[Cartismo e libertà politica in Inghilterra]

«Il Risorgimento», Anno I, numero 95 del 17 aprile 1848

La grande dimostrazione cartista in Londra, annunciata da molti scrittori e giornalisti, più animati da passioni che forniti di cognizioni vere sullo stato dell’Inghilterra, come il preludio di una guerra civile tremenda fra gli operai e le altre classi della società, ebbe l’esito il più pacifico possibile, senza che a mantenere l’ordine sia stato necessario, non diremo l’intervento, ma nemmeno la presenza della forza armata.

Il Ministero, valendosi di una facoltà che gli è data da un vecchio statuto sancito nei tempi precellosi di Carlo Il, proibì non già la grande assemblea convocata dai cartisti nei campi di Kensington, ma bensì la concertata processione attraverso le contrade di Londra, sino al palazzo di Westminster, per presentare alla Camera dei comuni la petizione firmata da tutti i cartisti del regno.

La vigilia ancora i cartisti minacciavano di aver ricorso alla forza per mandare ad effetto i loro progetti; minacciavano rivoluzioni e violenze. Il Ministero non se ne commosse; e rispettando il diritto dei cittadini di convenire liberamente per discutere dei loro comuni interessi, non cercò d’impedire la riunione di Kensington: esso si contentò di pubblicare un proclama, che annunciava la processione dovere essere impedita dalle truppe regolari e dalla polizia municipale, e dai cittadini che in numero immenso avevano proferta ai magistrati l’opera loro, per cooperare al mantenimento dell’ordine ed al trionfo delle leggi.

I cartisti, radunatisi senza ostacolo in numero molto minore di quello predetto dai loro oratori, ebbero libero campo di pronunciare i più violenti e i più incendiati discorsi. La polizia non si lasciò vedere. Solo un commissario annunziò che gli accessi dei ponti sul Tamigi erano guardati da gente armata, che avrebbe respinto la processione se avesse tentato di attraversarli.

Questa dichiarazione, solo atto patente delle autorità, bastò ad indurre l’assemblea a separarsi pacificamente. I capi cartisti giudicarono con ragione che sarebbe stata una vera follia l’entrare in lotta aperta e violenta contro ad un Governo, per cui erano pronti a combattere non solo le truppe, ma tutti i proprietari, tutti i bottegai di Londra, e, persino un buon numero di operai amici dell’ordine quanto della libertà.

A questo facile scioglimento della crisi popolare, che pareva minacciasse l’Inghilterra, noi facciamo plauso dal più intimo del cuore; giacché una rivoluzione, promossa dai cartisti, sarebbe uno dei più terribili eventi che possano colpire l’umanità. Per essa non si muterebbero solo gli ordini politici del paese, ma si rovescierebbe forse fino dalle fondamenta l’edifizio sociale, se non il più regolare, certamente il più splendido che vantar possa la storia del mondo.

Noi non siamo fautori dell’Inghilterra, e meno ancora ammiratori appassionati della politica del Gabinetto di San Giacomo, siccome ne fan fede parecchi nostri articoli; ma siamo convinti che la conservazione della società inglese è necessaria alla causa del progresso e della libertà. Che la causa della civiltà del mondo intero è interessata a che quel popolo proceda nella via dei miglioramenti politici e sociali, nella quale muove risoluto da alcuni anni, e non venga lanciato fra tempeste rivoluzionarie, che ne produrrebbero l’estrema rovina.

L’Inghilterra da più secoli, mentre ancora il rimanente dell’Europa gemeva sotto il giogo dell’assolutismo, fu la custode gelosa e fedele di quei gran principi di libertà, sopra i quali poggiano le istituzioni dei popoli moderni. Salvo poche e brevi epoche eccezionali, essa seppe serbare illese dalle usurpazioni del potere e dalle violenze popolari la libertà individuale, la libertà della stampa, il diritto di riunione e quello di petizione: tutte insomma quelle libertà e quei diritti così poco rispettati sul continente dai partiti vittoriosi, ed avuti di là della Manica come dogmi inconcussi della fede politica.

Le rivoluzioni francesi fecero molto per la causa popolare; promossero l’eguaglianza nel passato ed ora ci promettono la fraternità. Ma finora la causa della libertà vera non è stata gran fatto da esse favorita: e l’Inghilterra è tutt’ora il paese più libero d’Europa.

Si paragoni infatti il contegno del Governo inglese col partito cartista in Inghilterra ed i, fautori della revoca dell’unione in Irlanda con quello che il Governo francese tiene coi partiti vinti: si raffronti la tolleranza usata colla stampa di Londra e di Dublino, e le violenze del popolo di Parigi contro il giornale La Presse: finalmente si tenga a calcolo il modo col quale l’esercizio d’ogni specie di culto è regolato nei due paesi; e non si contrasterà all’Inghilterra il vanto d’essere in Europa la terra classica della libertà.

Fintantoché l’esperienza non avrà provato esservi in Europa un’altra terra, in cui i principi di libertà siano tenuti egualmente sacri, serbati egualmente illesi da qualunque violazione od insulto, noi non cesseremo dal proclamare essere la Gran Bretagna un gran luminare, che spande una luce vivissima sulla via percorsa dai popoli moderni in traccia di sorti migliori.

Quando vedremo un altro Governo qualsiasi, repubblicano o monarchico, tollerare manifestazioni cotanto ostili, atti così minacciosi come quelli che si fanno lecito ogni dì i revocatori irlandesi ed i cartisti inglesi: quando vedremo altrove riunirsi assemblee simili alla convenzione cartista di Londra, od a quella che siede a Dublino nella famosa sala della conciliazione (Conciliation Hall); quando in un Parlamento del continente s’udiranno provocazioni alla ribellione ed alla guerra civile, pari a quelle che scagliano con intera impunità nelle Camere dei comuni il cartista O’Connor e l’irlandese O’Brien , allora concederemo ai nemici dell’Inghilterra che la sua missione umanitaria è finita, e che può venire sconvolta dalle rivoluzioni senza che la causa della libertà corra rischio di rimanere senza sicuro rifugio nel vecchio nostro continente.

C. Cavour


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