, la Dio mercé, questa deduzione speciosa di una legge della natura incontrastabile è interamente erronea. Essa si fonda in parte sopra un equivoco grammaticale, in parte sopra un’incompleta ed inesatta osservazione ed analisi di tutti i dati che concorrono a determinare il rapporto della popolazione coi mezzi di sussistenza; questa grande equazione, da cui, più che da ogni altra causa, dipendono le sorti future dell’umanità.

Lo dimostreremo matematicamente in un seguente articolo.


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