Bisogna decidersi

«Il Risorgimento», Anno II, numero 352 del 15 febbraio 1849

Il linguaggio de’ giornali inglesi e francesi riguardo alle cose nostre diventa ogni dì più esplicito, e quello de’ primi quasi derisorio; gli effetti della mediazione, si misurano ora più dagli avvenimenti probabili e futuri, che dai passati; egli è oramai chiaro, che nessuno pensa più a stabilirne i termini su quelle basi che erano state fissate, o per meglio dire accennate, e che mediatori e mediatizzati sanno ora in qual conto debbano aversi. Trattavasi di guadagnar tempo, ed in questo tutti ci avevano il loro conto: rimane ora a vedere chi ne abbia meglio approfittato: se guardiamo le cose sotto il punto di vista militare, noi non abbiamo ragione di pentirci: lo stato del nostro esercito è tale che proporzionatamente poco lascia a desiderare. Ma se guardiamo le cose dal lato politico, lo stato presente dell’Italia aggrava seriamente le nostre condizioni, e presenta complicazioni tali da mutare, non diremo le basi delle nostre operazioni, ma da alterare forzatamente il carattere o la natura della nostra guerra.

Noi abbiamo sempre detto che la questione militare sovrastava a tutte le altre, e che questa tutta ricadeva sulla Sardegna. Noi non abbiamo mai fatto grande calcolo su Roma e Firenze per le cose di guerra; quindi le esorbitanze, gli sgraziati avvenimenti che colà si succedono da noi preveduti, per nulla ci sorprendono, e per nulla mutano le nostre opinioni ed il nostro proposito.

Noi stiamo a fronte dell’Austria, essi della Costituente, delle repubbliche; pensi ciascuno all’opera sua; quale sia più giusta, più politica, più italiana, non tarderanno a provarlo i fatti.

La nostra posizione è dunque decisa, e non possiamo che renderne grazie al presidente del Consiglio, che nelle ultime solenni sue dichiarazioni la espresse e delineò in termini franchi, espliciti ed irremovibili.

Se questa semplificazione o separazione di principi e di cose torni a grado della diplomazia straniera noi nol sappiamo; essa tentò sin’ora di accomunare e confondere le sorti nostre con quelle dell’Italia intiera, per portarne quel giudizio che tutti ci involgerebbe in una generale riprovazione: ma i fatti parlano e parleranno ognor più alto di tutta la straniera malizia, e chi confondesse ancora Sardegna con Toscana e Roma, mostrerebbe quale sia lo spirito che informa la sua politica: ma tutti sanno, come anche senza ricorrere a tali speciosi pretesti, sia dimostrato quanto questa mediazione sia divenuta uggiosa alle alte nostre mediatrici.

E in verità, come mai una cosa cominciata in agosto può ella ancora eccitare la pubblica attenzione o il loro interesse in febbraio, sette mesi dopo? Quante ragioni per non cangiar disegni, in tanto trambusto d’uomini e di cose, in tanto rivolgimento di avvenimenti! L’Europa già si rassoda sulle antiche sue basi: l’Inghilterra conosce ora la politica e lo spirito della Francia; questa si è spiegata sul conto nostro anche troppo, in fatti ed in parole; l’Austria quel che voleva l’ha oramai ottenuto; il silenzio della Russia è ognor più espressivo. Or chi potrà farsi meraviglia se i nostri diritti sono posti nelle bilancie della politica europea quanto i dolori della Lombardia? Nostra sventura fu ed è tuttora di aver follemente creduto di poterci assolutamente sottrarre all’influenza, o meglio alla prepotenza di quella politica che, traendo i suoi diritti dalla forza, stringerà sempre con nodo fraterno le alte potenze europee ogniqualvolta non si tratti che della libertà, dell’onore e dell’esistenza dei piccoli.

Nostra sventura fu il credere che le Alpi ci separassero affatto dal resto del mondo. Ma se mai fuvvi tempo in cui quest’illusione fatale potesse trovar scusa, non erano forse quelli in cui i più profondi politici si videro forzati a dire, che l’impossibile era divenuto il probabile?

Ma che rimane a fare? La necessità pur troppo è nostra sola legge, e noi crediamo che l’unico partito che ci resti sia lo stringerci tutti, non guardar più a destra che a sinistra: proclamare altamente la verità, tutta la verità delle nostre condizioni: per l’ultima volta pregare le potenze mediatrici a liberarci dalla mediazione, poiché né esse, né noi, né anima al mondo può ancora ragionevolmente credere ad un equo risultato alle basi proposte, ed allo stato delle cose. Ciò fatto, rompere cavallerescamente quelle ostilità cui l’onore forse più che la politica fanno a noi, non meno che all’Austria stessa, supremo ed inevitabile obbligo.

Da questo laberinto non havvi più modo di uscire che colla guerra; la vera, efficace o forzata mediazione, la pace, la nostra civile e politica esistenza stanno a questo prezzo, né havvi conseguenza che possa essere a noi più funesta, di quella cui ci condurrebbe inevitabilmente il persistere nello stato attuale. Le sorti nostre, e più le sorti della straziata Lombardia non possono più rimanere a sì periglioso cimento. Niuna forza, niuna complicazione giungerà più mai a privarci delle libertà nostre; né havvi uomo politico che dal movimento liberale dell’Europa intiera, dalle più sgraziate crisi che ne alterarono o alterare ancor ne possono il corso, non sia tratto a conchiudere che inevitabile è il trionfo di quell’opinione, che distinguendo il bene dal male, saprà rassodare su basi irremovibili la vera libertà, ed assicurare a tutti i popoli il benefizio non lontano della loro indipendenza e nazionalità.

Alle alte potenze poco importerebbe intanto la rovina della Sardegna, l’onta, le miserie dell’Italia, se a queste noi arriviamo per vergognosa inedia, o per stolta fiducia. Ma l’Europa non sa quali possono essere le conseguenze della nostra guerra coll’Austria; l’epoca dei possibili non è ancora tanto remota, e non corre ancora un anno che questa superba potenza essa prima implorava dall’Inghilterra una pace all’adige o al mincio (vedi i discorsi al Parlamento inglese, 6 febbraio). L’Europa non sa quali possono essere le conseguenze (mettiamo pure il caso più disperato) di un’invasione austriaca in Piemonte: e la nazione francese per quanto impacciata si voglia, per quanto egoista, infedele si mostri ora all’Italia, la nazione francese rassodata qual è dagli ultimi fatti, non potrebbe assistere impassibile alla lotta o alla rovina nostra. L’esercito delle Alpi guarda a Parigi più che all’Italia: ma il nome solo di quell’esercito diventerebbe nome di ludibrio, di vergogna a chi vi avesse appartenuto, s’ei fosse condannato a mentire si vilmente alla generosa e sì alto vantata sua origine.

La Repubblica francese ricorderà Anversa e quell’esercito che, a dispetto dei dispotismo coalizzato, dava libertà e indipendenza a quattro milioni di belgi; e non vorrà che Carlo X e Luigi Filippo, ch’essa cacciò dal suo suolo, siano soli chiamati liberatori di popoli.

La politica ha le sue leggi, e noi le conosciamo; vogliamo il possibile, non l’impossibile: ma la necessità, l’onore stanno in cima a tutto. La diplomazia tenta addormentarci sull’orlo dei precipizio, per poterci opprimere laceri ed infranti. Sappia solo l’Europa che noi conosciamo questa volta l’arrischiata impresa cui siamo fatalmente trascinati: ci rinfacci. chi l’osa di aver disperato della mediazione. Noi sappiamo di essere a un bivio che non lascia altra scelta che tra onore e vergogna: noi sappiamo che i giorni nostri sono numerati, e qualunque sia la sorte che ci attende l’incontreremo, dovesse esser l’ultima nostra parola: tout est perdu, hors l’honneur.


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